26/03/2006
Mass Market Strategy v3.0 ovvero ho messo una bomba nell'albergo e non sono pentito
Mass Market Strategy v3.0
ovvero: ho messo una bomba nell'albergo e non sono pentito
L’autunno da noi in azienda significava caccia alle streghe e desideri di vendetta, un eccesso di protagonismo s’impossessava dei vertici aziendali portandoli sull’orlo della follia. Venivano attivati tutta una serie di eventi perlopiù punitivi, tra questi il più odioso era il Mass Market Strategy, da noi storpiato in M&M’s come i confetti al cioccolato. L’M&M’s era una tre giorni di full immersion in un albergo isolato in provincia di Bergamo. Nella piccola sala convegno i partecipanti venivano sottoposti dai tutor a incessanti simulazioni di vendita nelle più disparate situazione, quelli più deboli venivano maltrattati e presi a parolacce e spesso qualcuno veniva colto da irrefrenabili crisi di pianto oppure sveniva. All’M&M’s in genere venivano mandati i nuovi assunti e i dipendenti troppo strafottenti e non allineati, praticamente il mio ritratto. Da quando era stato istituito lo stage io figuravo sempre in cima alla lista, ma in un modo o nell’altro me l’ero sempre scampata. Il primo anno riuscì a dare forfait dandomi ammalato, il secondo anno feci cambio con un collega smanioso di farsi notare, ora eravamo arrivati alla versione 3.0 e in azienda non avrebbero accettato più scuse. L’ordine arrivò con la solita mail anonima, dovevo presentarmi al Mass Market Strategy v.3.0 e già qualcuno ne parlava come della più infame delle edizioni finora presentate. Chiamai la dottoressa del 21esimo, quella dell’ufficio del personale, le chiesi chiarimenti in merito, mi rispose che era tutto confermato e che non potevo farci niente, poi mi pregò di portarle delle sigarette su nel suo ufficio, la mandai gentilmente a fare in culo e riattaccai. Per mandarci lì l’azienda aveva noleggiato un bus granturismo, volevano essere sicuri che ci arrivassimo tutti insieme. L’appuntamento era di venerdì mattina, dovevamo incontrarci fuori al piazzale dell’azienda alle sei in punto; mi presentai alle sette. L’autista mi accolse ringhiando, a lui si aggiunsero i soliti colleghi spioni-bavosi-infami,
- Scommetto che lei è Sposìto, lo sa che è in ritardo? – disse l’autista.
- Sono in ritardo e me ne fotto! E se mi chiami un’altra volta Sposìto ti passo con il bus sopra lo stomaco. Mi chiamo Esposito, io, è chiaro! –
Salimmo a bordo e partimmo. L’autista ci disse che eravamo diretti all’albergo Molinette di Piazzolo di Bergamo, un agonia di quasi mille chilometri. I nuovi assunti li riconoscevi per il taglio sartoriale dei vestiti e dallo sguardo ebete tipo unto del signore, quelli non sapevano proprio a cosa andassero incontro, la maggior parte di loro sarebbe crollata il primo giorno di corso, il resto al secondo giorno. Le mele marce, invece, li riconoscevi dagli abiti lisi che indossavano: erano sempre troppo larghi o troppo stretti. Altro particolare di riconoscimento era il vuoto che si creava intorno a loro, erano come degli appestati, dei reietti, non esseri umani ma feccia maleodorante a malapena sopportata. Comunque quella condizione portava anche dei vantaggi, nel bus avevo un sacco di poltroncine libere attorno a me e così potevo scoreggiare senza ritegno. Arrivammo in albergo alle otto di sera, tredici ore di viaggio con solo due soste: una per pisciare e l’altra per mangiare. All’autista augurai un bel incidente mortale nel viaggio di ritorno. Subito dopo arrivò un altro bus, erano quelli della filiale milanese anche loro venuti per il corso. Dal