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10/06/2009

Dr. 90210


Dr. 90210

 

Lavorare di notte non è poi tanto male: basta sapersi abituarsi alla costante privazione del sonno; alla stanchezza cronica e agli sbalzi di umore dovuti allo scombussolamento del ciclo sonno-veglia. Se poi ci mettiamo una vita sociale ridotta al minimo sindacale, allora il quadro è completo.

Il mio turno inizia alle undici di sera: preparo lo zaino con dentro le mie cose e prima di uscire, saluto mia moglie e mia figlia, che stese sul divano guardano uno dei tanti reality televisivi. Sono così assorte che a stento rispondono al mio saluto, e forse non hanno tutti i torti. Loro vorrebbero una vita intensa e frizzante come quella di una velina o di una letterina, mentre quello che ho da offrirgli è una vita noiosa e frustrante. Ma cosa credono, mica la volevo questo schifo di vita che mi ritrovo? Anche a me sarebbe piaciuto diventare uno di quei tronisti che di giorno frequentano i salotti televisivi e di notte si scopano qualche fans in cerca di emozioni.

Non c’è che dire, siamo un quadretto familiare pieno di rabbia e frustrazione. Per andare al lavoro ci metto un quarto d’ora, in quei quindici minuti faccio pensieri strani e per distrarmi metto un cd nello stereo. In genere ascolto qualche compilation anni ottanta.

L’auto ha le ruote lisce e sbanda vistosamente. Odio questo rottame, più delle puttane che battono su via delle Repubbliche Marinare. Le odio perché so che non potrò mai averne una, come l’auto nuova di cui avrei bisogno. Quando vado al lavoro porto con me alcune merendine, sono quelle che mia figlia non mangia, dice che le fanno venire i punti neri e così mia moglie me le mette da parte, perché tra il buttarle via o darle a me, lei preferisce la seconda. Quando ci penso divento triste, più triste dei nordafricani che lavorano abusivamente nelle stazioni di servizio di via Gianturco. Nel buio si intravedono appena, ma le loro facce sono un concentrato di disperazione e infelicità.

Nel garage aziendale parcheggio nell’aria riservata ai turnisti. Sono teso come una corda di violino ma appena striscio il badge al tornello, divento leggero come una piuma, come se una volta entrato sparissero tutte le mie inquietudini. Il mio ufficio è un enorme open space, le postazioni e i terminali sono disposti su tre file. La mia si trova in seconda fila ed è la prima da sinistra. Se non ci sono grossi guasti da gestire, riesco a sbrigare tutta la routine lavorativa in due o tre ore, poi commuto il monitor del terminale sul secondo ingresso, quello collegato al decoder SKY. Tutti i monitor sono collegati al decoder tramite un aggeggio chiamato splitter. L’abbonamento costa tre euro al mese ciascuno e ci permette di vedere tutti i pacchetti SKY, purtroppo “Primafila” e “Hot Club” sono a consumo e quindi si pagano a parte.

Abbiamo a disposizione qualcosa come duecento canali, ma quelli che guardo sono solo i programmi di chirurgia plastica e i film porno.

Sul canale 124 è iniziato “Dr. 90210”, uno dei programmi di chirurgia estetica più famosi. In questa puntata il dottor Robert Ray pratica una vagino plastica su una body builder di colore. In effetti ha una figa così flaccida e stillabrata che sembra un budino andato a male. Un vero schifo. Eppure, dopo l’intervento, la negra sfodera una passera degna di una diciottenne ed è così contenta che non ha più paura di allenarsi con i pantaloncini attillati. Cambio canale, ho voglia di vedere un porno. Su “Hot Club” danno un film con gang bang, digito il pin e mi godo lo spettacolo. L’attrice principale si chiama Audrey Hollander, una rossa naturale votata al sesso estremo. La scena migliore è quella dove riceve una doppia penetrazione anale, la cavalcata è coinvolgente ed io riesco finalmente ad eccitarmi. Cambio ancora, passo su “Extreme Makeover”. Una cicciona di centoventi chili chiede di avere un aspetto decente, un miracolo che l’extreme team del dottor Fisher dovrà compiere. Per prima cosa le praticano una liposuzione ai fianchi e ai glutei, poi passano a praticarle un’addominoplastica. A fine intervento un’infermiera mostra la parte di addome asportato, una massa gelatinosa che somiglia alla trippa che vendono nelle macellerie, un paragone che credo non sia troppo azzardato. Dopo sei mesi la donna sfoggia una linea invidiabile e un sorriso smagliante, la sua felicità non s’incrina nemmeno quando dice di aver sborsato cento mila dollari per tutti e tre interventi.

Guardo l’orologio, sono le quattro e mezza, per stanotte ne ho abbastanza. Abbasso lo schienale della sedia e mi addormento. Alle sette quelli delle pulizie mi svegliano senza tanti complimenti. Rapidamente passo le competenze ai colleghi del turno di mattina, poi me ne torno a casa.

Ai tornelli sento di nuovo l’inquietudine montarmi addosso, sensazione che diventa malessere appena esco dall’edificio.

Per strada lo scenario è profondamente mutato. Dove prima c’erano le puttane adesso ci sono gli addetti della nettezza urbana impegnati a pulire le strade, mentre nelle stazioni di servizio i nordafricani hanno fatto posto ai legittimi gestori. A casa dormono tutti, mi spoglio e scivolo nel letto accanto a mia moglie. Chiudo gli occhi e nella mia mente cominciano a scorrere le immagini di stanotte. Senza rendermene conto sono sopra mia moglie. Lei si sveglia con un sussulto e fissandomi con aria delusa, mi lascia fare.

Così comincio a scoparla come nei film porno, cercando di immedesimarmi in quegli uomini d’acciaio che scopano per ore, imitandone le pose e il linguaggio osceno. Mentre la scopo, mi accorgo che i suoi seni sono flaccidi e i fianchi pieni di cellulite e in un attimo, il mio desiderio svanisce.

Ritorno al mio posto e ai miei pensieri.

Sono sicuro che il dottor Robert Ray le farebbe una liposuzione e una ricostruzione del seno coi fiocchi, ma so anche che non basterebbero per farla somigliare e quelle attrici porno che di notte mi tengono sveglio.

Certe volte mi sento come un fantoccio incapace di vivere la propria vita, poi mi rendo conto che così è più facile dimenticarsi dei propri fallimenti, e la cosa non è poi così disprezzabile.

Chissà se un autotrapianto dei capelli e un allungamento del pene, mi avvicinerebbero all’immaginario d’uomo di mia moglie.

di cattiveinclinazioni at 01:37:00 5 Commenti

18/05/2009

Inconfessionabile

Inconfessionabile

  

Arrivai verso mezzogiorno, con un’ora di ritardo rispetto a quanto stabilito. Lo feci apposta, perché quando avevo a che fare con lui mi assaliva sempre una profonda nausea, e anche questa volta non faceva eccezione. Due giorni prima m’aveva mandato il solito sms in codice, il messaggio diceva di presentarmi per “urgenti comunicazioni di servizio”, sotto quel linguaggio da ufficio del personale si celava la solita porcata, quella che poi mi toccava sbrigare. Il posto dell’incontro era sempre lo stesso, il motivo pure. Parcheggiai al centro di piazza San Giovanni Battista, in modo che tutti mi potessero vedere, avevo la capote abbassata e tutte le mie cose in vista, ma sapevo già che nessuno me le avrebbe toccate, non in quell’occasione. Scesi dall’auto; in bocca avevo ancora il sapore del Maalox ingurgitato prima di uscire. Mi stiracchiai guardandomi attorno; avevo tutti gli occhi addosso. Sistemai gli occhiali da sole, la giacca di pelle nera e i capelli sporchi di gel. Lo feci più per scaricare il nervosismo che per un’effettiva necessità. Passando mi specchiavo nelle auto parcheggiate; sembravo più un cantante neomelodico che un Killer.

