04/02/2010
Microcenturie
MICROCENTURIE - estuario per romanzi fiume di breve corso.
Fateci un salto, mi trovate lì...
31/12/2009
Plenilunio

Plenilunio
Uscimmo all’aperto, sulla terrazza vuota.
La luna piena era al suo apice e c’investì con una violenta luce biancastra. L’aria gelida scacciò via il torpore dell’alcol, ma non i veleni della serata.
Lei mi prese la mano, sfoggiando il suo sorriso più falso.
La guardai. Il lungo abito di seta e organza le stava d’incanto.
I raggi di luna avevano scolorito l’intera terrazza, rendendola spettrale come un mausoleo. Qualcuno degli ospiti aveva detto che il plenilunio di fine anno non era mai di buon auspicio. Cominciai a realizzarlo.
Attraversammo il pavimento a scacchiera, ammirando le panchine di bronzo e il gazebo di marmo veneziano. Ci fermammo davanti alla balaustra a colonnine. Guardai giù. Lo strapiombo era un richiamo irresistibile.
Decisi che avremmo chiarito ogni cosa.
Lei mi guardò negli occhi, sfrontata e spavalda, mostrandomi il suo amore insincero. Qualcosa mi trattenne dal devastarle quel viso angelico.
Dalla casa provenivano le note di un valzer. Lo riconobbi subito: era il valzer dei fiori di Čajkovskij. Ci avvicinammo lentamente, senza accorgercene.
Le strinsi saldamente la mano sinistra e partimmo alla prima battuta. Scivolammo elegantemente sul pavimento, volando lungo cerchi concentrici. Seguendo il tempo, ci fermammo sui tacchi per un istante, per poi ripartire su traiettorie immaginarie.
Lei si abbandonò a me intuendo ogni mia mossa.
Volteggiammo leggeri e precisi: ora a destra, ora a sinistra, poi, alle ultime battute, attraversammo tutto il terrazzo, fermandoci esattamente nel punto di partenza. Finsi un applauso di approvazione, lei chinò la testa in segno di riverenza.
La musica era terminata, ora dalla casa proveniva il coro di un conto alla rovescia. Il nostro tempo stava svanendo.
Con una mano la strinsi di nuovo a me e con l’altra artigliai la balaustra. Lo strapiombo avrebbe posto fine a tutto quanto: le sue malefatte e le mie sofferenze.
“Fallo adesso, o te ne pentirai per sempre”, disse lei con un sorriso sprezzante.
Nell'aria riecheggiavano gli scoppi dei fuochi artificiali e quelle delle bottiglie di champagne. L’anno nuovo era appena cominciato.
14/12/2009
Causa ed effetto

Causa ed Effetto
“La legge di causa ed effetto è inalterabile nel tempo. L'effetto deve seguire la causa con un'accuratezza matematica e non può succedere altrimenti. A sua volta, l'effetto diventa la causa grazie alla quale un altro effetto viene messo in movimento, producendo un ulteriore causa”. (Wikipedia)
Nunzia stava fuori al balcone che stendeva i panni freschi di lavatrice; poco prima aveva riempito due bacinelle di bucato e per trascinarle fuori, s’era pure slogata una caviglia. Dentro c’erano i panni di Ciro, suo marito, e quelli di Antonio e Salvatore, i bambini di quattro e otto anni.
Tra una strizzata e una sbattuta, capì che per stirare quella montagna di panni ci sarebbe voluto un pomeriggio intero e per un attimo, pensò di buttare tutto giù dal balcone.
Quando stendeva i panni, Nunzia si metteva a cantare le canzoni dei suoi cantanti preferiti: il suo repertorio spaziava da Gigi D’Alessio a Raffaello, da Gigi Finizio a Gianluca Capozzi, ma non disdegnava quelle di Ida Rendano e di Nico Desideri.
Nunzia cantava e stendeva una maglietta, cantava e stendeva uno slip, cantava e stendeva un pantalone, cantava e bestemmiava come un camionista alla vista dei panni che doveva ancora stendere.
Verso mezzogiorno decise di fermarsi. Dopo quella sfacchinata aveva bisogno di prendersi una pausa, così tornò in cucina e direttamente dal becco della caffettiera, bevve un po’ di caffé avanzato dalla mattina. Era freddo e amaro ma serviva allo scopo, poi uscì di nuovo sul balcone. Dalla tasca della tuta azzurrina, quella comprata al mercatino dei cinesi, tirò fuori il pacchetto di Camel di contrabbando. Dall’interno pescò una sigaretta e l’accendino Bic viola, poi, con un gesto deciso, l’accese.
