29/01/2006

Storia di gatti e di allucinazioni

Storia di gatti e di allucinazioni


Stasera sto talmente male che sembro un cadavere, ho tutti i muscoli indolenziti e la testa che mi scoppia, per di più fuori c’è un gelo polare e piove a dirotto, anzi diluvia. Già, ci mancava solo ‘sto tempaccio per darmi il colpo di grazia. L’auto è in riserva da un bel po’ma non ho ne soldi ne tempo per poter fare benzina. Quando sei solo a casa con l’influenza che ti tormenta da quasi una settimana la prima cosa che ti viene a mancare è il cibo, poi le medicine e poi la forza di muoverti. Ecco, sono arrivato all’ultimo stadio, ho il frigo vuoto e neanche un’aspirina in casa, in pratica sto morendo di stenti. Per la mia ex moglie sono solo un idiota menefreghista e strafottente, uno sfigato lentigginoso e dai capelli rossi che non è capace di mantenersi uno straccio di lavoro, me le ha sempre rinfacciate ‘ste cose ma chissà perché scelgo sempre questi momenti per darle ragione. Forse dovevo ascoltarla, forse dovevo diventare più cinico e determinato come diceva lei, ma non sono così, non lo sono mai stato. L’ho chiamata prima di uscire, volevo farmele comprare da lei le medicine visto che sto veramente da schifo, volevo farmele portare a casa, ma al telefono non ha risposto. Ormai da un po’ di tempo lei non risponde più alle mie chiamate. Alla prima farmacia di turno mi fermo e spendo gli ultimi soldi tra antinfluenzali e antidolorifici poi ritorno verso casa con i crampi allo stomaco per la fame. Spero di sentirmi meglio domani così finalmente potrò uscire per cercarmi un lavoro e mantenermi. Il tergicristalli stenta a pulire il parabrezza dalla pioggia, in quest’auto tutto stenta a funzionare. L’illuminazione stradale è scarsa, quella della mia auto pure, guido quasi al buio, fortuna che ogni tanto la luce di un fulmine illumina la strada. Come al solito non c’è posto sotto casa, mi tocca parcheggiare lontano e mi tocca pure beccarmi ‘sta pioggia gelata. Mi trascino sul marciapiedi sperando di raggiungere casa al più presto, d’un tratto vedo due cani bastardi che puntano non so cosa, il più piccolo gli ringhia contro mentre il più grande lo tiene bloccato in un angolo, sono eccitati ‘sti cagnacci, lo si vede bene. Dal buio vedo spuntare due occhi splendenti come diamanti e minacciosi come lame di coltelli, appartengono ad un enorme gatto nero che d’improvviso esce dall’oscurità e salta addosso ai due cani. Il più grosso è preso alla sprovvista, cerca di difendersi ma il gattone nero gli affonda le unghia al collo e non lo molla, intanto il più piccolo con un balzo gli piomba sulla schiena azzannandogli le scapole. Il gatto sanguina sotto i morsi del cane piccolo, miagola dal dolore ma non molla l’altro che invano cerca di liberarsi. La caciara che ne vien fuori allarma tutto il vicinato, dalle case c’è chi si affaccia sfidando pioggia e freddo; qualcuno inveisce; qualcuno altro lancia oggetti contro gli attori di quella assurda rissa. In genere non intervengo mai in queste diatribe tipo cane-gatto, gatto-topo ecc. sono cose che vanno così, è la vita. D'altronde noi cosiddetti esseri umani non facciamo lo stesso ai nostri simili? Ma la vista di quel gatto che sta per capitolare mi rende nervoso e quindi decido di intervenire in suo favore. Il primo calcio è per il bastardello piccolo che molla le spalle del micio, poi è la volta del bastardone grande al quale rifilo un calcione tra le palle così forte che lo libera dalla presa del gatto. I due cagnacci si fermano un attimo per guardarmi, vorrebbero azzannarmi come hanno fatto con il micio, poi ci ripensano e s’allontanano zoppicando e abbaiando. Finalmente la calma è tornata in quell’angolo di strada, non c’è più niente da vedere e così gli spettatori rientrano nelle loro case. Il gatto è lì a terra riverso su un fianco, ora lo vedo bene, il gatto non è un gatto ma una gatta che miagola per il dolore e le sofferenze. In mezzo alle spalle ha uno squarcio che vomita sangue, il cagnaccio piccolo ha fatto un buon lavoro con le sue zanne. Mi avvicino alla gatta per aiutarla ma lei per tutta risposta mi allunga una zampata e mi graffia la mano. E’ ancora combattiva lei anche se è visibilmente debole, di sicuro con quella ferita non arriva a domani. Non so perché ma rimango ad aiutarla, forse dovrei fregarmene e lasciarla lì a terra a morire dissanguata ma non ne sono capace, è più forte di me. Anche di questo mia moglie si lamentava, diceva che mi occupavo sempre degli altri e mai a sufficienza di lei. Dopo un po’ la gatta, vuoi per la stanchezza, vuoi perché inizia a fidarsi, mi lascia fare. La prendo delicatamente e la appoggio sul braccio destro poi la copro con il giaccone per proteggerla dalla pioggia, il suo sangue cola da tutte le parti e mi imbratta gli abiti, la gatta mi guarda perplessa, glielo si legge in faccia che non s’aspetta questo aiuto, specialmente da un uomo. Chissà quante ne ha passate. Riesco finalmente ad arrivare al portone, ora inizio a tossire forte e sputo catarro e succhi gastrici in continuazione. Non so chi stia più male se io o la gatta. Citofono a Paolo il veterinario, lui non si rifiuta mai di aiutare un gatto specie se randagio e malandato. Prendo l’ascensore e la porto sopra, Paolo e fuori la porta che m’aspetta in pigiama, è assonnato, forse dormiva.