Mi avviavo all’appuntamento senza la minima voglia.

Dall’interno della giacca presi un pacchetto di Winston blu, ne pescai una e l’accesi, feci una lunga boccata poi la tirai fuori tutta di un fiato. Attraversai la strada senza badare alle auto che passavano, più mi avvicinavo a quel posto e più mi veniva voglia di scappar via.

Davanti al cancello verde mi fermai, oltre c’era la chiesa di San Giovanni Battista. Le chiese non m’erano mai piaciute, ma quel posto mi metteva i brividi addosso come nessun altro. Feci i gradini di granito, lentamente, inghiottendo bocconi di saliva. Seduto a terra c’era il solito mendicante, aveva la pelle olivastra e i capelli neri, doveva essere Albanese. Gli passai di fianco senza degnargli di uno straccio d’attenzione quando lui, improvvisamente, tese il braccio come una barriera, bloccandomi sul posto.

<<Tu essere in ritardo>>, fece l’uomo in un italiano penoso. Mi guardava con gli occhi cupi e minacciosi.

<<Lo so, e non sono cazzi tuoi>>, gli ringhiai di rimando.

L’uomo con un gesto di stizza mi strinse una caviglia con la mano.

<<Tu stare molto attento, lui molto arrabbiato con te>>, aveva veramente una stretta di ferro <<Ora entra, lui aspetta te al solito posto>>.

Con un calcio mi liberai dalla stretta di quel pezzente, le sue bestemmie incomprensibili mi accompagnarono fino all’ingresso. Aprii e chiusi dietro di me la pesante porta di legno massello. Nella chiesa il silenzio era assordante, la puzza di muffa, incenso e cera mi evocava tristi ricordi.

Mi feci il segno della croce, poi spensi la sigaretta nell’acquasantiera.

I passi rimbombavano in tutte le navate, mi diressi verso il confessionale con la tendina tirata. Chissà da quanto tempo mi stava aspettando.

Presi posto al lato del confessionale ma senza inginocchiarmi, non lo facevo mai, mi sedetti invece con le spalle appoggiate alla parete di legno.

Appena la grata di metallo si aprì mi prese una stretta al cuore.

<<Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo. Sei in ritardo figliolo>>.

Avrei riconosciuto quella voce tra mille altre.

<<Si, lo so, qualcuno me lo ha fatto già notare>>. Non sapevo se mi dava più fastidio l’alito impestato di fumo o le zaffate della colonia da barba da quattro soldi.

<<Tra poco devo celebrare la messa, quindi sarò breve>>, il tono serafico nascondeva una certa apprensione. <<Ti ho chiamato perché c’è una consegna speciale da fare, qualcosa che mi sta molto a cuore, perciò vedi di non fallire>>.

<<Io non ho mai fallito>>, dissi con tono freddo e professionale. <<Perciò la predica vai a farla a qualcun altro>>.

<<Sei sempre stato sfrontato e arrogante, perciò mi piaci>>, la voce gli si era incupita per l’eccitazione, quel porco si stava sicuramente toccando.

<<Mi sei sempre piaciuto, fin da piccolo. Quando tua madre ti portava all’oratorio, io non potevo a fare a meno di metterti sulle mie ginocchia. Ricordo ancora tutti quei giochini che facevamo nel buio della sagrestia>>.

Istintivamente portai la mano sulla mia Smith & Wesson 1911 con matricola abrasa, quella che portavo nella fondina sotto l’ascella. Sapevo che me l’avrebbe ricordato, lo faceva sempre, e ogni volta avevo la tentazione di sparargli in bocca.

<<Ascoltami bene prete, non sono venuto per ascoltare i tuoi ricordi di sporco pedofilo, ora dimmi cosa devo fare e vaffanculo>>. Repressi quel desiderio ancora una volta, con dolore e rassegnazione.

<<E sia! Torniamo agli affari>>, fece lui riprendendo il tono angelico di prima. <<Ora prendi nota di quanto sto per dirti>>.

Dalla tasca della giacca tirai fuori un uniposca nero. Il pannello di legno che mi divideva da lui era pieno di scritte cancellate, trovai uno spazio libero e ci puntai il pennarello.

<<Sono pronto!>>, dissi perentorio.

<<Il tuo uomo è Padre Rosario della parrocchia dell”Immacolata Concezione, quella che sta vicina alla vesuviana di San Giovanni a Teduccio>>.

Quei due erano ai ferri corti da un pezzo, eppure non riuscii a trattenere un moto di stupore.

<<Se ho ben capito vuoi che ammazzi tuo fratello, o sbaglio?>>.

<<No, non ti sbagli>>, disse lui senza tradire la minima emozione. <<Alcuni sacerdoti della sua parrocchia si sono messi a taglieggiare i miei fedeli, e questo è inammissibile, voglio che il lavoro sia fatto per domani, prima della messa serale>>.

Cominciai a scrivere, ma non quello che mi aveva appena dettato, scrissi invece la prima cosa che mi venne in mente.

-  Sono Suor Celeste e te lo succhio da dio, chiamami al 3386649834

<<Ok, ho preso nota, domani avrai mie notizie>>.

<<Molto bene>>, disse lui con aria soddisfatta. <<Pregherò per la riuscita della tua missione, spero solo che tu non abbia buttato la cicca nell’acquasantiera o scritto oscenità nel confessionale>>.

Mi alzai stiracchiandomi ancora una po’. Dalle finestre e dai rosoni colorati filtravano giochi di luce e arcobaleni multicolori, misi una mano davanti agli occhi per ripararmi da quei riflessi accecanti. Uscendo incrociai un gruppo di fedeli, erano perlopiù vecchi e pensionati, quelle facce stanche e avvizzite chiedevano solo di morire, nel frattempo si sorbivano la messa di mezzogiorno. Da una porta laterale vidi sgusciar fuori due figure, una guadagnò subito l’uscita, l’altra si fermò appena si accorse di me. Era Suor Celeste, aveva la tunica stropicciata e il trucco in disordine.

<<Buon giorno suor Celeste!>>, dissi con voce squillante. Lei non rispose, impegnata com’era a darsi una sistemata, si limitò a mostrarmi il dito medio tutto ingioiellato. Mi feci una mezza risata amara, poi accesi una sigaretta ed uscii. Il mendicante era ancora al suo posto, passando gli centrai con uno sputo il cappello dove raccoglieva l’elemosina, sentii il suo odio colpirmi alle spalle come una pugnalata.

L’auto era ancora al suo posto, all’interno nessuno aveva toccato niente, misi in moto e partii come un razzo, senza voltarmi. Uccidere preti non era la mia specialità, ma da quando s’erano messi a fare i camorristi le cose erano cambiate. Si eliminavano a vicenda per questioni di territorio, macchiandosi dei crimini più atroci, perciò ammazzarli non mi dava nessun senso di colpa. Prima o poi qualcuno mi avrebbe commissionato la morte di quel bastardo, era solo questione di tempo, e quando sarebbe successo avrei finalmente pareggiato i conti con lui.

