24/12/2004
Vigilia
Vigilia
"Oggi va tutto bene, il sole splende nel cielo, l’aria è pulita e frizzante e le persone sono cordiali e felici. Si, oggi tutto il mondo vi sorride e certamente v’aspetta una bella giornata." Questo sentì Matteo tra veglia e sonno dall’altoparlante della stazione di piazza Garibaldi, lo speaker della radio era così convincente che credeva d’essere morto e rinato in un mondo migliore, ma il morso di una piattola sui coglioni lo fece rinsavire tra le bestemmie. Il giaciglio di cartoni vicino al binario numero ventitrè era ormai sfatto, il via vai dei pendolari lo innervosivano sempre di prima mattina, Matteo allungò la mano sotto un cartone e ne tirò fuori un bottiglione di vino quasi vuoto, tirò su tre grossi sorsi e così terminò la bottiglia e la sua colazione. A dicembre le forze dell’ordine chiudevano un occhio sui tipi come lui, la sera li facevano dormire in stazione giusto per non raccattarli morti congelati in qualche angolo di strada, poi la mattina presto li cacciavano via. Il cesso della stazione era già pieno di balordi, c’era chi si lavava nel lavandino, chi pisciava nel lavandino, chi faceva pompini e chi se li faceva fare, Matteo entrò e vomitò addosso ad un tizio che s’era addormentato in un angolo, l'uomo si svegliò ma sembrava indifferente a quel conato di vino e succhi gastrici. Matteo finalmente riuscì a lavarsi, a pisciare e a cagare poi ritornò al binario ventitré, prese tutti i suoi cartoni e li nascose dietro alla macchina delle pulizie. Quando uscì dalla stazione un vento gelido gli tagliò la faccia, la mattinata era già passata da un pezzo e il resto della giornata non prometteva niente di buono, se la sentiva ‘sta cosa lui. Matteo si avviò sul Corso Umberto, le luminarie e i festoni natalizi erano già anneriti dallo smog del traffico impazzito, tutta quell’atmosfera da vigilia di natale gli faceva venire una gran voglia di bere, dal calzino sudicio tirò fuori un sacchetto di stoffa, dentro c’erano alcuni spiccioli e un paio di foto ingiallite, una donna e due bambini che si tengono per mano, lontani ricordi ormai sbiaditi come quelle foto, flash di una vita che non esisteva più da chissà quanto tempo. Prese gli spiccioli e comprò una bottiglia di vino in un negozio di alimentari. Tra un sorso e l’altro arrivò a piazza Municipio dove lui e gli altri barboni si davano appuntamento, si vedevano tutti fuori al Mc Donald’s, quello vicino al comune di Napoli. Si contavano sempre quando si incontravano e di tanto in tanto qualcuno di loro mancava all’appello, a volte per giorni e mesi, a volte per sempre. La gara per accaparrarsi gli avanzi dei clienti era feroce, spesso finiva in rissa e spesso qualcuno finiva all’ospedale. Matteo teneva d’occhio un tizio giacca e cravatta che s’era appena seduto, aveva un vassoio con ogni ben di Dio, Matteo aveva le budella che gli bruciavano per il vino cattivo ma doveva pur magiare qualcosa. D’un tratto l’uomo rispose ad una chiamata al cellulare, poi, mentre bestemmiava, s’alzò di colpo e filò via lasciando tutto il pranzo sul tavolo. Matteo benedì quell’accidente che era capitato a quel tizio, con tutta calma entrò, si sedette e mangiò senza fretta, alla fine s’addormentò sulla sedia. Quando si svegliò notò che s’era pisciato addosso, gli inservienti se ne accorsero e lo cacciarono via in malo modo. Il freddo s’era fatto insopportabile, ma questo non gli impedì di chiedere un po’ di elemosina sotto un portico di via Toledo, quando racimolò abbastanza soldi comprò un’altra bottiglia di vino e si diresse verso la stazione. Il vento gelido gli rallentava il passo e il bruciore di quel vino non lo riscaldava abbastanza, le puttane e i transessuali che incrociava sul corso non lo degnavano neanche di uno sguardo tanto era messo male. Arrivò in stazione a notte fonda, ci arrivò ubriaco e stremato. Al binario ventitrè dietro la macchina delle pulizie non trovò più i suoi cartoni, era già capitato altre volte che qualcuno s’era preso i suoi cartoni perciò senza perdersi d’animo iniziò a cercarli, sapeva che dovevano trovarsi li vicino. Li ritrovò giù all’ingresso della metro, li avevano presi due marocchini che si stavano