- Chi è questa gatta, cosa le è successo?

- Come fai a sapere che è una gatta, io ci ho messo mezz’ora per capirlo.

- Lo so e basta, chi l’ha ridotta così?

- Due cani bastardi l’hanno aggredita e ferita alla spalla, puoi aiutarla?

- Vediamo, ora portala dentro.

La portiamo in una stanzetta adibita ad infermeria, dentro ci sono un pappagallo con una zampetta fasciata e un coniglio con l’orecchio mozzato, si guardano in cagnesco loro, si direbbe che vogliano azzuffarsi, lo si vede bene. Ci degnano solo di un breve sguardo, poi tornano a lanciarsi occhiate di sfida dalle loro gabbie. Stasera sembra che tutti gli animali si odino tra loro. Paolo stende la gatta su un tavolo di metallo e dopo aver disinfettato la ferita inizia ad armeggiare con ago e filo. La stanchezza mi annebbia la vista, mi siedo su una poltroncina fuori al corridoio e chiudo gli occhi. Quando li riapro Paolo ha appena finito di ricucire la ferita.

- ‘Sta gatta non s’è lamentata nemmeno un po’ mentre la operavo.

- Già, ha qualcosa di inquietante, sembra di un altro mondo.

- Ha perso molto sangue ma ce la dovrebbe fare, è robusta lei. Ora portala giù da te e falla riposare, domattina me le riporti per un controllo.

- Senti Paolo…sai che non ho soldi per pagarti…

- Lo so, non preoccuparti. Guarda che neanche tu sei un granché a vedersi, sei di un pallore tremendo e quasi non ti si vedono più le lentiggini, perché non ti curi.

- Si lo so, ora torno a casa e prendo ‘ste medicine che ho comprato.

- Sembri affamato, perché non ti fermi a mangiare qualcosa.

- Ti ringrazio Paolo ma non è il caso, sono stanco e voglio andare a dormire, buonanotte Paolo.

- Notte Carmine, fammi sapere.

Stavolta non prendo l’ascensore, ho finito le monetine e per scendere prendo le scale. Sento lo stomaco che borbotta per la fame, avrei dovuto accettare l’invito di Paolo e mangiare qualcosa da lui, mi stupisce sempre più la mia mancanza di carattere. Casa mia è gelata come sempre ma il calore che la gatta emana da sotto il giaccone mi da uno strano senso di benessere, stare in contatto con lei sembra rianimarmi, ora non tossisco quasi più e il mal di testa è scomparso, anche la fame si è attenuata. Appoggio la gatta sul divanetto di fianco al mio letto, mi guarda in continuazione lei e non mi molla un attimo. Mentre mi spoglio sciolgo due aspirine in un bicchiere d’acqua, la gatta è sempre lì che mi fissa. Bevo l’acqua con le aspirine e m’infilo a letto stanco e dolorante, il bruciore del medicinale e come un pugno nello stomaco, l’acidità m’arriva alla gola ed esplode in un enorme rutto, il boato impaurisce la gatta che va a nascondersi sotto il letto. Spengo le luci, nel buio due diamanti scintillanti mi segnalano la posizione della gatta, e ritornata di nuovo sul divanetto. M’addormento quasi subito ma è un sonno agitato e pieno di incubi, sudo freddo sotto le lenzuola e non riesco a respirare. Mi sveglio che tremo come una foglia, guardo fuori ed è ancora notte fonda, mi rigiro al buio e non trovo gli occhi scintillanti della gatta, forse sta dormendo. E invece no, rivedo quei diamanti di ghiaccio sospesi a mezz’aria davanti al mio letto. L’angoscia e la paura mi paralizzano gli arti, a fatica faccio uscire da sotto le lenzuola una mano tremolante che va ad azionare un interruttore. La luce è violenta e mi acceca gli occhi. Riacquisto la vista e là dove c’erano due occhi fluorescenti ora ci sono due occhi neri e profondi incastrati nel viso d’una splendida femmina dalla pelle color pece, è nuda ad ha lunghi capelli lisci e corvini. Credo davvero d’essermi bevuto il cervello. La visione si anima e si avvicina al letto, è alta circa un metro e settanta ed ha seni grandi e turgidi, la bocca carnosa diffonde lussuria e desiderio in tutto l’ambiente ed io mi sento morire.