Mio padre.

di cattiveinclinazioni at 00:15:00 Commenta:

01/04/2009

E poi...

E poi...

 

È così che finisce.

Si gira la testa

si ruotano gli occhi.

E poi…

Si cerca qualcuno

si grida qualcosa.

E poi…

Si cercano sguardi

Si chiede conforto.

E poi…

Si intonano nenie

si spezzano bestemmie.

E poi…

Si contratta

si stabilisce

si trasporta

si ricompone

si organizza

si veglia

si piange

si accompagna

si consuma.

E poi…

Più nulla.

di cattiveinclinazioni at 13:16:00 2 Commenti

27/02/2009

B-Side

B-Side

 

<<Ed ora, signore e signori, ecco il personaggio che stavamo tutti aspettando. Facciamo un bell’applauso a Carmine Sannino, lo scrittore che ha dato lustro alla comunità di San Giorgio a Cremano>>.

La voce di Giuseppe Setola, il presentatore del “1° premio Vigilia di Natale – Città di San Giorgio a Cremano”, uscì dagli altoparlanti stridendo come un gessetto sulla lavagna, raggelando gli spettatori seduti sugli spalti del palazzetto dello sport. Per l’occasione, Setola sfoggiava un vestito da babbo natale prestatogli dal fratello, una cafonata che fece inorridire gran parte dello staff.

Tuttavia, capì di aver fatto una stronzata ancora più grossa quando sentì il pubblico rumoreggiare dopo il suo annuncio. Dagli spalti arrivavano espressioni del tipo:

“Ma chi l’ha chiammat a st’omm è merd?” 'O pozzan' accirer' 'a stu zuzzus! Ropp chell ca fatt” “Cos’ e pazz’, mo ce rann pure ‘o premio ‘a stu curnut”.

Setola si guardò attorno come per cercare spiegazioni e vide che il sindaco, seduto a bordo campo, ringhiava come un rottweiler mentre il monsignore, seduto poco più in la, bestemmiava insieme all’assessore alle politiche culturali. Eppure la scaletta che gli avevano dato parlava chiaro: dopo il messaggio del monsignore, del sindaco e dell’assessore: dopo aver premiato il coro delle bambine, la squadra di volley e le allieve di danza classica; toccava a lui essere premiato.

Setola non sapeva assolutamente chi fosse “lui”, ma ne maledisse il nome. Aveva passato troppi anni a presentare cantanti neomelodici nelle feste di piazza più assurde e quella, era l’occasione per fare il salto di qualità e chiudere con quel mondo fatto di gente disperata e senza talento. Così, ostentando il suo sorriso di plastica, cercò di improvvisare qualcosa che lo tirasse fuori da quell’impaccio.

<<Mi dicono che lo scrittore non è potuto venire a causa di precedenti impegni, quindi andiamo avanti con la serata e chiamiamo...>>.

Ma il rumore di una porta sbattuta gli ricacciarono le parole in gola. Quando vide un’ombra sbucare da una porta d’emergenza alla sua destra, capì che sarebbe andato tutto a puttane. L’uomo avanzava barcollando e puzzava d’alcol come una cantina: la giacca lurida e i jeans strappati completavano quel quadro ripugnante. Così combinato poteva essere solo lo scrittore, si disse Setola odiandone la categoria.

<<Sono Carmine Sannino>>, fece l’uomo biascicando le parole. <<Mi hanno detto che devo ritirare qualcosa…>>.

Sugli spalti il brusio s’era fatto insopportabile e Setola, per non perdere il controllo della serata, dovette per forza accelerare la premiazione. Così, da un tavolinetto dietro di lui, prese una statuetta raffigurante Massimo Troisi vestito da zampognaro e glielo consegnò senza tanti complimenti.

<<Chist’è ‘o premio, pigliatell e vattenn affancul!>>, disse Setola con l’aria schifata e a microfono spento, perdendo per un attimo il suo viscido sorriso.

<<Caro Babbo Natale, il premio te lo puoi infilare su per il culo, quello che voglio è il tuo microfono>>. Sannino non biascicava più, la voce s’era fatta improvvisamente cupa e tagliente come una lama di coltello. Davanti alla durezza di quelle parole, il sorriso di Setola si frantumò in un milione di pezzi.

<<Ma tu si scem! Si nun’a firnisc’ chiamm ‘a polizia e t’facc…>>.

Ma Setola non riuscì a finire la frase perché Sannino, con uno scatto fulmineo, gli strappò il microfono dalle mani portandoselo a spasso. Quando arrivò a ridosso degli spalti, lo accese.

<<Pronto…prova…pronto…prova…mi sentite tutti? Signori e signore, scusate il ritardo, ero al cesso a pisciare…>>.

Scoppiò subito il caos. Dagli spalti partì un terribile boato carico di bestemmie, qualcosa che si poteva sentire allo stadio S. Paolo quando il Napoli sbagliava un gol. Il pubblico cominciò a lanciargli bottigliette, lattine, accendini e monetine, che Sannino schivò con sorprendente agilità.

<<…lo so che mi volete tutti bene e anch’io ve ne voglio. Cinque anni fa me ne sono andato da questa città a malincuore, ma dovete sapere che il mio libro “Storie di una cittadina infame” ha superato le centomila copie e che a breve, ci faranno anche un film. Non so come dirvelo ma ve ne sono davvero grato e per dimostrarvelo, voglio ringraziare tutti i personaggi che hanno ispirato il mio libro.

E inizierò con voi, fottuti concittadini, che con la vostra mentalità di borghesucci avidi e ipocriti, mi avete regalato il contesto giusto per le mie storie. Ma ora passiamo a ringraziare i veri protagonisti del libro, che con mia profonda soddisfazione vedo presenti tra le autorità intervenute…>>.

Setola era diventato freddo come una statua, ma doveva riparare ai deliri di quel figlio di puttana ad ogni costo, in caso contrario non lo avrebbero chiamato nemmeno ai matrimoni dei rumeni. Stava per prenderlo alle spalle per portargli via il microfono quando Sannino, con un manrovescio improvviso, lo spedì lungo sul pavimento.

<<…stavo dicendo…quindi ringrazio il padrone di casa, il sindaco Ernesto Palumbo, che s’è inventato questa premiazione del cazzo a due mesi dalle elezioni. Evidentemente le accuse di truffa, peculato e dissesto finanziario, non gli hanno impedito di mettere su questo carrozzone per elemosinare il vostro voto. Eppure, quando denunciai i suoi intrallazzi sul giornale dove lavoravo, la redazione fu sommersa di lettere vostre che mi accusavano di aver infangato il buon nome di una persona onesta. Io fui licenziato in tronco mentre lui venne eletto.

Oggi come allora, meritate la sua rielezione.

Poi ringrazio padre Rosario Miniero, il nostro beneamato parroco, il quale, nell’ora di catechismo, ha l’abitudine di portarsi i ragazzini nella sagrestia per succhiargli il pisello, cosa che a suo tempo fece anche con me. Ovviamente sapete tutti che è un pederasta infame, ma come sempre fate finta di niente per paura che scoppi uno scandalo.

E come posso non ringraziare Manuela Brignola, la mia ragazza ai tempi dell’università, ora assessore alle politiche culturali e felicemente sposata al maresciallo dei Carabinieri Gianluca Prestieri, anche lui qui presente. Dimmi amore mio, sei sempre la stessa sadica depravata che mi lasciò dicendomi che ero un patetico fallito? Ma certo che lo sei ancora, te lo leggo negli occhi e scommetto che hai addestrato tuo marito ad essere un perfetto schiavo sottomesso.

