26/06/2006
Cose che cambiano
Cose che cambiano
Io appartengo a tempi eroici e pionieristici dove i giornalini porno allietavano e sollazzavano le nostre prime seghe, la facevano da padrone nascoste dietro la colonna del lavabo o sotto le molle del materasso. Riviste come Men e Caballero e fumetti come Zora la vampira e Lando hanno dato forma e sostanza ai nostri primi pruriti inguinali e riempito le nostre lacune sessuali in fatto di pecorina, sessantanove e pompini con l’ingoio. In quelle riviste gli attori avevano sguardi tristi e corpi poco attraenti e le loro scopate non erano niente d’eccezionale, ma per noi era come affacciarsi nel mondo dei balocchi dei piaceri carnali. E con la rivista in una mano e con il cazzo nell’altro abbiamo insozzato giornalini zozzi farcendoli di sperma e dandogli la consistenza del carton gesso, poi sono arrivate le videocassette e tutto finì ma fummo veloci a cambiare le nostre abitudini, eravamo assai giovani allora.
Le videocassette porno le riconoscevi subito dal fatto che erano senza titolo, così come l’involucro. Erano totalmente anonime e privi di segni tranne per quelle numerose e curiose macchie bianco-giallastro, residuo di produzione di infinite seghe, cosa che se una donna ci metteva le mani sopra poteva rimanerne ingravidata all’istante e sobbarcarsi un figlio dall’indecifrabile DNA, perché figlio di mille feroci pugnettari. Le videocassette si passavano di mano in mano fino a perderne l’origine, come se non fossero mai state comprate ma createsi dal nulla, destinate a diventare una meteora nella nostra memoria collettiva fino al momento in cui qualcuno non ne richieda il legittimo possesso
- …ma chi cazzo ce l’ha quel fottuto porno!? –
- …mah, non lo so…-
Avevamo miti da seguire e nomi intriganti da amare: Cicciolina, Moana Pozzi e Lilli Carati erano quelle dalle evoluzioni sessuali più sfrenate. Avevamo cugine a cui stavano crescendo le tette e compagne di banco con il culo enorme, avevamo la fidanzata bona del fratello maggiore e la mamma dalla faccia da zoccola del migliore amico, e inoltre avevamo autobus affollati dove toccare tette e culi con la mano morta. E con il telecomando in una mano e il cazzo nell’altra abbiamo schizzato sperma su sperma sopra videoregistratori incastrati in televisori dai pollici esagerati. Poi sono arrivati i dvd, le memorie usb e internet e ancora una volta dovemmo riciclarci e adeguarci.
I dvd porno seguivano l’iter delle videocassette, cioè erano anonime e senza segni, fortunatamente erano anche prive di quelle macchie giallognole tipiche delle videocassette, anche perché il lettore dvd avrebbe avuto seri problemi nel leggere uno schizzo di sperma. Era camaleontico il nuovo supporto, potevi tenerlo a vista e confonderlo con un film, un software o una compilation musicale, bastava solo stare attenti che qualcuno non prendesse Vizi anali n°3 al posto di Star War episode
18/06/2006
Bagliori al tramonto
Bagliori al tramonto
Di quella spiaggia Ciro conosceva tutti i granelli di sabbia, così come le assi di legno che componevano le cabine dei bagnanti e le passerelle, ma in quel momento era così confuso e distante che stentava a riconoscerlo quel posto. Si aggirava per il lido Aurora alla ricerca di un immagine smarrita tanto tempo fa, un ricordo affievolitosi negli anni e che gli ultimi avvenimenti avevano riportato prepotentemente a galla. Sul litorale di Portici i tramonti settembrini erano lunghi e intensi e avvolgevano ogni cosa di un bagliore rosso pallido, ma neanche quell’affresco suggestivo riusciva a distogliere Ciro dai suoi pensieri: che d’incanto svanirono davanti alla cabina numero otto. Quella cabina era stata la sua croce per sessant’anni, da quando zio Pasquale – il bagnino – se lo portò a lavorare al lido per tenerlo lontano dalla strada; allora aveva dodici anni e negli anni cinquanta c’era poca scelta per chi non voleva andare a scuola. La cabina numero otto era quella più vicina alla riva, la sabbia sottostante era sempre bagnata e questo la rendeva instabile e malferma, negli corso degli anni aveva provato di tutto: delle