preparando per la notte. Matteo era vecchio e malmesso ma quando gli fregavano i cartoni diventava una belva. S’avventò sui due come un leone tempestandoli di pugni e calci, i due vista la furia fuggirono via ma non prima d’averlo colpito allo stomaco. Matteo soffocò un grido di dolore in gola, poi prese i cartoni e fece ritorno al suo binario, il ventitrè. Matteo mise i cartoni alla rinfusa, era stanco e un freddo glaciale gli era improvvisamente caduto addosso, quando aprì il cappotto capì finalmente perché lo stomaco gli faceva così male, uno dei due marocchini gli aveva piantato uno stiletto nello stomaco e lui se ne era accorto appena per via della sbronza. Matteo tirò via il coltello senza un lamento poi si stese sui cartoni, la ferita vomitava sangue in continuazione ed aveva imbrattato i cartoni d’un sinistro color porpora. Dall’altoparlante della stazione lo speaker diffondeva notizie dolci e tranquillizzanti, "Oggi è stata un magnifica giornata per voi ma non temete, domani vi aspetta un altro fantastico giorno fatto di piaceri e soddisfazioni. Perciò dormite pure sogni tranquilli perché, v’assicuro, vi sveglierete sempre in un mondo migliore". A quelle parole Matteo reagì con un sorriso, ora non aveva più freddo e un dolce tepore gli saliva dalla ferita., forse era la volta buona pensò, forse stavolta ce l’avrebbe fatta a svegliarsi in un mondo migliore come diceva quello della radio.
Si, forse.
20/12/2004
Guardone
La tenda mi nascondeva mentre la guardavo, la finestra del suo bagno e quella della mia camera letto praticamente s’affacciavano. Quella finestra era sempre aperta quando lei faceva lo shampoo e spesso aveva solo le mutandine addosso. Lo faceva apposta la troietta, sapeva bene che stavo la dietro a spiarla, si divertiva a farmi impazzire, lei. Aveva tredici o quattordici anni al massimo e quando faceva lo shampoo si piegava sul lavandino mostrandomi, in tutto il suo splendore, un bel culetto sodo e rotondo. A volte, con consumata maestria, si scostava appena appena la mutandina lasciandomi intravedere quei quattro peletti che aveva sulla figa acerba, proprio come adesso. Avevo voglia di menarmelo e di grattarmi il culo, trovai un compromesso, con la mano destra me lo menavo e con la sinistra mi grattavo il culo, il tutto con una sincronizzazione perfetta. Ma sul più bello entrava mio figlio di sei anni che esclamava:
- Papà! Cosa stai facendo?
- Beh, non vedi? Mi sto grattando il culo.
- Si, con una mano, e con l’altra?
- Beh, con l’altra me lo sto menando, ora fila via e non rompermi i coglioni.
Non facevo in tempo a riprende la cosa che già sentivo mio figlio correre dalla madre gridando:
- Mamma! Mamma! Papà se lo sta menando di nuovo.
Quel piccolo bastardello, e giù maledizioni e bestemmie di mia moglie che da fuori la porta mi scagliava addosso con tutta la rabbia e le urla possibili. Riuscivo a riprendere la menata solo dopo che mia moglie e il bambino se n’erano usciti di casa sbattendo la porta. Ero ripartito alla grande, ora quella puttanella aveva la mutandina infilata fra le chiappette rosa, la cappella m’era diventata viola e stavo per venire, ma proprio nell’istante in cui stavo per venire mi dimenticai di tutto, della ragazzina, dell’orgasmo, e mi concentrai sull’atto della eiaculazione. Guardavo quegli schizzi volare dappertutto, sembravano coriandoli liquidi, cercavo di calcolarne le parabole e le traiettorie con precisione scientifica, mi sentivo il Piero Angela delle sborrate. Uno schizzo, però, m’arrivava in bocca, lo assaggiai incuriosito, sapeva di birra e alcool, probabilmente la sbornia della sera prima m’era arrivata fino ai coglioni. Che strano però, immaginavo i miei spermatozoi ubriachi e barcollanti che entravano nella fighetta di quella verginella perdendosi nei meandri del suo utero senza riuscire a trovarne l’ovulo. Si, probabilmente e quella la fine che avrebbero fatto quei vermiciattoli del cazzo…
16/12/2004
Seghe
Quando si parla di seghe letterarie immagino sempre un libro aperto ad una pagina qualsiasi, dove ci appoggi il cazzo a mo’ di segnalibro, poi lo chiudi e inizi a muoverti. Per le seghe mentali non mi viene in mente nulla…per fortuna.