Bene, mi sembra di avere ringraziato tutti. Voglio concludere augurandovi un Buon Natale e che possiate strozzarvi con tutta l’ingordigia di cui siete capaci.

Ora scusatemi, ma devo di nuovo andare a pisciare…>>.

Sannino lanciò il microfono addosso a Setola che, steso a terra, piangeva come un bambino, poi imboccò il corridoio da dove era sbucato. Nello stesso momento, il pubblico inferocito invase il campo per inveire contro il sindaco ed i suoi accoliti.

Con la mano appoggiata alla parete del cesso, Sannino stava facendo la pisciata più bella della sua vita. Tutta la rabbia che aveva in corpo stava scivolando via insieme all’urina, una soddisfazione indescrivibile che lo ripagava di tutte le angherie subite. Restava da capire chi aveva avuto la bizzarra idea di invitarlo, ma era troppo ubriaco per fare supposizioni. Purtroppo, quello stato di grazia durò il tempo di quella pisciata perché da dietro, una mano d’acciaio gli prese la testa per i capelli e gliela infilò di prepotenza nella tazza. Setola ingoiò il suo piscio cercando disperatamente di non affogarci, finché la mano lo tirò fuori e lo scaraventò verso gli orinatoi a muro. Sannino gridava e bestemmiava per il dolore, ma l’uomo, con uno scatto felino, lo afferrò per il collo sollevandolo di peso.

<<Lurido bastardo, è così che si trattano i vecchi amici?>>. Era il Maresciallo Prestieri, il marito di Manuela. Il tono ironico nascondeva un odio carico di risentimento. <<Adesso ti faccio passare la voglia di sputtanare le persone in pubblico>>, e cominciò a colpirlo con dei tremendi pugni al basso ventre, fino a farlo quasi svenire dal dolore. Poi la porta si aprì e una severa voce di donna riecheggiò nella stanza. Prestieri lasciò subito Sannino, che cadde rovinosamente sul pavimento, poi si accucciò in un angolo come un cane bastonato. Sannino era steso su un fianco, paralizzato dal dolore, ma riuscì a distinguere un paio di scarpe nere con i tacchi a spillo che si avvicinavano. Una delle scarpe lo colpì leggermente con la punta, facendolo ruotare come un peso morto. Quando si ritrovò con le spalle al pavimento, fu accecato dalle luci dei neon. Appena la vista gli si schiarì, capì a chi appartenevano le scarpe.

<<Ciao Carmine, sei stato molto cattivo stasera, lo sai?>> Era Manuela, ancora più bella e bastarda di come se la ricordava.

<<Si! Sono stato cattivo, tanto cattivo, e merito di essere punito…>> Sannino non riuscì a trattenere un’erezione dolorosa. Dopo tanto tempo, quei modi da Mistress gli facevano ancora quell’effetto.

<<E sia…>> disse Manuela con un sorriso maligno, schiacciandogli i coglioni con i tacchi a spillo. A quella tortura si aggiunsero i calci del marito e subito dopo, quelli del sindaco, del monsignore e del presentatore, che nel frattempo erano entrati per pareggiare i conti con lui. Lo pestarono con rabbia e cattiveria e quando finirono, lo presero di peso scaraventandolo fuori dal palazzetto da una porta di servizio. Sannino si ritrovò sopra un cumulo di sacchetti della spazzatura e pensò che ci sarebbe rimasto fino a Natale, visto che non aveva la forza di muovere un muscolo. Ma dopo pochi minuti la porta di servizio si aprì di nuovo e una splendida ragazza, apparve sull’uscio.

<<Ciao, vuoi picchiarmi anche tu?>>, chiese Sannino toccandosi labbra tumefatte.

<<No! Voglio solo aiutarti>>, rispose la ragazza con un sorriso compiaciuto, poi lo prese per il braccio e dopo vari tentativi, riuscì a rimetterlo in piedi.

<<Semmai te lo stessi chiedendo, io sono Tiziana, la tua compagna di banco al liceo>>. Sannino era ancora intontito per l’alcol e per le botte subite, ma la memoria non lo ingannava: quella ragazza non le somigliava per niente.

<<Tiziana! Per la miseria sei proprio tu. Ma cosa hai fatto, sei diversa da come ti ricordavo. Scusa se te lo dico, ma a scuola eri un cesso e ora invece sei…>>.

<<Una figa stratosferica? Lo so, me lo dicono in tanti. È vero, a scuola ero un cesso, ma niente che non si potesse correggere con una dieta feroce e un chirurgo plastico. E così ho fatto. Ora ascoltami bene, ho poco tempo e devo tornare dentro. Faccio parte dell’organizzazione e sono io quella che, all’insaputa di tutti, ti ha invitato a questa stronzata di premio. Quando mi hanno chiesto di stilare i nomi dei premiati, ho pensato subito a te. Qualcosa mi diceva che eri alla ricerca di un’occasione per fargliela pagare e a quanto pare, non mi sbagliavo, anche se mi aspettavo un epilogo diverso. Lo sai che ho sempre avuto una cotta per te, perciò stavolta vedi di non sparire. Mi devi un favore, ricordalo>>.

Tiziana gli mise in mano un foglietto con scritto il numero del suo cellulare e prima di sparire oltre la porta, gli lanciò un occhiolino che era tutto un programma.

Sannino posò il foglietto nella tasca della giacca e accendendosi una sigaretta mezza ammaccata, pensò che non s’era mai divertito tanto come quella sera.

di cattiveinclinazioni at 13:58:00 1 Commento

01/02/2009

La terra dei giocattoli disadattati - 3 -


La terra dei giocattoli disadattati - 3 -

 

Monica aprì gli occhi. Sul comodino l’orologio a led rossi segnava le due del pomeriggio. Una bestemmia le affiorò sulle labbra screpolate: si rese conto che aveva poco più di un’ora per vestirsi, prendere l’auto e recarsi al lavoro. Poteva fare tutto in venti minuti, ma lasciò scorrere il tempo di proposito. L’approssimarsi del limite, oltre il quale avrebbe ritardato al lavoro, le procurava una piacevole sensazione d’angoscia, quando poi superava quel limite prendeva due Demerol ed usciva di casa.

Nonostante avesse dormito l’intera mattinata, s’era svegliata con lo stesso mal di testa che l’aveva accompagnata per tutto il turno di notte. A Monica piacevano i turni di notte ma non disprezzava quelli serali; li chiedeva apposta per stare il più possibile lontano da casa, così, quando ci ritornava, aveva la sensazione di non essersi persa niente d’importante, niente che non avesse già affrontato in ufficio.

Monica si alzò dal letto, infreddolita. Era novembre inoltrato e lei indossava ancora pigiami estivi. Marco per questo la rimproverava sempre ma lei sosteneva che i pigiami invernali la opprimevano, quello che non gli diceva e che le ricordavano le calzamaglie di lana che la madre l’obbligava ad indossare quand’era bambina.

Erano così strette e pesanti che spesso si pisciava addosso senza accorgersene.

Marco era andato al lavoro, lo aveva incrociato tra le scale mentre rincasava. Lei gli aveva dato un bacio sulla bocca carico di stanchezza, lui una carezza sulla guancia e un elenco di faccende domestiche rimaste in sospeso. Più che un saluto sembrava un passaggio di consegne: cose da fare in casa quando l’altro non c’era.