Il sole mattutino prometteva una bella giornata e Nunzia, che fumava beata affacciata al balcone, contemplava i panni appesi alle corde e il buon lavoro che aveva fatto. Quello stato di grazia fu interrotto dal rombo dell’auto di Ciro, che in quel momento stava tornando a bordo della sua Skoda Fabia con la marmitta spaccata. Così diede un ultimo tiro di sigaretta e prima di rientrare in cucina, la lanciò di sotto caricando il pollice e il medio come una fionda.
La cicca cadde con una parabola ellittica, finendo addosso ad un gatto color ruggine acquattato nell’erba, il quale, appena sentì la punta incandescente bruciargli il pelo, schizzò fuori come una molla, spaventando il gruppo di colombi a cui stava tirando un agguato. I colombi, impauriti dalla reazione del gatto, volarono via in ordine sparso, scagazzando in direzione dell'auto di Ciro, che in quel momento stava parcheggiando nel posto riservato all’handicappato del secondo piano.
Ciro si stava sfogando alle note di una vecchia cassetta dei Dire Straits e ogni tanto, si fermava ad ammirare il cruscotto lucido e la tappezzeria che profumava di Arbre Magic. Dopo quattro mesi s’era deciso a portare quel rottame all’autolavaggio ed ora, si sentiva felice come quando aveva fatto la prima comunione. Ma il sorriso da ebete stampato sul viso, si frantumò appena vide lo stormo di pennuti venire verso di lui. In un attimo, l’auto fu investita da un’impressionante grandine organica. Il rumore di quella raffica si diffuse nell’abitacolo con un rombo assordante.
Ciro uscì dall’auto maledicendo tutte le bestie alate e quando vide cosa gli avevano combinato, si mise le mani nei pochi capelli che gli erano rimasti. L’auto era stata colpita da centinaia di macchie biancastre maleodoranti: praticamente tutta la merda che quei pennuti avevano in corpo, l’avevano riversata sulla sua auto.
Ciro stava per esplodere come una bomba e come sempre in questi casi, doveva sfogare tutta la sua rabbia. Così con i pugni chiusi e la mascella serrata, si diresse a passo di carica verso il palazzone delle case popolari di via Pazzigno. Fece le scale due per volte, arrivando in un attimo al secondo piano, poi si mise a suonare il campanello di casa sua come un forsennato finché Nunzia, irritata da tutto quel scampanellare, non cominciò a gridare e a bestemmiare. Quando aprì la porta e vide Ciro con gli occhi iniettati di sangue, capì che sarebbe finita male.
Nunzia cercò di indietreggiare ma Ciro, con una mossa fulminea, la rintronò con una craniata in pieno volto, mandandola lunga sul pavimento, poi chiuse la porta dietro di se per darle il resto.
Ciro era fatto così, quando s’incazzava pestava Nunzia come un tappeto, incolpandola di tutti gli accidenti che gli capitavano.
Nessuno dei vicini fece caso alle grida e alle richieste di aiuto, il volume delle televisioni era al massimo e quasi tutte sintonizzate sui telegiornali regionali. Dall’Osservatorio Vesuviano qualcuno aveva registrato delle variazioni di magnetismo causati da uno sciame di microscosse, mentre dal Centro di Meteorologia della Federico II, un tizio annunciava rovesci temporaleschi provocati da una zona di bassa pressione.
Ma nessun strumento registrò quello che accadde in casa Autiero, quella mattina.
15/10/2009
10/10/2009
10/06/2009
Dr. 90210

Dr. 90210
Lavorare di notte non è poi tanto male: basta sapersi abituarsi alla costante privazione del sonno; alla stanchezza cronica e agli sbalzi di umore dovuti allo scombussolamento del ciclo sonno-veglia. Se poi ci mettiamo una vita sociale ridotta al minimo sindacale, allora il quadro è completo.