- Chi sei?

- Non preoccuparti, sono qui per curarti.

- Ti conosco?

- No, ma io si. Conosco tutti voi da innumerevoli anni, io. So chi siete come agite e cosa pensate.

- Allora sai anche che ho una paura fottuta.

- Si lo so, non aver paura io sto dalla tua parte.

- Beh…sarebbe la prima volta.

La visione allunga un braccio e poi un indice ricoperto da un unghia lunga e bellissima, sembra di madreperla. Entrambe si posano sulla mia bocca.

- Sssshhh…ora non parlare più, libera la tua mente e lascia che io entri in te.

La visione adagia il suo corpo d’ambra sopra di me, i suoi seni premono forte sul mio petto e sento la sua bocca muoversi intorno al mio collo, poi sulla mia bocca. Il suo odore penetrante sa di spezie e di incenso, non avevo mai sentito un odore così pungente ed inebriante, la mia mente immagina savane e deserti, foreste e mari, principio e fine, nascita e morte. Mi sciolgo pian piano, allargo le braccia per stringerla forte a me ma il suo grido di dolore mi blocca, il suo corpo s’irrigidisce mentre la bocca si apre mostrandomi enormi e preziosi canini fatti d’un avorio scintillante. Colto dallo spavento ritiro la mano dalla sua schiena, la guardo, è insanguinata. Prendo un po’ di coraggio e con l’altra mano le ispeziono le spalle, il mio tatto dice che c’è una grossa ferita all’altezza delle scapole. Ora il suo corpo è tornato a muoversi morbido e sinuoso sopra di me, sembra un enorme serpente nero che cerca di ghermire la sua preda ed io sono eccitato come non mai. Le sue gambe si allargano, il ventre si apre ed io le entro dentro con tutto il mio essere. Andiamo avanti così tutta la notte tra orgasmi e spasmi di dolore e godimento. Alle prime luci dell’alba m’addormento esausto, il mio è un sonno che non avevo mai provato prima, un sonno profondo e ancestrale, un sonno che attraversa i millenni, oltrepassa le ere e mi riporta qui. Mi sveglio che è pomeriggio, la visione di colore non c’è più e neanche la gatta nera, le cerco per tutta la casa ma non le trovo. Stranamente mi tornano in mente quelle storie che leggevo da ragazzo e di cui ero appassionato, quei racconti parlavano dei misteri e della mitologia dei gatti, di gatti che nell’antico Egitto proteggevano i faraoni da nemici e malattie e di gatti che nel medioevo, al tempo delle streghe, assumevano la forma di uomini, donne e diavoli. Chissà perché mi sono ritornate in mente quelle immagini. Mi sento di un bene divino, non ho più dolori e la forza mi è ritornata, anche il mio colorito rossiccio è tornato e le lentiggini ora si vedono chiaramente. Esco finalmente a cercarmi un lavoro. La serata è tranquilla, in strada ci sono poche persone e nelle case le famiglie iniziano a riunirsi, passo sotto i loro balconi aperti e sento le chiacchiere, i rimproveri, i litigi. Io mi accendo una sigaretta. Un piccolo bastardello di cane mi segue, forse cerca un padrone, forse solo un po’ di compagnia. Da quella notte son passati sette mesi buoni, nel frattempo ho trovato lavoro come magazziniere in un negozio di ricambi auto, lo stipendio non è granché ma mi permette di arrivare a fine mese. Eppure ripenso ancora a quella notte, alla gatta, a lei, non so dire se di loro m’è rimasto un ricordo o un sogno, me lo sto ancora chiedendo. Il cagnolino d’un tratto si ferma e si mette a ringhiare poi si volta e scappa via, ho uno strano presentimento, mi giro anch’io e stesa su un muretto trovo lei, la gatta nera. La gatta non è sola, con la lingua sta lavando un cucciolo di micio. Che strano, il gattino ha il pelo rosso e il musetto pieno di lentiggini, effettivamente come gatto fa veramente schifo. La gatta smette di lavare il piccolo e miagola qualcosa, io m’avvicino come rapito dal canto di una sirena poi prendo lei e il gattino e li porto via. In fin dei conti il ricordo è ancora vivo, mi è entrata nel sangue lei, peggio di una malattia. Cosa sia accaduto quella notte io ancora non so dirlo, se sono stato vittima di un evento misterioso e soprannaturale o semplicemente di un’allucinazione dovuto alla febbre. Ma di una cosa sono sicuro;

nel dubbio non lascio la mia prole in giro per il mondo.