In cucina, Monica trovò tutto in ordine: piatti e posate erano stati puliti e sistemati nei ripiani. I fornelli e il lavello, sebbene luccicassero, emanavano un odore ripugnante. Marco, la sera prima, aveva rassettato la cucina con la cura maniacale tipica di quando sniffava la Ketamina. Il suo interesse per l’acquario dei pesci era scemato, ora stava coltivando un’altra ossessione: pulire ogni oggetto di casa usando il suo sperma come detergente.

Monica gliel’aveva visto fare altre volte e ormai, non ci faceva più caso. Quando Marco era in preda alle allucinazioni, si metteva nudo davanti ai mobili della cucina, del bagno o del salone, poi si masturbava come un ossesso urlando frasi in giapponese. Dopo che aveva schizzato tutto il suo sperma, prendeva un panno e lo stendeva su tutta la superficie dei mobili, finché non diventavano lucidi. Una volta Monica gli chiese perché lo faceva, lui rispose che voleva espandere la sua essenza su tutto ciò che lo circondava, un po’ come facevano i leoni nei documentari del “Discovery Channel” che trasmettevano su SKY, quando marcavano il territorio con l’urina. Solo che per lui lo sperma, a differenza dell’urina, creava un legame più forte e profondo. Monica ci rimase davvero male, perché quando scopavano lui non la schizzava mai addosso, ma non glielo disse.

Dal frigo, Monica prese la bottiglia di latte a lunga conservazione, quella dove aveva sciolto un’intera confezione di Supradyn. La stappò portandosela alla bocca. Il latte era quasi rancido, ma ne bevve comunque una lunga sorsata.

Nel corridoio, si fermò davanti all’acquario dei pesci. Era in uno stato pietoso, si vedeva benissimo che Marco non lo curava più come prima. L’acqua era torbida e piena di detriti e i pesci, stavano tutti a galla intrappolati nei filamenti gelatinosi del suo sperma.

La puzza di quel pantano schifoso la fece trasalire, così versò il latte rimasto nell’acquario e se ne tornò nella stanza da letto.

Dalla borsetta prese il suo I-POD nano e dall’armadio il portatile di Marco. Con un cavetto collegò i due dispositivi e finalmente, fece partire una playlist dei Nine Inch Nails. Diede anche una rapida occhiata al suo romanzo, che era sempre inchiodato al secondo capitolo. Dalle minuscole casse del portatile, la voce di Trent Reznor veniva fuori cupa e spettrale. Quella voce aveva su di lei una strana influenza, la disinibiva a tal punto da farle mettere in pratica tutte le sue perversioni. Così indossò un tailleur grigio e scarpe nere con il tacco ottanta, mise un leggero ombretto per valorizzare gli occhi e un rossetto in tinta. Si controllò il make-up allo specchio del guardaroba e quando ne rimase soddisfatta, si sedette in un angolo del letto. Dalla borsetta prese il suo I-GASM, il vibratore per I-POD, lo collegò al posto del portatile e indossò le cuffiette, poi scostò il perizoma rosa e se lo infilò nella figa. L’I-GASM vibrava seguendo il ritmo e la voce di Trent Reznor ed era come se lui, la stesse scopando. L’orgasmo arrivò come un treno in corsa, investendola con mille sensazioni di piacere.

Alle due e mezza precise, Monica prese la confezione di Demerol dal cassetto del comodino e con la morte nel cuore, scoprì che era vuota. Per la rabbia si morse un labbro, maledicendo se stessa e la sua incapacità di prevenire queste sciagure. L’unica cosa che inghiottì fu una bestemmia e con quella, uscì da casa. Scendendo le scale, sentì premere qualcosa alla bocca dello stomaco; le sue emozioni si stavano risvegliando dal torpore in cui le aveva relegate e ora, non osava pensare alle conseguenze.

L’auto era parcheggiata vicino ad un grosso cumulo di rifiuti. Monica si ricordò che il giorno prima quell’ammasso non c’era e pensò che se l’auto fosse rimasta ferma per qualche giorno, sarebbe stata sicuramente sommersa dall’immondizia.

Quel pensiero le provocò un profondo senso di nausea, così per scansare i sacchi della spazzatura ed entrare nell’auto, dovette fare ricorso a tutte le sue energie mentali.

Il traffico scorreva lento. I posti di blocco delle forze dell’ordine avevano stretto d’assedio l’intero quartiere, rendendo impossibile una libera circolazione. Davanti a lei c’era un SUV gigantesco che sgasava nervosamente, intossicandola con i gas di scarico. L’auto era talmente sporca che qualcuno aveva inciso con le dita, un perentorio “Lavatemi!” sul lunotto posteriore. Nello stesso momento, notò che sul marciapiede c’era un mendicante che reggeva un cartello con scritto “Aiutatemi!”.

Monica non poté fare a meno di notare di quanto fossero simili quei due bisogni; così lontani nella sostanza eppure, così urgenti da invocare una soddisfazione immediata.

Dopo una coda estenuante, Monica riuscì a superare tutti i posti di blocco e a raggiungere lo svincolo della statale che portava fino al suo lavoro. Ma invece di immettersi, si fermò davanti ai giardini pubblici di una scuola elementare.

I giardini pullulavano di bambini che giocavano sugli scivoli e le altalene, ma non erano stati loro ad attirare la sua attenzione. Monica scese dall’auto per vedere da vicino il motivo per cui si era fermata.

Ai margini dei giardinetti, c’erano alcuni vecchietti seduti sulle panchine. Sembravano inoffensivi per quanto erano immobili, ma lei, in quelle espressioni perse nel vuoto, ci vide altro. Per Monica, quei vecchi non erano altro che un branco di leoni famelici in attesa di sbranare la preda, e si ricordò di aver visto la stessa scena insieme a Marco, in un documentario del “Discovery Channel”.

Le bambine giocavano tutte in gruppi, tranne una, che stava in disparte con la sua bambola. Lei, vedendola così isolata, si rese conto che era la preda ideale di quei mostri, così decise che non avrebbe permesso quello scempio.

Dalla borsa, prese il cellulare e compose il numero del suo ufficio. Una collega rispose e le passò il suo supervisor. Monica voleva dirgli che doveva salvare una bambina dalle grinfie di un gruppo di pedofili schifosi e perciò, non poteva venire al lavoro, ma non lo fece, disse solo che aveva una fastidiosa raucedine e che si dava ammalata. Dopo compose il numero del cellulare di Marco, ma rispose la solita, fottuta segreteria telefonica in giapponese. A quel punto, aveva adempiuto a tutti i suoi obblighi, così si diresse verso la bambina per farle da scudo con il suo corpo.

La bambina era seduta nell’erba che giocava con una “Barbie Raperonzolo”, Monica la riconobbe perché aveva visto il film su SKY, poi si ricordò che da bambina ne aveva avuta una simile, con la quale giocava alla “Barbie mestruata”, un gioco di sua invenzione.

A quel tempo sua sorella maggiore, con le amiche, parlava sempre di mestruazioni e di quanto la facevano stare male. Lei non capiva cos’erano le mestruazioni, sapeva solo che le mutandine della sorella, ogni tanto si macchiavano di sangue. Così, con un pennarello rosso, aveva disegnato una macchia tra le gambe della bambola: il gioco consisteva nel lamentarsi come faceva la sorella e a cambiarle le mutandine.