pietre per rendere la sabbia più compatta e assi di legno per sostenere il pavimento, ma niente da fare, dopo un po’ la cabina tornava a dondolare come prima. Ma il ricordo che lo tormentava era un altro, la dentro cinquant’anni prima ci aveva conosciuto Raffaella e dopo quell’incontro nulla fu più lo stesso. La famiglia Rasulo viveva al secondo piano di villa Menna, un elegante palazzina non lontano dal lido Aurora, il padre aveva mandato Raffaella a studiare in un esclusivo collegio di Benevento e la faceva tornare solo per i fine settimana e le vacanze estive. Nel lido Aurora i Rasulo affittavano una cabina per tutta l’estate e quell’anno capitò loro la cabina numero otto; era il 1960 e una strana eccitazione aleggiava nell’aria, il boom economico aveva portato con se una strana inquietudine, una voglia di cambiamento nei costumi che però nessuno aveva il coraggio di accettare. Quella mattina di agosto la cabina otto ballava come animata di vita propria, Ciro ci si avvicinò incuriosito e quando improvvisamente la porta si aprì Raffaella - perdendo l’equilibrio - gli cadde tra le braccia. Gli occhi imbarazzati di lei incrociarono quelli perplessi di lui e in quel preciso istante il mondo perse di significato. Raffaella aveva diciassette anni ed era figlia di un noto medico della zona, addosso aveva la bellezza tipica della borghesia dell’epoca: alta e longilinea e con la pelle diafana e perlacea, i lunghi capelli e gli occhi erano di un nero corvino intrigante e irrequieto, si vedeva bene che ardeva di vita ma non era ancora consapevole. Salvatore invece era il figlio di un pescatore di Ercolano: aveva muscoli tirati e nervosi e una pelle abbronzata che sapeva di salsedine e di fatica, le labbra carnose e i capelli biondi lo rendevano terribilmente simile ad un adone. Era cresciuto troppo in fretta lui, così carico di doveri e di responsabilità da non riuscire ad affrontare quel malessere dell’anima che covava dentro. Erano troppo distanti le loro vite per poter funzionare, ma si piacquero subito e senza pensare troppo alle conseguenze cominciarono a frequentarsi. All’inizio furono cauti negli incontri, si vedevano di sera e in posti poco frequentati, ma lo scoppiare della passione fece cadere remore e sotterfugi e ben presto quella relazione fu sotto gli occhi di tutti. Raffaella trascorreva le giornate sulla terrazza del lido ascoltando musica da un vecchio juke-box della Wurlitzer, era l’anno di Percy Faith che con la colonna sonora di scandalo al sole faceva sognare tutti gli amanti maledetti, e un po’ si sentivano così anche loro. Appena Ciro finiva di lavorare lei gli andava subito incontro, e tenendosi per mano si tuffavano in mare lanciandosi in lunghe nuotate. Quando erano stanchi e sfiniti tornavano a riva e si sedevano sulla zattera di salvataggio, poi abbracciandosi infreddoliti aspettavano il tramonto per ammirarne il magnifico carosello di colori. Di notte la spiaggia li vedeva protagonisti di serate danzanti e di falò con gli amici, e quando tutto finiva si appartavano veloci per regalarsi baci lascivi e gemiti di piacere, in un turbinio di estasi e di godimento che solo il sesso alle prime armi poteva regalare. Ma la loro storia era ormai sulla bocca di tutti, e così senza rendersene conto avevano tradito quell’idillio. Il padre di Raffaella aveva saputo della sua relazione e così decise di rimandarla in collegio anzitempo, anche Assunta – la ragazza di Ciro da cinque anni – aveva saputo della tresca, così cominciò a seguirlo di nascosto e a tormentarlo con furibonde scenate. Nei mondi di appartenenza tutto era stato deciso, avevano destini diversi e per loro non c’era scelta, ma prima di lasciarsi vollero provare l’amore vero: quello tenero e carnale di cui avevano sempre fantasticato. E in una notte di stelle cadenti nella cabina otto si donarono l’uno all’altro giurandosi amore eterno, mentre la cabina minacciava di ribaltarsi ad ogni loro movimento. Il giorno dopo Raffaella partì per Benevento e Ciro non poté salutarla a causa di Assunta e del padre di lei, la loro rabbia li aveva fatti alleare in