12/12/2004
Videofonini
Avevo preso il mio primo videofonino della Tre. Con 149 euro mi diedero un telefonino Nec e traffico prepagato per cinquanta euro. Cercavo di capirne il funzionamento quando d’un tratto il videofonino iniziò a squillare, era una videochiamata. Accettai la connessione, sul display mi apparve il coniglio di Donnie Darko, era brutto e inquietante e si presentò come Jerry del call center della Tre. Mi fece i videocomplimenti per essere entrato nel mondo Tre, poi disse che avevo ventuno giorni, quattro ore e quindici minuti, prima che il videofonino mi scoppiasse in faccia. Per evitare ciò disse che dovevo versargli tutti i contributi previdenziali dell’intera sua vita lavorativa, poi riattaccò. Non ci feci caso, doveva essere un idiota qualsiasi e così me ne dimenticai. Dopo una settimana arrivò un’altra videochiamata, era lui, il malefico coniglio di nome Jerry, disse che avevo quattordici giorni, otto ore e tre minuti prima che sul mio videofonino comparissero le videochiamate di tutti i videomaniaci esibizionisti d’Italia. Per evitare ciò disse che dovevo consegnargli un fuoristrada BMW X5 di colore nero e con un coniglio rosso disegnato sul cofano, poi riattaccò. Iniziai a preoccuparmi, il pensiero di tutti quei pervertiti che si masturbavano sul mio display mi disturbava alquanto, per un po’ disattivai le videochiamate. Dopo una settimana precisa il coniglio richiamò, l’avevo ribattezzato Jerry Darko, mi disse che avevo sette giorni, dieci ore e trentaquattro minuti prima che sul mio videofonino comparissero tutti video di Al Bano accompagnato dalle gemelle Lecciso. Per evitare ciò disse che dovevo depositargli, su un conto svizzero cifrato, un milione di euro in diamanti, poi riattaccò. La cosa s’era fatta seria, mancavano sette giorni alla scadenza ed io dovevo ancora inventarmi qualcosa. Dopo una settimana chiamò puntuale Jerry Darko, meglio conosciuto come il coniglio cattivo della Tre. Il tempo era scaduto, stava per dirmi qualcosa quando gli piazzai sotto la videocamera la mia lettera di licenziamento, il mio contratto da interinale era scaduto il giorno prima. Il coniglio perse il suo ghigno malefico, iniziò a piangere e a bestemmiare, si disperava il tizio, poi, con un gesto di stizza, chiuse la connessione. Da allora non ricevetti più nessuna videochiamata.
10/12/2004
Amore
L’amore per me è quando mia moglie mi porta il caffè a letto la mattina e lo assaggia per vedere se è buono...
07/12/2004
C'avevano detto
C’avevano detto che potevamo cambiare.
C’avevano detto che potevamo sperare.
C’avevano detto che potevamo guardare aventi.
C’avevano detto che potevamo finalmente liberarci.
C’avevano detto che eravamo tutelati.
C’avevano detto che tutto si sarebbe aggiustato.
C’avevano detto che non avremmo avuto più paura.
C’avevano detto che saremmo stati appagati.
C’avevano detto che quelle idee erano giuste.
C’avevano detto che il mondo sarebbe stato migliore, che ci saremmo elevati tutti insieme in una condizione migliore e che il futuro non ci era ostile.
Tutto questo c’avevano detto, poi…
Ci dissero che non potevamo più volare alto.
Ci dissero che s’erano sbagliati.
Ci dissero che dovevamo cambiare.
Ci dissero che dovevamo dimenticare il nostro passato.
Ci dissero che dovevamo dimenticare le nostre conquiste.
Ci dissero che dovevamo dimenticare le nostre radici.
Ci dissero che dovevamo essere flessibili.
Ci dissero che dovevamo essere responsabili delle nostre azioni.
Ci dissero che nulla ci era dovuto.
Ci dissero che dovevamo drogarci, ubriacarci, picchiare le nostre mogli, dimenticarci dei nostri figli, rinchiuderci nelle nostre case e nelle nostre auto, tenerci stretto un lavoro precario con una paga da fame, andare in analisi, fallire come persone, fare una vita di merda e morire peggio.
Tutto questo ci dissero che dovevamo fare.
E per tutto questo noi non dovremmo odiarvi a morte?
02/12/2004
Chissà perché
Quando sto in moto e qualcuno mi s’avvicina con l’auto e quel qualcuno mi spruzza in faccia l’acqua del tergicristalli, ecco, dopo tutto questo chissà perché quando arriviamo allo stop mi sale l’irrefrenabile voglia di scendere dalla moto e di bucargli tutt’e due le ruote lato guida con il mio cacciavite.