di cattiveinclinazioni at 23:15:54 5 Commenti

22/01/2006

Ordinarie storie d'amore al tempo dei bronx di periferia

Ordinarie storie d'amore al tempo dei bronx di periferia

Ovvero: Fausto Papetti non ci avrebbe mai suonato sopra

 

Salvatore ama Lucia: così ci aveva scritto su quel muro insozzato dietro il comune di S.Giovanni a Teduccio, l’aveva scritto con un pennarello nero indelebile tra un Maria si na' puttana e un Gennaro tiene e' ccorn. Chissà forse i due si conoscevano, si chiese dubbioso Salvatore. E lui l’amava veramente a Lucia, gliel’aveva detto in una afosa domenica sera di Luglio, per l’occasione s’era fatto prestare la panda 45 dal padre, quella con la marmitta rotta e la perdita d’olio, e davanti a un sacchetto di taralli e una birra peroni grande s’erano giurati amore eterno sul lungomare di Mergellina. Gigi D’Alessio cantava in sottofondo Annarè quando lui le diede il primo bacio sotto la luna bugiarda di via Caracciolo. Salvatore ne era sicuro, Lucia era la tipa giusta, non come quell’altra, Nunzia, che l’aveva spezzato il cuore un anno e mezzo fa; quella mattina partiva per il militare e alla stazione di piazza Garibaldi sul binario quindici davanti al regionale per Frosinone lei gli disse che lo lasciava per sempre, che non meritava un ragazzo buono e bravo come lui. Salvatore partì con la morte nel cuore e ci morì veramente in quella caserma, furono davvero dodici mesi d’inferno quelli, sempre a chiedersi perché l’aveva fatto. Dopo venne a sapere che l’aveva lasciato per il figlio del pasticciere, quello col negozio di fronte casa sua, per mesi le aveva fatto una corte spietata a colpi di babà e sfogliatelle gratis; le sue preferite. Cinque anni di fidanzamento, di cui quattro passati in casa sua, buttati nel cesso, al solo pensarci gli saliva ancora la pressione a mille. Ora Salvatore si sentiva tranquillo con Lucia, lei aveva quattordici anni e lui diciannove e da quando era tornato dal militare si sentiva ormai uomo fatto, anche se per il momento si arrangiava facendo il garzone in un minimarket di via Ferrante Imparato. Salvatore portava la spesa a domicilio alle famiglie del quartiere, ma il suo sogno era quello di diventare banconista, spicciare i clienti che ti chiedono gli affettati e i latticini, quello era il vero posto per lui e prima o poi ci sarebbe arrivato. Gli anni passarono svelti e Salvatore fu promosso banconista come voleva, ora nel minimarket comandava lui, dietro la vetrinetta dei formaggi con quel camice bianco addosso s’atteggiava più a medico dell’ASL che a un salumiere, Lucia invece era al terzo anno dell’istituto professionale per il commercio, ancora pochi mesi e avrebbe preso la qualifica di segretaria contabile, a Salvatore gli si gonfiava il petto quando diceva ‘sta cosa agli amici, lui che a stento aveva preso la terza media. Ma qualcosa stava cambiando, le uscite diventavano più sporadiche e posti come Mergellina, Posillipo e San Martino, che prima le erano sempre piaciute, ora non le dicevano più niente. Lucia cominciò a dire che era cresciuta e che non le andava più di fare sempre le stesse cose, Salvatore accusò il colpo e un po’ cominciò a preoccuparsi, anche perché stava già cominciando a parlare di matrimonio. Una domenica mattina Lucia disse a Salvatore che non poteva uscire con lui, doveva andare improvvisamente al matrimonio di una lontana cugina e che non era il caso di aspettarla perché avrebbe fatto tardi. Le preoccupazioni di Salvatore divennero subito sospetti, una sparata del genere Lucia non l’aveva mai fatta, neanche quando litigavano di brutto, ebbe conferma dei suoi sospetti quando la domenica successiva gli disse che non poteva uscire con lui perché doveva andare alla cresima di una sua nipote e che non era il caso di venirci perché si sarebbe annoiato. Salvatore capì tutto, Lucia si teneva a un altro, ma fece finta di niente e mantenne un contegno irreprensibile, quasi fosse un anglosassone, doveva prima capire se l’aveva persa per sempre. L’epilogo avvenne un mercoledì pomeriggio, c’era la partita dell’anno al S. Paolo, il Napoli si giocava la promozione in serie A contro l’Avellino e Salvatore non voleva mancarci per niente al mondo, armati di sciarpe e bandiere lui e suo fratello Pasquale a bordo di una vespa px 150 senza assicurazione si avviarono speranzosi allo stadio quando arrivò improvviso un lungo e sgrammaticato sms di Lucia, c’era scritto che lo lasciava perché lui la trascurava e non la capiva, che lei aveva altri progetti e che in quei progetti lui non ci stava per niente. Salvatore si fece lasciare su una panchina del viale Augusto, non gli andava più di andare allo stadio, quella zoccola gli aveva intossicato la partita, la giornata, la vita. Il boato proveniente dallo stadio dopo un gran gol del Napoli lo risvegliarono dal torpore in cui era caduto, Salvatore si alzò di scatto e si mise anche lui a gridare a squarciagola bestemmie e frasi sconnesse per la strada, finché, chiamati da qualcuno, non arrivarono i carabinieri a portarselo via. Dopo quella storia Salvatore si beccò un esaurimento nervoso che lo tenne rinchiuso in una casa di cura di Pomigliano per più di un anno, dalla madre apprese che Lucia s’era messa col figlio del ragioniere dove lei andava a fare pratica di contabilità e che si sarebbero sposati presto perché era incinta di quattro mesi. Quando Salvatore fu dimesso dalla casa di cura aveva un anno in più e una insonnia cronica che gli faceva passare le nottate in bianco; l’ultimo regalo di quella triste esperienza. Tramite quelli della clinica riuscì a farsi assumere come guardiano notturno nel garage di una cooperativa di autotrasportatori, ci lavorava in nero e i soldi non erano molti ma gli permettevano di tenere un monolocale più servizi in affitto e un frigo quasi sempre pieno, e poi c’era lei, Antoniya, la russa di Vladivostock. Antoniya l’aveva conosciuta al tempo del ricovero in clinica, lei s’occupava di un vecchietto malato di Alzheimer parcheggiato lì da chissà quanto tempo, lui all’inizio non la notò, perso com’era nei tarli della sua nevrosi, poi man mano conoscendola notò nacque in lui una certa simpatia. Certo, di legami stretti tipo fidanzamento Salvatore non ne voleva sentir più parlare, lui pensava piuttosto ad una sorta di convivenza libera, giusto per farsi compagnia un po’. E su quelle basi Antoniya si trasferì da lui. Nelle notti d’estate quando il caldo diventava opprimente Salvatore piazzava la sedia a sdraio proprio al centro dell’autorimessa per catturare un po’ di fresco, spesso a fargli compagnia in quelle lunghe serate c’era Antoniya, che si stendeva al suo fianco su un lettino da spiaggia, e quando il cielo era stellato ma stellato veramente, Salvatore ubriaco ma ubriaco veramente, la luna bugiarda ma bugiarda veramente, si poteva sentire Salvatore sussurrare qualcosa ad Antoniya:

 

Antò, forse te voglio bbene…

di cattiveinclinazioni at 18:20:05 3 Commenti

15/01/2006

Visita medica

Visita Medica

 

- Ma dove cazzo vai! Si vede lontano un chilometro che stai benone, questa è solo una scusa per allontanarti dal lavoro. -

Gianni, il mio principale, faceva sempre ‘ste storie quando dovevo fare una visita medica, fosse stato per lui sarei morto tra quelle scartoffie da chissà quanto tempo.

- Ora ascoltami bene, io scoppio di salute alla faccia tua, ma ho un problema alla vista, sono settimane che mi lamento di queste strane macchie rosse e blu che mi passano davanti agli occhi. Stamattina ho una visita oculistica all’A.S.L e alle nove e trenta devo trovarmi lì. Puoi anche dirmi di non andare, ma se un giorno scopro che ho qualcosa agli occhi per colpa delle massacranti ore che mi fai passare davanti a quel fottuto computer per sbrigare la contabilità aziendale, giuro che ti faccio una vertenza sindacale da farti rimanere in mutande. E poi dove cazzo lo trovi un altro ragioniere che si fa il culo per novecento euro al mese? –

- Ma certo che ti faccio andare! La salute prima di tutto! E poi lo sai quanto io ci tenga a te.