bus scesero ragazze in tailleur griffati e uomini in gessati firmati, tranne una. Avevo già sentito parlare di una collega milanese indisciplinata e rompicoglioni, un vero pugno nell’occhio per i suoi capi, ma pensavo fosse solo una leggenda metropolitana, di quelle fatte apposta per spaventare gli impiegati delle altre filiali. E invece no! Era là di fronte a me che fumava e masticava selvaggiamente una gomma da masticare, si vedeva bene che aveva l’inferno in corpo. Sotto la minigonna jeans indossava dei tacchi a spillo vertiginosi mentre la magliettina rosa scopriva il piercing che portava all’ombelico, davvero una mosca bianca in mezzo a tutto quel grigio e blu. Non potevo che innamorarmene subito. Ora ne avevo le prove, non ero il solo disadattato in mezzo a quelle bestie da soma e forse c’era ancora speranza per il mondo libero. Io e lei eravamo come dei novelli Adamo ed Eva in attesa di creare una stirpe di uomini e donne senza catene, due anticorpi in un organismo malato pronti per curarlo e guarirlo, aspettavamo solo di riprodurci e diffonderci come un virus. M’abbassai per prendere la valigia e quando mi girai me la trovai a un palmo di naso; era bella e sfacciata.
- Ciao sono Marta! Fatti un po’ vedere: giacca marrone da far schifo, jeans consumati, scarpette da ginnastica, devi essere per forza quello di Napoli, tu sei Sposìto, vero? –
- Ascoltami bene! Adesso ti piglio a…-
- Fermo! Stavo scherzando, lo so che ti chiami Esposito, l’ho fatto per farti incazzare un po’. Io vado a sistemarmi nella stanza, t’aspetto nel ristorante di questa topaia per la cena.-
Istintivamente cercai di capire dove fosse la chiesa del paese, prima di andare via l’avrei sicuramente ingravidata e costretta a sposarmi. Presi la chiave e salii nella stanza, gli altri s’erano tutti accoppiati in camere doppie, io avevo la mia camera singola. Al ristorante ritrovai le stesse coppie sedute ai tavoli, praticamente s’erano fidanzati tra di loro. Solo a un tavolo c’era rimasto un posto libero, era quello di Marta e mi stava aspettando. Cenammo tra lo schifo dei presenti ma ce ne fregammo altamente, eravamo stati vaccinati noi, tanto tempo fa. Quella sera finimmo nel suo letto e facemmo l’amore tutta la notte, le nostre grida si sentirono in tutto l’albergo e m’immaginavo le facce dei colleghi vermi-spinoni-bavosi torcersi dalla rabbia, potevo quasi sentirne il fegato scoppiare. Comunque me l’ero cercata e sicuramente m’avrebbero fatto pagare quella scopata in modo o nell’altro. La mattina tornai nella mia stanza ma qualcosa non andava. La porta era stata imbrattata di merda e di piscio e alcuni fogli di carta A4 erano stati inchiodati ad altezza d’uomo, c’erano scritte minacce e bestemmie perlopiù in dialetto bergamasco. Evidentemente senza saperlo m’ero fatto degli amici anche tra i locali. Feci presente l’accaduto al portiere ma lui incolpò me della cosa, disse che ero ubriaco e che avevo organizzato quella messinscena per gettare fango e discredito sui rispettabilissimi padani di Bergamo; quel figlio d’un cane. Mi cambiai e scesi nella sala conferenza per il corso ma ero inferocito come un cane idrofobo, quell’azione richiedeva una reazione e la rappresaglia sarebbe stata spietata. Avevo già le idee chiare sul da farsi, avrei fatto saltare l’albergo in aria e per farlo mi occorreva una bomba. Ma niente esplosivo o roba del genere, troppo cruento e stupido, ci voleva qualcosa di sottile e potente, qualcosa che avrebbe lasciato rovine e macerie nell’animo di chi fosse stato colpito. Dissi al tutor che m’assentavo perché mi