un assurdo gioco delle parti. Assieme agli ultimi giorni di Agosto svanirono anche le promesse impossibili e bugiarde, Ciro non rivide mai più Raffaella e di lei ebbe solo sporadiche notizie; ma il male era stato fatto e il suo ricordo gli aveva marchiato a fuoco l’anima. Davanti alla cabina numero otto Ciro cercava voci e profumi dell’epoca, ma di quel periodo restava poco o niente, tranne il rimpianto di lei con cui aveva imparato a convivere. Comunque a quasi settant’anni non aveva nulla da rimproverarsi. Aveva sposato Assunta come tutti gli chiedevano ed era diventato padre di due splendidi maschi. Aveva acquisito la proprietà del lido lasciandone poi la gestione ai figli una volta diventati grandi, e ai quali – in seguito – si aggiunsero anche i nipoti. Era stato accanto ad Assunta fino all’ultimo, quando quella terribile malattia se la portò via lasciandolo solo. Sapeva che lui non l’aveva mai amata ma in punto di morte lo ringraziò per essere stato un bravo padre e marito. Al lido Ciro si faceva vedere il meno possibile e solo quando c’era da sistemare qualche cabina, appena finito ritornava a casa passando per villa Menna, dove d’istinto posava uno sguardo al secondo piano, ma era solo un’abitudine visto che i Rasulo non abitavano più lì da tantissimi anni, anche se l’appartamento era ancora di loro proprietà. Ma una sera d’agosto accadde quello che non credeva più possibile, tornando a casa vide l’appartamento illuminato a giorno. Il mattino seguente Ciro si recò a villa Menna dal suo vecchio amico Michele - il portiere dello stabile -, lui gli disse che la casa era stata messa in vendita e che a seguire le pratiche era venuta Veronica, la figlia di Raffaella. Lo stomaco gli entrò subito in subbuglio quando Michele la chiamò al citofono per farla scendere. Veronica scese le scale con fare lento, dalla madre aveva ereditato il portamento fiero ma non la bellezza, tranne per i capelli e gli occhi nero corvino. Malgrado fosse agitato come un bambino Ciro trovò la calma necessaria per presentarsi a lei come amico della madre, con garbo e discrezione le chiese sue notizie e dopo una lunga conversazione la pregò di mandarle i suoi saluti. In quello scambio di battute ripercorse a ritroso la vita di Raffaella: dopo la maturità classica s’era sposata con avvocato del Vomero da cui aveva divorziato vent’anni dopo, aveva avuto tre figli che la ripagavano di una vita triste e sbagliata ed ora faceva la nonna in un paesino vicino Roma. Quelle parole risuonarono nella sua mente per settimane come un disco rotto, che la vita li avesse entrambi illusi e ingannati era ormai una amara verità. Poi una sera di fine estate arrivò quella telefonata attesa per quarant’anni. Ciro sorrideva divertito mentre guardava la cabina numero otto dondolare leggera, quando la porta si aprì gli apparve una bella donna sua coetanea. Era lei, Raffaella. Ciro fissò quell’istante nella mente per assaporarne meglio il momento, lei indossava un costume intero a fiori e portava un grande cappello di paglia da cui scendevano lunghi capelli d’argento, non erano più giovani e belli come una volta ma che importava, il rivedersi dopo tanto tempo sapeva quasi di rivincita. Dal terrazzo del lido un capannello di persone commentava la scena piena d’emozione, erano i figli di entrambi riunitisi lì per l’occasione, appena i due si presero per mano qualcuno fece partire un applauso e qualcuno altro una lacrima, ma nessuno fu indifferente. Ciro e Raffaella passeggiavano sulla spiaggia incerti e timorosi, ma non per colpa loro, quel pubblico improvvisato li imbarazzava e li divertiva, poi davanti ad un pedalò fermo a riva si sedettero e finalmente si sciolsero. Il cielo era esploso diventando rosso fuoco mentre i bagliori al tramonto facevano capolino tra le nubi, quella meraviglia li colse abbracciati scatenando così una valanga di ricordi che li riportarono indietro nel tempo. Per incanto tornarono voci e profumi di una volta, e anche le onde del mare, fino ad allora silenziose, restituirono le note di quella canzone che per una estate fu la loro colonna sonora.