- Già, lo so…-

Esco dall’ufficio con un strano presentimento, quella visita m’aveva messo addosso una strana ansia, già vedevo l’oculista che, con grande cordoglio, mi condannava alla cecità con bastone, occhiali neri e un cagnaccio che mi avrebbe portato a spasso e pisciato sui piedi. Comunque tra poco avrei saputo tutto. Le panchine del centro direzionale sono gremite di persone che prendono il sole: ragazzi con fidanzate, nonni con nipoti, mamme con figli, tutti sembrano felici e nessuno che si curi del mio dramma. M’avvio tra l’indifferenza generale verso piazza Nazionale, la mia meta si trova lì. La distanza è poca e ne approfitto per fare quattro passi. L’A.S.L. si trova in un edificio ex I.N.A.I.L. che a sua volta era stato ex E.N.P.A.S. L’usciere mi dice che l’oculista è al secondo piano, l’ascensore invece è in fondo al corridoio. L’ascensore è largo si e no un metro, ma in compenso è lungo due, non ho mai visto un ascensore con una porta così piccola, probabilmente è un modello fabbricato appena dopo la guerra, quando le specifiche tecniche avevano come modello di riferimento un italiano medio magro e denutrito. Aspetto l’ascensore insieme a una grassona sudata e con una gamba fasciata, di sicuro non ci entrerà mai perciò prendo le scale e salgo fino secondo piano. La sala d’attesa è gremita di persone, la maggior parte sono vecchi decisi a prolungare in tutti modi la loro esistenza e le loro sofferenze. Ma qualcuna è decisamente più giovane e carina ed io l’ho già adocchiata. In un angolo una donna sulla quarantina è in attesa di chissà quale visita: mora, un metro e cinquanta per una cinquantina di chili, lunghi capelli neri a caschetto, ombretto rosa che incorniciano due splendidi occhi color smeraldo. Il bermuda militare a vita bassa e il top verde coordinato mettono in risalto delle forme decisamente prosperose, e mentre il cazzo mi diventa duro come l’acciaio finalmente dimentico la mia cecità imminente. Per colpirla al cuore sfodero il mio famoso sorriso e la sguardo irresistibile da latin lover, ma questi sembrano non fare breccia in quella fortezza di tenera carne. Peccato. Un posto su una poltroncina si libera ed io mi siedo, le ore passano lente mentre guardo le persone susseguirsi nei vari studi. La noia di quel posto mi porta all’ansia, l’ansia mi porta ad un attacco di panico e l’attacco di panico mi fa ricordare che oltre quella porta c’è qualcuno pronto per dirmi che diventerò cieco. Poi la poltroncina al mio fianco si libera e la bella mora ci si siede, per la gioia mia e del mio cazzo. Stavolta provo un approccio più discreto, mi fingo timido e introverso e con fare distratto le sfioro il seno con un gomito. La mora si gira di scatto e dopo avermi fulminato con un’occhiataccia si alza e se ne và. Peccato once again. L’allarme dell’ascensore suona, si vedono gli uscieri correre preoccupati poi uno di loro si ferma e dice che al pianterreno una donna obesa e con la gamba fasciata s’è incastrata tra le porte dell’ascensore e che non riescono a tirarla fuori. Dallo studio dell’oculista un’infermiera vien fuori e mi chiama, ci siamo, è il mio turno. Mi alzo e attraverso la sala d’aspetto con falsa calma quando improvvisamente la mora provocante mi si para davanti e comincia a sussurrarmi qualcosa all’orecchio.

- Ascoltami bene perché non lo ripeterò una seconda volta; faccio dei pompini con l’ingoio che neanche te l’immagini, sono capace di tenerti dentro per ore senza farti venire e se vuoi puoi anche mettermelo nel culo. Mi prendo cento euro per tutto, abito al palazzo di fronte al quarto piano e mi chiamo Veronica, il mio nome lo trovi sul citofono. Ti starai chiedendo perché me e perché in questo posto, ti chiarisco brevemente le idee. Devi sapere che prima battevo in macchina vicino all’ippodromo di Agnano, poi sono dovuta andar via a causa della concorrenza Albanese e Rumena, i loro protettori minacciavano sempre di accoltellarmi. Poi ho iniziato con gli annunci sui giornali ma la cosa non attirava molti clienti. Una giorno venni qui per fare una visita ginecologica, quella mattina in tanti cercarono di sedurmi, alcuni offrendomi anche dei soldi, così scoprii che l’A.S.L. era il posto ideale per rimorchiare le persone. All’inizio agganciavo le persone a cardiologia, ma dovetti smettere quando rischiai di perdere un cliente per infarto mentre scopavamo, poi provai con urologia ma avevo a che fare sempre con persone con seri problemi di incontinenza. A oculistica trovai i soggetti migliori, notai che le persone con problemi alla vista avevano sempre il cazzo duro e una gran voglia di scopare, come vedi tu ne sei la prova evidente. Ora scendo e vado casa a preparami, tu rimani e mi raggiungi tra dieci minuti. –

Rimango imbambolato a guardarla mentre sparisce tra le scale, ci pensa l’infermiera a svegliarmi chiamandomi di nuovo, di scatto mi avvicino e le dico che, causa forza maggiore, non posso più fare la visita. La ringrazio e vado via. Trovo un telefono pubblico e chiamo Gianni al lavoro.