Quando la bambina alzò lo sguardo su di lei, i suoi ricordi svanirono all’istante. Quel visino pieno di lentiggini incorniciavano due occhi verdi che la fissavano senza imbarazzo. Monica fece un sorriso dolcissimo e chinandosi su di lei, le chiese:

<<Ciao piccolina, posso giocare con te?>>

Fine

di cattiveinclinazioni at 00:11:00 Commenta:

01/01/2009

Il giorno in cui Napoli prese fuoco


Il giorno in cui Napoli prese fuoco

 

L’aria è irrespirabile. Siamo stipati come bestie e puzziamo uguale. In effetti, l’autoblindo “Centauro” non è il massimo del confort per i trasferimenti, ma contro gli attacchi biotecnologici è insuperabile. Ormai siamo in giro da diciotto ore e le missioni, non accennano a diminuire. Stiamo crollando, ma lo nascondiamo benissimo. Sono seduto tra i ragazzi delle forze speciali, una luce rossa d’emergenza ci illumina le facce stanche. Chi può, azzarda un po’ di sonno.

Si avvicina il tenente Mancini, sta per comunicarmi un altro fottuto obiettivo da identificare e bonificare. Poveraccio, è il ritratto della disperazione, ha solo venticinque anni, ma ne dimostra almeno dieci in più. S’era appena diplomato, quando ricevette la chiamata alle armi. Una volta mi fece vedere le foto del suo viaggio in Giamaica, era in compagnia della sua ragazza e sprizzava felicità da tutti i pori. Credo che di quel ragazzo non ci sia rimasta più traccia. Come un automa, Mancini mi detta l’ennesimo messaggio del comando centrale. Chiedono di portarci in Via Gianturco: target e dettagli verranno comunicati in seguito. Un brivido mi percorre la schiena, mentre il respiro si strozza in gola.

Quello è l’ultimo posto dove avrei voluto ritornare.

Lo ringrazio con un sorriso amaro, poi ordino di raggiungere l’obiettivo. Ho bisogno di un po’ d’aria, mi alzo e vado a raggiungere il mitragliere su in torretta. La luce del sole mi acceca, mentre il vento mi scompiglia i capelli. È una giornata fantastica, di quelle da portare la famiglia al mare o in campagna, tutte cose che ho perduto quando è scoppiato il caos.

L’autocolonna è formata da tre autoblindo “Centauro” e un camion frigorifero. Siamo un blocco unico, spazziamo via tutto quello che intralcia il nostro cammino. Ma la strada è deserta e quello che incontriamo, sono rottami d’auto e detriti di ogni genere.

Passiamo per Via Galileo Ferraris, dove incrociamo l’ex manifattura del tabacco. Durante l’epidemia lo trasformarono in un centro di detenzione e quarantena e dopo, in un inceneritore dove bruciare i corpi infetti. All’incrocio, svoltiamo per Via Gianturco, poi rallentiamo. Mancini mi raggiunge in torretta, il comando ha trasmesso i dettagli della missione. Me li detta.

Il nostro target è situato all’interno di un capannone industriale, quello che una volta era la concessionaria della Jaguar. Le modalità operative sono le stesse di sempre: sopprimere e rimuovere tutte le forme di vita infette.

Con gli autoblindo, sfondiamo i cancelli e circondiamo la struttura. Appena posizionati ci fermiamo. Il portello posteriore si apre con un sibilo metallico. Le forze speciali escono armi alla mano, schierandosi in assetto da guerra. Io e Mancini li raggiungiamo a dispiegamento avvenuto. Identifichiamo tutte le uscite e le saldiamo con la fiamma ossidrica, affinché nessuno esca. Tranne una. Raggiungiamo il primo piano per una scala esterna, fermandoci davanti ad un uscita di sicurezza. Indossiamo lenti di plexiglass e mascherine anti batteriche.

Al mio via facciamo irruzione.

Buio pesto, facciamo luce con le torce elettriche. Attraversiamo con cautela un lungo corridoio. Ci sono porte a destra e sinistra, le apriamo una alla volta controllandone l’interno. Niente, solo scrivanie e computer ricoperti di polvere e ragnatele. Dovevano esser gli uffici commerciali. Alla fine del corridoio, usciamo su una passerella di metallo che affaccia sull’enorme capannone. Nonostante le mascherine, la puzza di putrefazione è insopportabile. Sono sotto di noi; si muovono nel buio tra rantoli agghiaccianti. Lanciamo dei bengala per illuminare la scena, quello che ci ritroviamo davanti va al di là di ogni concezione di orrore.

Circa trenta infetti, in avanzato stato di decomposizione, si trascinano spaventati dai fuochi, ma non sono loro ad impressionarci. Sparsi dappertutto ci sono ossa e resti umani. A giudicare dalla loro quantità, quei mostri devono aver sbranato una cinquantina di persone almeno.

Se l’inferno esiste deve essere qualcosa che somiglia a questo.

Mancini mi guarda con la faccia impassibile. Attende ordini. Io non ce la faccio ad essere così distaccato e con uno scatto rabbioso, ordino di far fuoco su tutto quello che si muove.

Lascio sfogare la furia distruttrice dei miei uomini per cinque minuti, poi faccio cessare il fuoco. All’estremità della passerella ci sono due scale a chioccola, ci dividiamo e scendiamo giù. I nostri anfibi si attaccano al pavimento. Il sangue rappreso e i brandelli di carne in decomposizione, hanno formato una specie di colla che tappezza il pavimento. Ci muoviamo lentamente, biascicando bestemmie e maledizioni. Cerchiamo movimenti impercettibili tra i corpi crivellati dai colpi. Sembrano morti, ma con loro non c’è mai da fidarsi, quando credi che abbiano tirato le cuoia, ecco che un ultimo alito infernale li riporta in vita. C’è solo un modo per ammazzarli definitivamente: fargli saltare le cervella. La tensione è alle stelle; qualcuno spara delle raffiche sui corpi a terra. Le disposizioni in merito sono chiare: nel dubbio, sparate.

Dalle squadre, via radio, mi arriva il segnale di “luce verde”. Questo significa che l’edificio è stato completamente bonificato. Dico al tenente Mancini di far portare via tutti i corpi, poi esco all’aperto.

Dal camion frigorifero, gli uomini stanno prelevando le sacche di plastica nera. Le riempiranno con i corpi di quei disgraziati, poi li caricheranno nel cassone.

Accendo una sigaretta e con il cuore in fibrillazione, raggiungo le sentinelle all’esterno del cancello. Chiedo se ci sono avvistamenti, ma è solo una scusa, il motivo per cui sono venuto è un altro.

Dall’altro lato della strada, svetta ancora l’insegna del “Cinamercato”, il centro commerciale costruito dai cinesi, uno dei primi posti dove si insediarono. Il luogo dove tutto ha avuto inizio.

Un flashback parte in automatico e per quanto mi sforzi, non riesco a fermarlo. Il ricordo è stranamente lucido, come se non fossero passati sette anni ma solo pochi giorni.

Quella sera, ero di servizio alla guardia medica di Via Bartolo Longo. Le persone chiamavano per lamentarsi dell’influenza e dei dolori articolari, tutti sintomi gestibili telefonicamente. Sembrava un turno tranquillo, finché non arrivò la chiamata che cambiò tutto.