12/06/2006
Incomprensioni
Incomprensioni
Due di notte, sto sdraiato comodamente sul divano con un bicchiere di vodka in una mano e uno spinello nell’altra mentre mi guardo l’ultimo porno di Angelica Bella. Ho già legato con le cinghie mio fratello Ugo al suo letto di contenzione perché quando vede i film porno s’infuria e diventa molto violento, inoltre si masturba ossessivamente fino a sfinirsi, a volte anche otto volte filate. Ugo oltre a essere il mio fratello maggiore è anche down e per precauzione gli ho infilato un catetere nel prepuzio così tutto il suo sperma viene raccolto in un apposito contenitore sterilizzato. Il suo sperma è molto richiesto al mercato nero delle inseminazioni artificiali, a loro dico che il donatore è uno studente di ingegneria col pallino del culturismo e allego alle fiale di sperma la foto di mio cugino Arturo che si spoglia alla festa della donna, perché è vero che fa body building ma ha la terza media ed è sieropositivo. Ogni fiala di sperma la vendo a cinquanta euro: calcolando che per ogni sega riempio due fiale e che mediamente Ugo si tira cinque seghe a notte, significa che chiudo dieci fiale di sperma per un totale di cinquanta euro circa. Sono sicuro che Ugo ha in giro per il mondo tantissimi figli e pazienza se la maggior parte di loro è down come lui. Quello della dello sperma non è l’unica cosa che vendo di Ugo, da quando ho scoperto che il suo sangue è del gruppo 0 negativo, un gruppo assai richiesto, vendo anche quello al mercato clandestino delle trasfusioni, una sacca di sangue da
-Ciao Carmine sono Gerardo.
-…azzo vuoi a quest’ora Gerà.
-Che stai facendo?
-Solite cose: una vodka, un porno, uno spinello…
-E il mongoloide?
-Si sta segando.
-Senti c’è Miranda che si sta spogliando sul canale satellitare, ma è vero che abita al quinto piano?
-Giuro, l’ho vista tornare l’altra notte con indosso ancora i vestiti dello spettacolo, ci siamo incrociati e mi ha pure salutato.
-Allora la chiamo e la piglio a parolacce quella lurida zoccola.
-Si ma non esagerare, mi raccomando.
Riesco finalmente a riprendere la visione delle famose scene salienti quando mi arriva un’altra chiamata sul cellulare.
-Ciao Carmine sono Gianluca.
-…azzo vuoi a quest’ora Gianlù.
-Che fai?
-Solite cose: vodka, porno, spinello…
-E l’handicappato se lo sta menando?
-Sempre.
-Senti un po’, c’è Miranda sul canale satellitare che si sta spogliando, lo sai?
-Si, mi pare d’averla già sentita ‘sta cosa…
-E lo sai che la troiona abita al quinto piano? Me lo ha detto Gerardo.
-Si, mi pare d’aver sentito pure questo…
-Sai che faccio, la chiamo e le dico che è una lurida zoccola.
-Si l’immaginavo…
Quattro di notte, qualcuno bussa alla porta e mi risveglio davanti alla tv sintonizzata sul canale satellitare, in questo momento si sta spogliando Omar il mandingo. Vado ad aprire caracollando e intontito mentre le russa di mio fratello rombano nella stanza come un motore da formula uno. Una ragazza che indossa un impermeabile e con sotto dei vestiti succinti mi appare sull’uscio, nel suo sguardo c’è un lampo di lucida follia tipico di chi si appresta a compiere un omicidio. E’ Miranda ed è incazzata nera. Sto per dirle qualcosa quando mi arrivano in successione: una testata in faccia, un calcio tra le palle e cazzotto in bocca, io crollo a terra come un sacco di patate. Mio fratello si risveglia e appena vede Miranda strabuzza gli occhi, non crede a quello che vede e per la contentezza si mette subito la mano sul cazzo, in fin dei conti se ne è sparato di seghe durante i suoi spogliarelli. Miranda si avvicina che sono ancora steso a terra e decisa mi infila il tacco a spillo in mezzo ai coglioni, rigirandolo con rara perfidia.
-Brutto stronzo, sai chi sono io?