sentivo male e mentre lui mi apostrofava in malo modo davanti ai colleghi io gli fregai la pen drive usb che aveva sulla scrivania, quella con il suo nome scritto sopra, poi uscii verso il centro del paese. Riuscì a trovare un internet cafè, entrai e mi sedetti a un terminale. Dal web scaricai una versione di ‘O sole mio cantata da Mario Merola e la trasferii nella pen drive, poi ritornai in albergo. Prima di salire nella stanza diedi un occhiata alla reception e all’ufficio del direttore, quel sopralluogo mi sarebbe servito più tardi. Scesi per la cena in ritardo, nel ristorante ormai vuoto era rimasta solo Marta ad aspettarmi:
- Ma dove sei andato a finire? Stamattina sei sparito senza lasciar traccia. –
- Niente di importante, avevo da fare una cosetta. -
- Beh, di che si tratta? -
- Domani lo saprai. –
Finimmo di mangiare poi con una scusa tornai nella mia stanza e mi stesi sul letto. Misi la sveglia alle quattro del mattino, l’ora migliore per compiere la strage. All’ora stabilita mi svegliai come da programma, presi la pen drive e senza far rumore scesi le scale fino all’ingresso. Il portiere di notte ovviamente stava dormendo su una brandina, l’ufficio del direttore era aperto. Ci entrai furtivo come un gatto e chiusi la porta dietro di me senza far rumore. Il computer era connesso a internet sul sito bocchebollenti.com, sul monitor campeggiava una bionda impalata da un enorme cazzo; evidentemente il portiere aveva bisogno di tirarsi una sega prima di andare a dormire. Presi la pen drive e la collegai ad una porta usb poi scaricai il brano sul desktop, aprii il brano col windows media player e ne bloccai la riproduzione con il pause. L’albergo aveva un interfono per le comunicazioni di servizio con casse acustiche collegate a tutti i piani, accesi l’amplificatore ed avvicinai il microfono alle casse del computer. Adesso era tutto pronto, mancavano solo le chiavi dell’ufficio, le trovai appese dietro la porta: un classico. Mentalmente cercai di quantizzare i tempi ma ci rinunciai quasi subito, avevo bisogno solo di gambe veloci per la fuga. Tolsi il pause al brano e gli misi il loop poi chiusi la porta con due mandate e corsi a più non posso per le scale, le note di ‘O sole mio già fendevano l’aria quando bussai alla porta di Marta.
- Marta cazzo! Apri la porta! –
- Ma che ci fai qui a quest’ora, e cos’è questa musica?-
- Non ti preoccupare è tutto a posto, dai mettiamoci a letto che ho voglia di scopare. –
Ci mettemmo nel letto e cominciammo a fare l’amore, le note della canzone avevano svegliato tutti e dalla reception salivano urla e le bestemmie sia in bergamasco che in napoletano, la cosa andò avanti per un dieci minuti buoni duranti i quali scopai Marta con una energia mai conosciuta, quando sfondarono la porta per spegnere il computer, io venni col più bel orgasmo mai avuto in vita mia. La mattina seguente dovemmo interrompere lo stage e fare velocemente le valigie, il direttore trovò innestata nel computer la pen drive con il nome del tutor e lo incolpò di quel casino, così fummo mandati via e quando tornai a Napoli seppi che il legale dell’albergo aveva citato l’azienda per danni. Purtroppo non ingravidai Marta e non la portai all’altare, anche perché ce l’aveva già portata qualcun altro, prima di salire sul bus mi fece vedere la foto del marito e della bambina di cinque anni, poi ci lasciammo con la promessa di vederci al prossimo stage. Quando tornai in azienda andai dal mio capo e mi offrì volontario per il Mass Market Strategy v.4.0, quello dell’anno venturo.
20/03/2006
Re-pubblicando...