Il mio turno inizia alle undici di sera: preparo lo zaino con dentro le mie cose e prima di uscire, saluto mia moglie e mia figlia, che stese sul divano guardano uno dei tanti reality televisivi. Sono così assorte che a stento rispondono al mio saluto, e forse non hanno tutti i torti. Loro vorrebbero una vita intensa e frizzante come quella di una velina o di una letterina, mentre quello che ho da offrirgli è una vita noiosa e frustrante. Ma cosa credono, mica la volevo questo schifo di vita che mi ritrovo? Anche a me sarebbe piaciuto diventare uno di quei tronisti che di giorno frequentano i salotti televisivi e di notte si scopano qualche fans in cerca di emozioni.
Non c’è che dire, siamo un quadretto familiare pieno di rabbia e frustrazione. Per andare al lavoro ci metto un quarto d’ora, in quei quindici minuti faccio pensieri strani e per distrarmi metto un cd nello stereo. In genere ascolto qualche compilation anni ottanta.
L’auto ha le ruote lisce e sbanda vistosamente. Odio questo rottame, più delle puttane che battono su via delle Repubbliche Marinare. Le odio perché so che non potrò mai averne una, come l’auto nuova di cui avrei bisogno. Quando vado al lavoro porto con me alcune merendine, sono quelle che mia figlia non mangia, dice che le fanno venire i punti neri e così mia moglie me le mette da parte, perché tra il buttarle via o darle a me, lei preferisce la seconda. Quando ci penso divento triste, più triste dei nordafricani che lavorano abusivamente nelle stazioni di servizio di via Gianturco. Nel buio si intravedono appena, ma le loro facce sono un concentrato di disperazione e infelicità.
Nel garage aziendale parcheggio nell’aria riservata ai turnisti. Sono teso come una corda di violino ma appena striscio il badge al tornello, divento leggero come una piuma, come se una volta entrato sparissero tutte le mie inquietudini. Il mio ufficio è un enorme open space, le postazioni e i terminali sono disposti su tre file. La mia si trova in seconda fila ed è la prima da sinistra. Se non ci sono grossi guasti da gestire, riesco a sbrigare tutta la routine lavorativa in due o tre ore, poi commuto il monitor del terminale sul secondo ingresso, quello collegato al decoder SKY. Tutti i monitor sono collegati al decoder tramite un aggeggio chiamato splitter. L’abbonamento costa tre euro al mese ciascuno e ci permette di vedere tutti i pacchetti SKY, purtroppo “Primafila” e “Hot Club” sono a consumo e quindi si pagano a parte.
Abbiamo a disposizione qualcosa come duecento canali, ma quelli che guardo sono solo i programmi di chirurgia plastica e i film porno.
Sul canale 124 è iniziato “Dr.
Guardo l’orologio, sono le quattro e mezza, per stanotte ne ho abbastanza. Abbasso lo schienale della sedia e mi addormento. Alle sette quelli delle pulizie mi svegliano senza tanti complimenti. Rapidamente passo le competenze ai colleghi del turno di mattina, poi me ne torno a casa.
Ai tornelli sento di nuovo l’inquietudine montarmi addosso, sensazione che diventa malessere appena esco dall’edificio.
Per strada lo scenario è profondamente mutato. Dove prima c’erano le puttane adesso ci sono gli addetti della nettezza urbana impegnati a pulire le strade, mentre nelle stazioni di servizio i nordafricani hanno fatto posto ai legittimi gestori. A casa dormono tutti, mi spoglio e scivolo nel letto accanto a mia moglie. Chiudo gli occhi e nella mia mente cominciano a scorrere le immagini di stanotte. Senza rendermene conto sono sopra mia moglie. Lei si sveglia con un sussulto e fissandomi con aria delusa, mi lascia fare.
Così comincio a scoparla come nei film porno, cercando di immedesimarmi in quegli uomini d’acciaio che scopano per ore, imitandone le pose e il linguaggio osceno. Mentre la scopo, mi accorgo che i suoi seni sono flaccidi e i fianchi pieni di cellulite e in un attimo, il mio desiderio svanisce.
Ritorno al mio posto e ai miei pensieri.
Sono sicuro che il dottor Robert Ray le farebbe una liposuzione e una ricostruzione del seno coi fiocchi, ma so anche che non basterebbero per farla somigliare e quelle attrici porno che di notte mi tengono sveglio.
Certe volte mi sento come un fantoccio incapace di vivere la propria vita, poi mi rendo conto che così è più facile dimenticarsi dei propri fallimenti, e la cosa non è poi così disprezzabile.
