16/11/2005

Registi

Registi

 

Michael Moore è un attempato e obeso cittadino degli Stati Uniti d’America, il suo faccione da gattone rossastro e spelacchiato e la sua mole ricordano molto Giuliano Ferrara, per fortuna la loro somiglianza finisce là. Moore di mestiere fa il regista cinematografico ma per passione e vocazione fa il rompiscatole, la spina nel fianco e la cattiva coscienza dei suoi compatrioti. I suoi film sono famosi per evidenziarne e denunciarne tutte le macroscopiche contraddizioni; un’intera nazione ostaggio delle proprie paure e fobie, malata di ideologia e dietrologia e che si alimentata con robuste dosi di cinico liberismo e di strisciante imperialismo, salvo poi mostrare i muscoli e alzare il vessillo della libertà quando viene accusata, per le sue nefandezze, dai governi mondiali. Il film Fahrenheit 9/11, che ha valso a Michael Moore la palma d’oro al 57esimo festival di Cannes nel 2004, è una requisitoria vera e propria con accuse gravissime contro George W. Bush e la sua amministrazione. In quasi due ore il regista fa scoperte, cita nomi, intervista testimoni e alla fine presenta il conto al presidente degli Stati Uniti d’America. Ne esce fuori il ritratto  di un figlio di papà cocainomane e imboscato durante la guerra del Vietnam, socio in affari della famiglia Bin Laden e legato indissolubilmente a Dick Cheney suo vero mentore nonché proprietario della Halliburton, società che ha vinto praticamente tutti gli appalti della ricostruzione in Iraq. Ma accusare il presidente degli Stati Uniti in carica e piazzarne gli stiletti nel cuore è uno sport molto in voga in America, da Nixon in poi è diventato un po’ come sparare sulla croce rossa, tutti lo possono fare senza essere tacciati di antipatriottismo. No, il vero capolavoro di Michael Moore è Bowling from Colombine e vi dirò perché. Tutto parte dal titolo, che prende spunto da un efferato massacro perpetrato da due adolescenti che seguivano un corso di bowling al posto dell’educazione fisica che facevano a scuola. Una mattina i due studenti entrarono alla Columbine High School e uccisero dodici compagni e un insegnante prima di suicidarsi. Trovare quelle armi per loro non fu mai un problema. Da li inizia il suo personale viaggio attraverso gli States, dove ci sono più armi che cittadini e dove le vittime da armi da fuoco sono da guinnes dei primati, dove le lobby delle armi condizionano pesantemente il congresso affinché non legiferi contro di loro, arrivando ad assoldare come testimonial figure patetiche e grottesche come l’attore Charlton Heston. Con questo documentario, volutamente scorretto e odioso, il regista sferra il suo attacco più feroce alle viscere della sociètà americana, scuotendone le fondamenta e mettendone in discussione la sua middle class, quella classe media fatta di case col mutuo e di auto familiari, di domeniche in chiesa e di sabati al centro commerciale, di pistole e fucili tenuti come se fossero ombrelli o scope. E’ un po’ come se il regista fosse entrato di nascosto in una di quelle villette a schiera della sterminata periferia americana, ne avesse attraversato prima il soggiorno pacchianamente arredato, poi la cucina straripante di elettrodomestici inutili, fino ad uscire dalla porta posteriore sul giardino dietro casa. Lì avrebbe trovato la classica famiglia americana al completo: padre violento e mezzo ubriaco, madre truccata da battona e nevrotica e figli in soprappeso e maniaci depressivi. E mentre le note dell’inno americano fendevano l’aria, lui si sarebbe avvicinato, mano sul cuore, al barbecue pisciando sopra alle costolette di maiale, poi si sarebbe pulito la cappella con la bandiera americana che in quelle case non manca mai. Tutto questo nella festa dell’indipendenza del quattro di luglio mentre il cielo viene appestato da fuochi d’artificio bianchi, rossi e blu.

 

God bless Michael Moore.