13/03/2006
Facce
Mi sveglio da solo che sono sudato fradicio, una serie di incubi mi hanno accompagnato tutta la notte, non vorrei alzarmi ma un calcio di mia moglie mi scaraventa fuori dal letto, ho capito, devo andare...
Il resto lo potete leggere sul nuovo numero di Sacripante.
05/03/2006
Travestiti
C’era sempre un via vai esagerato quando Barbara, il più bel transessuale di Napoli, scendeva per andare a battere a piazza Principe Umberto, di quella piazza ne era la regina incontrastata e il suo trono si trovava tra l’edicola e la caffetteria. Barbara batteva solo il martedì e il venerdì, dalle otto di sera fino alle due di notte. Lei non era come gli altri femminielli che dovevano farsi il culo tutti i giorni in strada fino alle cinque del mattino, con il freddo e con la pioggia. Lei riceveva a casa sua e solo per appuntamento, il grosso delle marchette le faceva così. Ma Barbara a trentatre anni suonati era diventata anche nostalgica, si lasciava liberi due giorni alla settimana per andare a trovare le altre in piazza; diceva che le ricordava tanto gli inizi ma in questo modo non perdeva di vista i suoi vecchi clienti. Salvatore era uno sbarbatello di sedici anni che lavorava come garzone nella caffetteria vicino l’edicola. Era stato assunto da appena due mesi ma erano bastati per farlo diventare la mascotte di tutti i femminielli della zona, quando usciva dalla caffetteria con il vassoio pieno di bevande da portare negli uffici della zona, loro entravano subito in subbuglio. Non c’era uno che non sbavava per quei capelli lisci e neri come la pece, la faccia fresca e pulita e il profilo netto e lineare da attore bambino. Salvatore staccava alle otto proprio quando Barbara scendeva in piazza, spesso la incontrava e quando la incrociava abbassava lo sguardo un po’ per pudore e un po’impaurito dalla sua bellezza; perché Barbara era bella davvero ma di una bellezza androgina che poche persone si potevano permettere. Tutti la paragonavano a Monica Bellucci per bellezza, mentre per il fisico trovavano la somiglianza in Raul Bova, tranne per le tette e il culo esagerato opera di un famoso chirurgo plastico napoletano, anche lui suo cliente. Barbara era più di una donna, era la donna impossibile, quella che nessuna poteva eguagliare in bellezza. Ma come per molti femminielli anche lei conservava ancora il cazzo tra le gambe, diceva che non poteva separarsi dalla sua unica fonte di piacere, e visto che ce l’aveva lungo quasi trenta centimetri, qualche volta lo usava come attrezzo di lavoro per i clienti più esigenti. Salvatore s’era preso segretamente una cotta per lei, ma cercava di soffocare quel sentimento in tutti i modi, non poteva ammettere d’essersi innamorato di un transessuale, specialmente ora che s’era fidanza in casa con Carmela, la sua ragazza da quasi tre anni. Ma ormai le nottate passate a sognarla non si contavano più, così come le seghe che si sparava dopo per sfogarsi. Le cose andarono avanti così per parecchi mesi, il martedì e il venerdì Salvatore usciva alle otto in punto e trovava Barbara al suo posto attorniata da uomini smaniosi e arrapati, guardava quella bolgia azzuffarsi per lei con rabbia e schifo. Ma nelle ultime settimane, più di una volta l’aveva vista comportarsi in modo insolito. Spesso in quel marasma generale Barbara si estraniava da tutte quelle persone, poi, come se lo avvertisse, si girava verso di lui guardandolo con occhi con di fuoco. Quegli sguardi erano così violenti che Salvatore non riusciva a sostenerli, doveva abbassare lo sguardo e andarsene via. Tutto precipitò una sera di primavera, Salvatore aveva staccato in anticipo e stava andando a prendere l’autobus, quando da una traversa laterale gli si parò davanti Barbara in tutto lo splendore del suo metro e novanta, indossava tacchi a spillo vertiginosi e un abito griffato di rara fattura, si trattava bene lei, si vedeva bene. Salvatore rimase immobile come una statua, voleva dirle qualcosa ma quando