Chissà se un autotrapianto dei capelli e un allungamento del pene, mi avvicinerebbero all’immaginario d’uomo di mia moglie.
18/05/2009
Inconfessionabile
Inconfessionabile
Arrivai verso mezzogiorno, con un’ora di ritardo rispetto a quanto stabilito. Lo feci apposta, perché quando avevo a che fare con lui mi assaliva sempre una profonda nausea, e anche questa volta non faceva eccezione. Due giorni prima m’aveva mandato il solito sms in codice, il messaggio diceva di presentarmi per “urgenti comunicazioni di servizio”, sotto quel linguaggio da ufficio del personale si celava la solita porcata, quella che poi mi toccava sbrigare. Il posto dell’incontro era sempre lo stesso, il motivo pure. Parcheggiai al centro di piazza San Giovanni Battista, in modo che tutti mi potessero vedere, avevo la capote abbassata e tutte le mie cose in vista, ma sapevo già che nessuno me le avrebbe toccate, non in quell’occasione. Scesi dall’auto; in bocca avevo ancora il sapore del Maalox ingurgitato prima di uscire. Mi stiracchiai guardandomi attorno; avevo tutti gli occhi addosso. Sistemai gli occhiali da sole, la giacca di pelle nera e i capelli sporchi di gel. Lo feci più per scaricare il nervosismo che per un’effettiva necessità. Passando mi specchiavo nelle auto parcheggiate; sembravo più un cantante neomelodico che un Killer.
Mi avviavo all’appuntamento senza la minima voglia.
Dall’interno della giacca presi un pacchetto di Winston blu, ne pescai una e l’accesi, feci una lunga boccata poi la tirai fuori tutta di un fiato. Attraversai la strada senza badare alle auto che passavano, più mi avvicinavo a quel posto e più mi veniva voglia di scappar via.
Davanti al cancello verde mi fermai, oltre c’era la chiesa di San Giovanni Battista. Le chiese non m’erano mai piaciute, ma quel posto mi metteva i brividi addosso come nessun altro. Feci i gradini di granito, lentamente, inghiottendo bocconi di saliva. Seduto a terra c’era il solito mendicante, aveva la pelle olivastra e i capelli neri, doveva essere Albanese. Gli passai di fianco senza degnargli di uno straccio d’attenzione quando lui, improvvisamente, tese il braccio come una barriera, bloccandomi sul posto.
<<Tu essere in ritardo>>, fece l’uomo in un italiano penoso. Mi guardava con gli occhi cupi e minacciosi.
<<Lo so, e non sono cazzi tuoi>>, gli ringhiai di rimando.
L’uomo con un gesto di stizza mi strinse una caviglia con la mano.
<<Tu stare molto attento, lui molto arrabbiato con te>>, aveva veramente una stretta di ferro <<Ora entra, lui aspetta te al solito posto>>.
Con un calcio mi liberai dalla stretta di quel pezzente, le sue bestemmie incomprensibili mi accompagnarono fino all’ingresso. Aprii e chiusi dietro di me la pesante porta di legno massello. Nella chiesa il silenzio era assordante, la puzza di muffa, incenso e cera mi evocava tristi ricordi.
Mi feci il segno della croce, poi spensi la sigaretta nell’acquasantiera.
I passi rimbombavano in tutte le navate, mi diressi verso il confessionale con la tendina tirata. Chissà da quanto tempo mi stava aspettando.
Presi posto al lato del confessionale ma senza inginocchiarmi, non lo facevo mai, mi sedetti invece con le spalle appoggiate alla parete di legno.
Appena la grata di metallo si aprì mi prese una stretta al cuore.
<<Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo. Sei in ritardo figliolo>>.
Avrei riconosciuto quella voce tra mille altre.
<<Si, lo so, qualcuno me lo ha fatto già notare>>. Non sapevo se mi dava più fastidio l’alito impestato di fumo o le zaffate della colonia da barba da quattro soldi.
<<Tra poco devo celebrare la messa, quindi sarò breve>>, il tono serafico nascondeva una certa apprensione. <<Ti ho chiamato perché c’è una consegna speciale da fare, qualcosa che mi sta molto a cuore, perciò vedi di non fallire>>.