-Si, lo so…
-Hai detto tu ai tuoi amici che abito in questo palazzo del cazzo, vero?
No! Te lo giuro…
-Bugiardo!! - Mentre infierisce ferocemente con il tacco - me l’hanno detto i tuoi amici mentre li pestavo, perché per tua informazione sono passata prima da loro, vedessi come li ho ridotti. Ora ascoltami bene, se i tuoi amici provano di nuovo a telefonare per riempirmi di parolacce mentre sto lavorando giuro che vengo qui con Omar il mandingo e ti faccio sodomizzare a sangue, e chiaro!
Prima di andare via Miranda mi molla l’ennesimo calcio in bocca, e tra le risate e gli applausi di mio fratello vedo un canino uscirmi dalla bocca e penso che la prossima volta mi sintonizzerò su un altro canale.
04/06/2006
Rifiuti
Rifiuti
La città di notte perde il suo profilo duro e inquietante e si trasforma in un acquerello dai colori pastello e dai contorni sfumati, tanto da farla assomigliare a un quadro di Monet. Le luci pulsanti attraversano le strade come il sangue attraversa le vene, mentre le case e i palazzi declinano gentilmente verso le piazze e i parchi a verde: ma tutta questa poesia la puoi pure buttare nel cesso se di mestiere fai lo spazzino e lavori di notte. Di notte la città la vedi per quella che è veramente, un gigantesco organismo malato che si libera dei suoi escrementi, il nostro compito è quello di portarli via, ripulirli e ficcarglieli di nuovo in gola sotto forma di prodotti riciclati. Se noi siamo quello che mangiamo allora le nostre città sono discariche sotto falso nome. Ma siamo anche i Robin Hood del terzo millennio, perché prendiamo la spazzatura dei ricchi e dopo averla trasformata la diamo ai poveri, così siamo tutti più contenti e con la coscienza pulita. Lavoro da cinque anni all’ASIA, quella che una volta era conosciuta come nettezza urbana, l’autoparco si trova a Ponticelli e per andarci non c’è bisogno di seguire le indicazioni, basta il tanfo che esalano gli automezzi parcheggiati. Ogni notte timbro il cartellino alle ventuno e trenta, negli spogliatoi mi cambio e metto la tuta con i catarifrangenti poi aspetto gli altri due del turno vicino al nostro automezzo, un vecchio compattatore calabrese montato su un fiat iveco 190, alle ventidue siamo pronti per uscire. La mia zona di competenza è il distretto otto, quello che va da S.Giovanni a Teduccio fino a Ponticelli passando per Barra, di quelle zone conosco la marca di ogni cassonetto e i rifiuti che generalmente vi lasciano. Per esempio: i rifiuti all’angolo di viale due giugno sono scadenti e di sottomarca per via del discount che sta di fronte, mentre quelli che trovo in via Atripaldi puzzano di medicinale e di sangue raggrumito a causa del centro di emodialisi che sta li vicino, potrei tracciare a mente le mappe di tutte le attività produttive del quartiere e sarebbero sicuramente più precise di quelle riportate al catasto. Finiamo il nostro giro verso le tre di notte con l’ultimo cassonetto di via delle repubbliche marinare, e prima di partire verso la discarica di Giugliano ci fermiamo al bar Guida per prenderci un caffè e fumare una sigaretta. E’ lì che ho conosciuto Sonja, la giovane prostituta polacca. Quel bar è continuamente frequentato da prostitute di tutte le razze, ci vanno per pisciare e per comprarsi qualcosa e ne entrano così tante che dopo un po’ non ci fai più caso. Ma lei era diversa dalle altre, negli occhi aveva la lucida follia di chi si vende per annullarsi e con la rabbia in corpo di chi odia la vita, era arrivata da poco da un paesino vicino Cracovia e tutti la conoscevano per la sua violenza ribelle; era pazza e cercava una scorciatoia per porre fine alle sue sofferenze. Entrava nel bar solo per comparsi bottiglie di vodka e se non era ubriaca era strafatta di eroina, modi diversi per un identico risultato: vendicarsi di se stessa e della sua fragilità. Si prostituiva vicino a un cassonetto della spazzatura non lontano dal bar, si dava ai clienti per pochi soldi, poi li pigliava a calci e sputi finché non arrivava il