si decise Barbara lo superò lasciandolo sul posto. Di lei rimase solo la scia del suo profumo, una fragranza implacabile che mai aveva sentito prima. Fu in quel momento che Salvatore si decise. Barbara quella sera doveva essere sua. Aveva in tasca ancora una parte dello stipendio e cento euro sarebbero bastati per una marchetta fatta bene. La seguì a debita distanza fino a un portone fatiscente di via Milano, lei sparì dietro il grosso cancello di ferro. Salvatore si avvicinò al portone e lo trovò socchiuso, vi entrò giusto in tempo per sentire il rumore dei tacchi a spillo fermarsi al primo piano. Al primo piano c’erano tre porte senza nome, non fu difficile per lui capire quale era casa sua, era quella con la plafoniera rossa sopra la porta. La luce era spenta, segno inequivocabile che non c’era nessuno con lei. Subito dopo la sua attenzione fu rapita da una grossa acquasantiera in marmo che stava sotto il campanello, era piena di acqua e forse era anche benedetta. Salvatore vi bagnò le dita e si fece il segno della croce poi tirò un grosso respiro e bussò. Passarono alcuni istanti eterni poi si sentirono le serrature sbloccarsi e la porta aprirsi. La porta si aprì di poco per via della catenella, in quello spazio buio apparvero due tizzoni ardenti, erano i suoi occhi di fuoco.
- Che vuoi? Disse Barbara sensuale.
- Voglio stare con te. Rispose Salvatore balbettando.
La porta si chiuse per riaprirsi subito dopo. Barbara apparve sull’uscio con addosso una vestaglina trasparente che lasciava intravedere un completino intimo nero finemente lavorato, il perizoma e il corpetto trattenevano a stento delle tette e un culo maestoso. A Salvatore gli venne l’acquolina in bocca e il cazzo duro. Barbara gli fece spazio e lo fece entrare, la stanza era grande e disadorna e puzzava di chiuso, al centro c’era un letto matrimoniale con due comodini, intorno qualche specchio strategicamente piazzato e di fronte un tavolo per quattro con dei mobili, altre due porte davano al bagno e alla cucina.
- Ma io ti conosco, tu sei il guaglione della caffetteria di piazza Principe Umberto. Disse Barbara maliziosa.
- Si sono io, ma prima di iniziare volevo chiederti quanto ti prendi. Chiese Salvatore imbarazzato.
- Non ti preoccupare non c’è fretta, spogliati e mettiti comodo. Fece lei sorniona.
Barbara, sdraiata sul letto, guardava Salvatore spogliarsi come un imbranato, quando fu nudo si alzò di scatto e gli si avvicinò felina, lei lo soverchiava di almeno dieci centimetri. Il fisico di Salvatore era acerbo e mancava di quella consistenza tipica degli adulti, ma il suo cazzo era grosso e lungo come un uomo ed era eccitato da morire.
- Ma adesso mi dici quando ti prendi? Chiese ancora una volta Salvatore.
- Stasera non lo prendo, stasera sono io che lo DO!! Disse lei con voce allucinata.
E dalla sua gamba lunga e flessuosa partì una ginocchiata che colpì Salvatore alla bocca dello stomaco facendolo piegare in due, poi prese la statuina della madonna che stava sul comodino e lo colpì alla nuca stordendolo. Salvatore rinvenne sul letto a pancia in giù, aveva le vertigini e la stanza gli danzava intorno come un derviscio, ma c’era dell’altro. Si sentiva le grosse e pesanti tette di Barbara premergli sulla schiena e un dolore lancinante al culo, come se un pugnale gli stesse sventrando il colon. Era Barbara che lo stava sodomizzando a dovere col suo enorme cazzo. Salvatore cercava di dimenarsi ma non ne aveva la forza, la botta in testa l’aveva indebolito. Barbara gli ansimava sul collo il suo alito pesante, un alito che puzzava di alcool e sperma, gli prese la testa per i capelli e gliela tirò via dal cuscino, poi cominciò a sussurrargli qualcosa nell’orecchio. La voce aveva perso tutta la sua femminilità rivelandone la sua vera natura. Quella di un uomo violento con la voce roca e ruvida:
- Ma lo sai da quanto tempo aspetto questo momento? Sono mesi che sbavo per te e ora finalmente sei mio, ora mi appartieni per sempre.