- Guarda che io sono ancora qui dall’oculista, la dottoressa dice che il tuo computer m’ha quasi compromesso le pupille e perciò devo fare una visita approfondita, dice che ci vorrà un’oretta salvo complicazioni. A proposito la visita specialistica viene cento euro e li paghi tu sennò ti denuncio all’ispettorato del lavoro; è chiaro! –

- Cazzo! Devi essere ridotto proprio male. Va bene, ho capito, la pago io la visita. Ma almeno è brava? –

- Beh, credo proprio di si e comunque tra poco lo scoprirò…-

di cattiveinclinazioni at 21:05:58 2 Commenti

12/01/2006

Sono convinto

Sono convinto

 

Sono convinto che Maria De Filippi, la moglie di Maurizio Costanzo, e la Margherita Boniver, sottosegretario agli esteri, siano sorelle…o fratelli.

Vedete un po’ voi.

di cattiveinclinazioni at 21:24:36 Commenta:

08/01/2006

Pannoloni

Pannoloni

 

La maggior parte di voi ha portato i pannolini fino a cinque anni, quelli più restii fino ai dieci; io a trent’anni li porto ancora. Ovviamente porto i pannoloni da adulti, quelli che generalmente mettono i vecchi incontinenti con gravi problemi di enuresi, ma io non soffro di quella malattia. Quello che mi porto dietro è qualcosa di psicosomatico, potrei definirlo viscerale ma la battuta è fin troppo scontata. Sin da bambino ho ricevuto punizioni ed umiliazioni per questa mia predisposizione a farmela addosso di giorno e di notte e con gli anni mi ero quasi convinto di essere anormale. Gli psicologi presso cui i miei mi mandavano si prodigavano a scavare nella mia vita e nel mio animo, cercando cause e motivazioni, sfornando conclusioni e diagnosi tali da farmi sentire menomato. Nulla di meglio accadeva durante i ricoveri in ospedale: terapie farmacologiche, esami medici umilianti. Niente, continuavo sempre a farmela addosso. Alle elementari mia madre si confidò con una bidella sua amica della mia condizione, dopo mezz’ora mi guardavano tutti con l’aria schifata e dopo un’ora in classe mi chiamavano tutti pisciasotto, tranne uno. Michele era un bambino timido e introverso, tutto il contrario di me che ero aggressivo e indisponente, avevo sviluppato quel carattere per difendermi in mezzo a quel branco di alligatori. Lui soffriva di enuresi dalla nascita a causa di un’infezione viscerale cronica, era in cura da anni ma l’infezione non mollava, anche lui portava i pannoloni e credo che non fu il caso a metterci insieme nella stessa classe. Ci sedevamo negli ultimi banchi con il vuoto intorno a noi, la puzza di piscio che ci circondava allontanavano anche i topi che infestavano la scuola. Continuammo a stare insieme fino alla quinta elementare, poi Michele morì per le complicazioni dovute a quell’infezione, avevo dieci anni. La morte di Michele mi colpì profondamente, arrivai a pensare che quella fosse la punizione che dio infliggeva ai pisciasotto come me e che da un momento all’altro sarei morto anch’io, preso dallo sconforto e dalla paura smisi di pisciarmi addosso. Da allora la mia vita si svolse come quella degli altri ragazzi: sport, amici e ragazze non mi erano più negati ed io non mi sentivo più un anormale. Ma non mi sentivo nemmeno normale e quella sensazione me la portai dietro come un fuoco che covava sotto la cenere, avevo un malessere interiore, una infelicità di fondo che non riuscivo a scrollarmi da dosso. Capitò per caso durante una partita di calcetto, nel mezzo di un contrasto mi pisciai sotto, quella fu la prima tegola, il primo avvertimento. Avevo venticinque anni. Da allora cominciai a pisciarmi addosso sempre più di frequente; al lavoro; con gli amici; con la ragazza; il mio corpo stava regredendo e non controllavo più le mie funzioni corporali, a malincuore cominciai a mettere il pannolone. All’inizio fu tremendo, mi sembrava di essere tornato all’elementari e negli incubi vedevo mia madre ammonirmi mentre mi indicava la tomba di Michele. Poi accadde qualcosa di inaspettato, col tempo gli incubi svanirono come pure quel malessere dell’animo, pian piano cominciai a provare uno strano appagamento, un tranquillità interiore che mai avevo provato prima. Non c’erano dubbi, quei pannoloni avevano su di me un effetto salvifico e finalmente mi fu chiaro il perché, ormai quella coltre di nubi che mi ottenebrava il cervello s’era di colpo dissolta. Ero un incontinente psicosomatico. Da bambino per me i pannolini erano il calore; il benessere; la felicità; una carenza di affetto che surrogavo con quel effetto pacchetto, una sorta di camera gestazionale dove il liquido amniotico era sostituito dalla mia urina, un po’ come faceva Linus con la sua coperta. Tutto ciò mi fu sottratto anzitempo dall’ottusità e dall’insensibilità dei grandi, facendomi diventare un frustrato insicuro di ogni mia azione. Ora non potevano più rinchiudermi in freddi slip o boxer, ora avevo di nuovo il mio spazio vitale e per niente al mondo me ne sarei più liberato. Purtroppo la mia vita sociale andò perduta in breve tempo, la mia ragazza e gli amici mi abbandonarono e per non perdere il lavoro dovetti adottare degli accorgimenti: l’istinto di conservazione degli animali li mette sempre in condizione di sopravvivere in un ambiente ostile. Portavo sempre pantaloni di una o due taglie più grande mentre i pannoloni dovevano essere sottili e con grosse doti di assorbenza e silenziosità del materiale plastico, dopo vari tentativi trovai perfetti allo scopo i Linidor Abbraccio con polimeri assorbenti all'interno del fluff assorbente, non ingombravano e mi garantivano almeno tre ore di autonomia nel caso in cui avevo uno svuotamento completo della vescica, un vero portento. Per la puzza di piscio usavo le salviettine profumate della Chicco, rinfrescanti e con una piacevole fragranza muschiata. della Chicco, quelle all'cco, le quali interruppe un giorno sul web, durante una ricerca trMa la mia condizione di reietto della società si interruppe per caso un giorno. Giravo nudo per la casa con indosso solo i miei pannoloni quando mi venne in mente di fare una ricerca su internet su dei nuovi pannoloni di imminente uscita, durante la ricerca mi imbattei in un link che portava al sito di un ragazzo che aveva la mia stessa particolarità, fu l’illuminazione. Tramite lui conobbi un nuovo mondo fatto di tante persone che avevano in comune la stessa bizzarra necessità e che, come me, consideravano indossare un pannolone una cosa normale come un capo di vestiario qualsiasi con cui si poteva vivere benissimo. Non ci vergognavamo più dei nostri pannoloni bagnati. In un forum dei cosiddetti bedwetters conobbi Ornella, anche lei incontinente psicosomatica, e per uno strano caso di affinità elettive tra noi fu subito amore. Ora viviamo insieme in un piccolo appartamento in periferia, la palazzina non ha niente di particolare ma ha il pregio di trovarsi a pochi passi da una pharma-sanitaria e dal negozio della Chicco, e un posto più strategico di quello proprio non lo potevamo trovare.