Una donna, col pesante accento cinese, mi chiese aiuto. Mi disse che alcuni suoi connazionali avevano contratto una specie di infezione, qualcosa che non riuscivano a curare. Mi diede l’indirizzo, ma glielo dovetti far ripetere più volte, era così agitata che non mi riuscì di calmarla. Presi la borsa, l’indirizzo e andai all’auto. Il “Cinamercato” distava pochi chilometri: ci sarei arrivato in pochi minuti. Il posto lo conoscevo, perché ogni volta che andavo al Centro Direzionale di Napoli, ci passavo davanti.

Era quasi mezzanotte e per strada c’erano solo spazzini e prostitute. Il cancello era aperto, entrai e parcheggiai negli spazi riservati ai clienti. Mi guardai attorno ma non c’era nessuno, quel posto metteva addosso una certa inquietudine. Presi la borsa ed uscii dall’auto. Ad un tratto, le luci di un capannone a forma di pagoda si accesero. Dall’ingresso principale uscì una ragazza, appena mi raggiunse mi chiese subito di seguirla. Mi disse che era stata lei a chiamarmi e che non c’era tempo da perdere. La seguii senza fare domande.

Entrammo nel capannone. Attraversammo velocemente i reparti stracolmi di merce, poi salimmo per una scala. Percorremmo un lungo corridoio con tante porte, la puzza che proveniva dalle stanze era agghiacciante. Passando, diedi uno sguardo all’interno delle porte aperte. Dentro, le persone erano ammassate per terra. Dovevano essere i dormitori. Continuammo a camminare, finché non trovammo un gruppo di persone che fumavano nervosamente. La ragazza mi disse che eravamo arrivati. Tra loro, scoppiò subito una violenta discussione in cinese, alla fine della quale la ragazza, con un gesto di stizza, aprì la porta alla sua destra. Appena entrammo, mi assalì un orribile fetore, qualcosa che somigliava alla putrefazione ma meno ripugnante. Misi subito un fazzoletto sulla bocca per non vomitare, la ragazza invece non fece una piega e accese la luce. I neon mi accecarono subito. Quando tornai a distinguere le sagome, vidi tre uomini nudi stesi su altrettanti materassini da campeggio. Dopo un attimo di esitazione mi avvicinai al primo. Posai la borsa a terra, tirai fuori lo stetoscopio e l’indossai. L’uomo, di circa trent’anni, era pallido come un lenzuolo e respirava a fatica. Gli auscultai il cuore, batteva lentamente, poi gli alzai le palpebre, le pupille erano fisse e dilatate e non reagivano alla luce della mia minitorcia. Era in coma vegetativo. Notai che su braccia e gambe c’erano delle grosse ferite, come se la carne fosse stata strappata a morsi da un animale feroce. Stranamente, però, intorno alle ferite non c’era traccia d’infezione. Visitai gli altri due: manifestavano gli stessi sintomi e le stesse ferite da morsi. Mi alzai; dissi alla ragazza che dovevano ricoverarli immediatamente, poi chiesi che cosa aveva procurato quelle ferite. La ragazza si irrigidì immediatamente, con una voce stridula mi disse che non c’era da preoccuparsi e che potevo tornarmene a casa. Capii che stava mentendo e decisi di minacciarla. Le dissi che se non mi raccontava tutto, l’avrei denunciata subito ai Carabinieri. La ragazza uscì dalla stanza e dopo un’altra concitata discussione con i suoi connazionali, mi disse di seguirla. Facemmo la strada a ritroso. Uscimmo da una porta d’emergenza che dava sul piazzale pieno di container, li passammo in rassegna finché non ci fermammo davanti ad uno di essi. Era di colore nero e pieno di ideogrammi dipinti con la vernice gialla. La ragazza tremava come una foglia, mi disse che quello che cercavo si trovava li dentro. Nell’aria aleggiava qualcosa d’inquietante, indugiai per qualche istante poi tirai la leva ed aprii il container.

Un’altra ventata fetida mi investì in pieno viso, la puzza di putrefazione era così forte che dovetti allontanarmi in preda alle vertigini. Qualunque cosa si trovava lì dentro, doveva essere morta. Lasciai passare qualche minuto, poi mi feci coraggio ed entrai. Avanzai lentamente, facendomi luce con la mia minitorcia. Sugli scatoloni notai delle strane macchie, era sangue rappreso. Raggelai. Tornai ad avanzare e con i piedi toccai qualcosa. La presi; era una torcia. Quando l’accesi il container s’illuminò a giorno. Ero quasi arrivato in fondo e di animali nessuna traccia, quando notai degli scatoloni messi l’uno sopra l’altro come a formare una muraglia. Li tirai via con forza e quando finii, per poco non mi venne un colpo.

Riverso in un angolo, giaceva il corpo di un bambino orientale dall’apparente età di otto-dieci anni. Indossava solo un jeans strappato e sulle braccia, presentava le stesse ferite dei tre che avevo visitato prima. Dalla puzza di putrefazione che emanava e dal colorito grigiastro, dedussi che era morto da giorni. Stavo per portarlo via quando da fuori la ragazza, con un urlo spaventoso, mi supplicò di non toccarlo.

Mi bloccai all’istante.

Improvvisamente quel corpicino si animò poco per volta, i suoi movimenti erano goffi come quelli di una marionetta. Quando lo vidi in piedi, capì che mi ero imbattuto in qualcosa di assurdo e terribile.

Tutti i segni erano inequivocabili e indicavano il suo decesso, eppure era lì, in piedi di fronte a me. Rimasi sbalordito e per un attimo indietreggiai, poi la curiosità prese il sopravvento e mi avvicinai illuminandolo con la torcia.

Notai che il bambino aveva le mani legate dietro la schiena e che al collo, portava un collare da cane e una catena agganciata ad un tubo del container. Ma quello che più mi colpì fu il nastro adesivo che gli avevano messo sulla bocca.

Quella scena pazzesca aveva una sola spiegazione plausibile: l’animale feroce era lui.

Il bambino cominciò a guardarmi dondolando la testa, aveva gli occhi iniettati di sangue e le pupille dilatate all’inverosimile, la sua bocca si torceva sotto lo strato di nastro adesivo. Ogni tanto strattonava la catena come per saltarmi addosso e quando lo faceva, scattavo all’indietro come un gatto spaventato.

Presi lo stetoscopio dalla borsa e con molta cautela gli auscultai il cuore. Il battito era quasi impercettibile e la cosa mi riempì di interrogativi. Con quel battito era impossibile che fosse ancora in piedi. Decisi di prelevargli un campione di sangue.

Dalla borsa, presi una siringa monouso e una provetta sterile, ne strappai l’involucro di plastica con un morso. Identificai una vena sul collo e ci affondai la siringa dolcemente, stranamente il bambino mi lasciò fare senza reagire.

Prelevai venti cc di sangue e li versai nella provetta, poi ne osservai il colore sotto la luce della torcia. Era marrone scuro.

Strizzai gli occhi per lo stupore. Pensai di aver preso un abbaglio, un errore di percezione dovuta alla stanchezza. Guardai la provetta sotto ogni angolazione, quel sangue era marrone scuro, non c’erano dubbi.

Quando stavo a medicina, imparai che il sangue deossigenato poteva diventare rosso rubino, mentre nei cadaveri di pochi giorni diventava marrone scuro. Quel bambino era un’aberrazione vivente, una sorta di scherzo della natura. Aveva il sangue di un cadavere, ma era vivo. L’unica definizione che mi veniva era quella di “morto vivente”.