Barbara gli venne dietro in un orgasmo bestiale poi scivolò al suo fianco esausta. A Salvatore le forze stavano ritornando pian piano; si alzo tremolante, prese i vestiti e usci fuori lasciandosi la porta aperta dietro di se. Mentre si rivestiva in mezzo alle scale sentii Barbara gridare qualcosa da dentro casa:
- Tu ritornerai perché sei mio, ora anche tu lo vuoi.
Fuori al portone si rese conto che perdeva sangue e sperma dal culo, riuscì a tamponare lo sfintere con un fazzoletto. Il dolore si faceva insopportabile quando camminava ma era tardi e doveva ritornare a casa. Ci arrivò a notte fonda, entrò e non diede spiegazioni a nessuno. Si chiuse nel bagno, si spogliò e buttò tutti gli abiti dalla finestra, poi riempì la vasca di acqua calda e vi si immerse.
E infine pianse,
in silenzio
un pianto leggero
da bambino
a cui avevano strappato via la sua innocenza
ed era stato un orco
un orco travestito da angelo.
Il giorno dopo Salvatore arrivò puntuale al lavoro come sempre, mise in ordine e preparò il banco per i clienti. Alle dieci doveva uscire per portare le bevande negli uffici, con calma indossò il berretto viola e il grembiule blu dove aveva fatto scivolare nella tasca un tritaghiaccio appuntito, poi prese il vassoio stracolmo di bibite e uscì in strada: direzione via Milano, la casa di Barbara. Arrivò davanti al portone e lo trovò di nuovo socchiuso, entrò e salì al primo piano. La plafoniera rossa era accesa, questo significava che era con un cliente. Salvatore continuò a salire sedendosi sui gradini del secondo piano, da li poteva vedere la sua porta senza essere visto. Le cose andavano per le lunghe e il tizio non si sbrigava ad uscire, nell’attesa Salvatore bevve tutti i caffé che c’erano nel vassoio, poi la luce si spense. Dalla porta uscì un grassone sulla cinquantina basso e pelato, mentre scendeva si sistemò la patta dei pantaloni e accese una sigaretta light. Il momento era arrivato e doveva fare in fretta, qualche altro cliente poteva arrivare da un momento all’altro. Salvatore tremava mentre estraeva il tritaghiaccio dalla tasca, la mano gli pesava come un macigno. La porta era socchiusa con la catenella, con un calcio la ruppe e spalancò la porta. Barbara era lì, stesa sul letto come una venere, una dea depravata e lasciva che attraeva chiunque le fosse capitato a tiro. Salvatore questo lo sapeva e perciò doveva finirla in fretta. Ma il sole che filtrava dalle tende la circondavano di una sinistra aureola, la sua pelle aveva preso la consistenza dell’oro e diffondeva nell’ambiente una luce ipnotica. Barbara non fu sorpresa nel vederlo, sembrava quasi l’aspettasse.
- Sapevo che saresti tornato, ora non mi lascerai mai più. Disse lei radiosa più che mai.
Salvatore sull’uscio esitava, aveva la morte in mano e il cuore in fiamme, poi si decise. Lentamente e a piccoli passi s’avvicinò al grande letto, ora la mano non gli pesava più come prima, adesso se la sentiva libera e leggera.
Aveva lasciato il tritaghiaccio nell’acquasantiera.