di cattiveinclinazioni at 22:00:07 45 Commenti

02/01/2006

Morte

Morte

 

Non è mai il giorno giusto per morire.

Si muore sempre nel giorno sbagliato

nel posto sbagliato

nel momento sbagliato.

La morte in questo mostra tutta la sua superficialità e inadeguatezza.

L’aria nella stanza è ammorbata dal fetore dei fiori e dalla carne in disfacimento, il via vai delle persone è insopportabile e la visione di lei distesa tra le lenzuola immacolate non fa che aumentare l’ira dei presenti.

Nell’altra stanza l’odio è vivo e palpabile più che mai, lo si respira fino a star male ma nessuno smette, nessuno vuol perderne neanche una briciola.

Si cerca il colpevole steso sul divano, in volto ha la maschera del martire e dell’assassino.

E’ il momento di schierarsi.

I familiari si dispongono in semicerchio in fondo alla stanza, lui è rimasto solo e impotente dall’altra parte.

Solo come un imputato.

Il tribunale silenzioso si è appena instaurato.

Adesso il mondo è contro di lui e per la prima volta ne avverte tutta l’angoscia, ora non c’è più lei a far da scudo alle sue malefatte.

I testimoni accorsi sfoderano tutto il repertorio:

occhi accigliati pieni di lacrime; bocche serrate a coprir bestemmie a fior di labbra; mani nervose a tormentare dita e capelli.

Lo sguardo accusatorio dei parenti è insostenibile e implorarne la pietà non servirà a nulla

perché nulla gli verrà perdonato.

Ora non è più tempo di angherie, ormai quelle violenze e quegli abusi giacciono con lei nella bara

di questo se ne rende conto e se ne dispiace.

Ma dalla sua faccia non traspare nessun pentimento, c’è solo il rammarico di non esser riuscito a farlo durare più a lungo.

Carnefice e vittima legati indissolubilmente a doppio filo

ecco il riassunto della loro vita.

Intanto dall’altra parte mani sicure e pietose svuotano comò e vecchi cassetti, d’incanto un’intera esistenza appare sul tavolo di marmo.

Il rito della spartizione degli affetti è cominciato.

E mentre dentro la morte compie il suo lavoro, fuori c’è già chi  attende di incontrarla

irrimediabilmente nel giorno sbagliato

nel posto sbagliato

in un mondo sbagliato.

 

di cattiveinclinazioni at 13:20:39 4 Commenti