Non potevo più fare niente, tranne che andare via ed avvertire le autorità sanitarie. Presi la borsa e prima di uscire, diedi un ultimo sguardo al bambino. Quando spensi la torcia, lui tornò a sprofondare nell’oscurità. Cercai la ragazza nel piazzale; era nascosta dietro un carrello elevatore. La presi per le braccia e per la rabbia cominciai a scuoterla, le dissi che non avrei smesso finché non m’avrebbe detto tutta la verità. Mi guardò negli occhi, era in preda al panico, mi disse che quel container era arrivato dalla Cina una settimana prima e che quando lo aprirono, trovarono il bambino nascosto tra gli scatoloni. Era immobile e puzzava come un morto, poi cominciò a muoversi e ad attaccare chiunque si avvicinava. Cercarono di parlargli, ma emetteva solo una specie di rantolo tormentato. Il suo morso aveva una forza incredibile, strappava brandelli di carne che ingoiava con avidità terrificante. Lo colpirono con mazze e bastoni ma sembrava insensibile al dolore. Appena si resero conto della sua pericolosità, lo imbavagliarono e lo incatenarono nel container da dove era spuntato. Le persone colpite dal suo morso cominciarono a star male dopo due giorni, quando tutte le cure si rivelarono inefficaci, decisero di chiamarmi. Con la voce carica di imbarazzo, ammise che le persone colpite dal bambino non erano tre, ma quindici, e che giacevano nelle loro stanze in condizione disperate. In uno slancio di gentilezza, mi disse che si chiamava Heylin e che voleva tornarsene a Nanchino, la sua città natale.

Cercai di rassicurarla; le dissi che tutto si sarebbe aggiustato ma senza convinzione, sapevo che quella cosa sarebbe esplosa come una bomba. Le raccomandai di mettere sotto chiave tutti gli infetti e di non allontanarsi. Quando tornai alla guardia medica, chiamai l’unità di crisi batteriologica presso il Ministero della Sanità. La notte stessa il “Cinemercato” fu circondato e messo in quarantena da un reparto dell’esercito specializzato nella guerra batteriologica, mentre il bambino e tutti gli occupanti, furono trasferiti presso una struttura protetta del “Celio”, il policlinico militare di Roma.

Dopo venni a sapere che il container proveniva da Linfen, una città a nord della Cina, una delle più inquinate al mondo. Il governo cinese aveva perso i contatti con quella regione da qualche settimana, ma lo comunicò alle autorità internazionali solo un mese più tardi, quando la pandemia era ormai esplosa in tutto il mondo.

A Napoli la pestilenza scoppiò improvvisamente ed io, fui richiamato nell’esercito con il grado di capitano medico. La mia famiglia partì con i primi sfollati, ma persi le loro tracce quasi subito. Si scoprì che il virus era direttamente imparentato con il virus della rabbia, solo che questa variante mutava in continuazione, rendendo inefficaci tutti gli studi. Ci fu una corsa per la ricerca di un antidoto, ma nessun laboratorio riuscì ad isolare un vaccino valido. I tentativi furono pari solo ai fallimenti. Il virus sembrava inarrestabile, bastava il graffio di un soggetto infetto per contagiarsi: altri veicoli di trasmissione erano l’acqua, il cibo e gli animali infetti. Una volta contagiato, il soggetto cessava di vivere dopo quattro giorni di agonia, a quel punto il virus lo riportava in vita rigenerando le cellule morte. Alla “rinascita”, il soggetto manifestava una regressione allo stato animale, con pulsioni aggressive e antropofagi.

I soggetti “rinati” si muovevano in gruppi e attaccavano chiunque non fosse infetto, per cibarsene e farne scempio. Era come assistere ad una spaventosa e distorta resurrezione delle sacre scritture, dove gli esseri umani s’erano trasformati nella loro eucaristia. Se Dio esisteva doveva somigliare a loro.

In poco tempo, gran parte del genere umano fu trasformata dal virus in mostri sanguinari, quelli che s’erano salvati, cercavano di resistere in attesa di una cura o dell’estinzione. Senza evoluzione, una nuova stirpe di creature s’era impossessata della terra, diventandone la razza predominante.

Il bambino del container fu identificato come il “paziente zero”. L’apocalisse era arrivata con le fattezze di un fanciullo, un’atroce bizzarria superata solo dalla sua crudeltà.

Dei colpi di AK 47 mi riportano alla realtà, l’incubo vissuto è stato appena spazzato via da quello presente. Le sentinelle piazzate lungo il perimetro, stanno abbattendo un gruppo di infetti in avvicinamento. Mi unisco a loro nella mattanza e appena finito, torno verso gli autoblindo. Il tenente Mancini mi viene incontro con passo marziale, mi dice che le operazione di carico sono state completate. Lo ringrazio con una pacca sulla spalla, poi ordino di muoverci. Direzione: l’inceneritore di Napoli Est.

L’autocolonna riparte veloce. Percorriamo la strada a ritroso e intanto, comunico al comando centrale l’esito dell’operazione. Passiamo di nuovo su Via Emanuele Granturco e poi per Via Galileo Ferraris. Su Via delle Repubbliche Marinare, a ridosso della raffineria dell’Agip, acceleriamo. Le fiamme provenienti dai serbatoi venticinque e ventisette, rendono quel tratto di strada infuocato come una fornace. Finalmente giriamo per Via Ferrante Imparato, dove ci fermiamo in coda agli altri autoblindo, tranne il camion frigorifero, il quale continua la sua corsa fin dentro la raffineria.

L’inceneritore di Napoli Est non è un vero e proprio inceneritore. Un anno fa, per uno strano incidente, i serbatoi venticinque e ventisette della raffineria esplosero improvvisamente. Le fiamme che si levarono, illuminarono la città con una luce sinistra e infernale. Io lo ricordo come “il giorno in cui Napoli prese fuoco”. Appena le fiamme cominciarono a scemare, praticammo delle aperture alla base dei serbatoi, alle quali fissammo dei nastri trasportatori. Da allora alimentiamo quelle fornaci con i morti infetti, risolvendo così il problema del loro smaltimento.

Dalla radio arrivano nuove comunicazioni, il tenente Mancini li sta già annotando. Io vado su in torretta e con gli occhi chiusi, mi godo gli ultimi scampoli di sole prima di ripartire.

di cattiveinclinazioni at 08:19:00 Commenta:

02/12/2008

Il doppio della medaglia


Il doppio della medaglia

 

Lascia che ti porti giù.

Attraverso lo spessore della terra,

attraverso i cumuli di ossa e di cenere,

e più giù ancora.

Dove il buio è una macchia livida e il magma

un sole spettrale,

e oltre ancora.

Lascia che ti porti in un castello gigantesco,

fatto di un blocco unico,

che non è roccia, né granito o basalto,

dove gli angeli caduti benedicono la gloria dell’uomo,

il suo dolore e il suo tormento.

Ora lascia che ti porti in alto.

Oltre le montagne arcigne e le nuvole zuccherose,

oltre i pianeti immaginati e gli astri splendenti,

e ancora più in là.

Fino a raggiungere gli spazi siderali senza vita né morte.

Lascia che ti porti in cima all’universo,

sul lembo più estremo,

dove gli angeli vittoriosi benedicono la gloria di Dio,

il peccato originale e tutte le sue piaghe.

Adesso lascia che ti mostri una medaglia,

fatta d’oro, di ferro e legno,

che non ha doppio, ma solo un’unica faccia.

Ecco. Quello sei tu.

di cattiveinclinazioni at 20:31:00 1 Commento