<<Io non ho mai fallito>>, dissi con tono freddo e professionale. <<Perciò la predica vai a farla a qualcun altro>>.
<<Sei sempre stato sfrontato e arrogante, perciò mi piaci>>, la voce gli si era incupita per l’eccitazione, quel porco si stava sicuramente toccando.
<<Mi sei sempre piaciuto, fin da piccolo. Quando tua madre ti portava all’oratorio, io non potevo a fare a meno di metterti sulle mie ginocchia. Ricordo ancora tutti quei giochini che facevamo nel buio della sagrestia>>.
Istintivamente portai la mano sulla mia Smith & Wesson 1911 con matricola abrasa, quella che portavo nella fondina sotto l’ascella. Sapevo che me l’avrebbe ricordato, lo faceva sempre, e ogni volta avevo la tentazione di sparargli in bocca.
<<Ascoltami bene prete, non sono venuto per ascoltare i tuoi ricordi di sporco pedofilo, ora dimmi cosa devo fare e vaffanculo>>. Repressi quel desiderio ancora una volta, con dolore e rassegnazione.
<<E sia! Torniamo agli affari>>, fece lui riprendendo il tono angelico di prima. <<Ora prendi nota di quanto sto per dirti>>.
Dalla tasca della giacca tirai fuori un uniposca nero. Il pannello di legno che mi divideva da lui era pieno di scritte cancellate, trovai uno spazio libero e ci puntai il pennarello.
<<Sono pronto!>>, dissi perentorio.
<<Il tuo uomo è Padre Rosario della parrocchia dell”Immacolata Concezione, quella che sta vicina alla vesuviana di San Giovanni a Teduccio>>.
Quei due erano ai ferri corti da un pezzo, eppure non riuscii a trattenere un moto di stupore.
<<Se ho ben capito vuoi che ammazzi tuo fratello, o sbaglio?>>.
<<No, non ti sbagli>>, disse lui senza tradire la minima emozione. <<Alcuni sacerdoti della sua parrocchia si sono messi a taglieggiare i miei fedeli, e questo è inammissibile, voglio che il lavoro sia fatto per domani, prima della messa serale>>.
Cominciai a scrivere, ma non quello che mi aveva appena dettato, scrissi invece la prima cosa che mi venne in mente.
- Sono Suor Celeste e te lo succhio da dio, chiamami al 3386649834 –
<<Ok, ho preso nota, domani avrai mie notizie>>.
<<Molto bene>>, disse lui con aria soddisfatta. <<Pregherò per la riuscita della tua missione, spero solo che tu non abbia buttato la cicca nell’acquasantiera o scritto oscenità nel confessionale>>.
Mi alzai stiracchiandomi ancora una po’. Dalle finestre e dai rosoni colorati filtravano giochi di luce e arcobaleni multicolori, misi una mano davanti agli occhi per ripararmi da quei riflessi accecanti. Uscendo incrociai un gruppo di fedeli, erano perlopiù vecchi e pensionati, quelle facce stanche e avvizzite chiedevano solo di morire, nel frattempo si sorbivano la messa di mezzogiorno. Da una porta laterale vidi sgusciar fuori due figure, una guadagnò subito l’uscita, l’altra si fermò appena si accorse di me. Era Suor Celeste, aveva la tunica stropicciata e il trucco in disordine.
<<Buon giorno suor Celeste!>>, dissi con voce squillante. Lei non rispose, impegnata com’era a darsi una sistemata, si limitò a mostrarmi il dito medio tutto ingioiellato. Mi feci una mezza risata amara, poi accesi una sigaretta ed uscii. Il mendicante era ancora al suo posto, passando gli centrai con uno sputo il cappello dove raccoglieva l’elemosina, sentii il suo odio colpirmi alle spalle come una pugnalata.
L’auto era ancora al suo posto, all’interno nessuno aveva toccato niente, misi in moto e partii come un razzo, senza voltarmi. Uccidere preti non era la mia specialità, ma da quando s’erano messi a fare i camorristi le cose erano cambiate. Si eliminavano a vicenda per questioni di territorio, macchiandosi dei crimini più atroci, perciò ammazzarli non mi dava nessun senso di colpa. Prima o poi qualcuno mi avrebbe commissionato la morte di quel bastardo, era solo questione di tempo, e quando sarebbe successo avrei finalmente pareggiato i conti con lui.
Mio padre.