protettore a riempirla di botte. Una notte che ero fuori al bar a fumare mi si avvicinò in preda a una crisi d’astinenza, faceva freddo e tra le lacrime mi disse che me l’avrebbe data per dieci euro. Era bella davvero sotto quella luce dannata che le brillava in viso, mi morsi un labbro dal desiderio e le diedi i soldi senza chiederle niente in cambio, sapevo bene cosa ne avrebbe fatto ma non riuscii a trattenermi. Sonja prese i soldi e mi strinse un polso con una forza insospettabile, nel suo stentato italiano mi disse che non dovevo essere buono con lei ma fotterla e pigliarla a calci e pugni come facevano gli altri e che lei non aveva bisogno della mia pietà, poi mi guardò piena d’odio e mi sputò in faccia, se ne andò via in una risata isterica a bordo di un grosso camion. Per un paio di settimane non la vidi più poi una notte che fumavo la solita sigaretta la trovai stesa al buio sotto al portone di un palazzo abbandonato, la riconobbi a stento tanto era malridotta, aveva una bottiglia di vodka in mano e puzzava di piscio e di vomito, era ubriaca fradicia e parlava da sola. Mi avvicinai come un incosciente e lei mi fece capire subito lo sbaglio piantandomi improvvisamente uno stiletto con una lama da dieci centimetri nello stomaco. Emerse lentamente dal buio come un fantasma, aveva la faccia scarnita ed era pallida come un lenzuolo, le uniche note di colore provenivano dalle occhiaie viola e dalle labbra blu cobalto, era terribile a vedersi e nonostante fossi a terra colpito mortalmente non riuscivo a staccarle gli occhi da dosso. Sputavo sangue e mi torcevo dal dolore, mi sentivo morire e non riuscivo a chiedere aiuto, Sonja in un sussulto di lucidità scoppiò in lacrime, con una dolcezza innaturale mi accarezzò il viso e piegandosi su se stessa mi diede un bacio sulla bocca ed io sentii il freddo mortale delle sue labbra e il veleno delle sue lacrime, prima di svenire la vidi andarsene barcollando e singhiozzando a bordo di una fiat punto. Mi risvegliai dopo due giorni nel reparto terapia intensiva dell’ospedale Loreto Mare, il chirurgo disse che m’ero salvato perché la lama era penetrata senza ledere organi vitali, e che grazie a quel miracolo sarei stato dimesso in una ventina di giorni. La discarica di Giugliano è una ferita purulenta creata nelle viscere della terra, viene controllata con teli di contenimento e altre profilassi affinché la sua infezione non si propaghi nell’ambiente circostante. Verso le quattro del mattino arriviamo con il nostro carico di rifiuti all’ingresso della discarica e ci mettiamo in fila agli altri camion per entrare. Il via vai dei mezzi è incessante e ognuno fa la sua parte per riempire le fauci del mostro con gli scarti che trasportiamo, finiamo il nostro sporco lavoro intorno alle cinque e alle sei torniamo all’autorimessa in tempo per marcare la fine del turno. Fare questo mestiere significa abituarsi a trovare tra i rifiuti le cose più strane e gli oggetti più bizzarri; c’è chi vi ha trovato protesi di denti e di arti; vibratori di ogni misura e bambole di plastica a grandezza naturale; pupazzi di peluche e animali vivi e morti; ma mai nessuno è preparato a trovarci un cadavere, come capitò quel giorno al turno di mattina. Mi raccontarono tutto al mio ritorno al lavoro, avevano ancora le facce scosse mentre mi spiegavano cosa era accaduto. Trovarono Sonja stesa tra i rifiuti vicino al cassonetto dove batteva, con la siringa nelle vena e gli occhi sbarrati nel vuoto, l’avevano lasciata lì come immondizia, come un oggetto usato e abusato di cui disfarsi. A quelle parole finsi indifferenza e non dissi niente, dopotutto lei m’aveva quasi ammazzato, ma da quel giorno guardo la spazzatura senza più la banalità e l’indifferenza di prima e sempre con la paura di trovarci prima o poi un'altra Sonja. Ogni notte quando tiro via un cassonetto e ci guardo dentro sento le macerie del nostro quotidiano afferrarmi per la gola e soffocarmi, in preda alle allucinazioni le vedo trasformarsi una massa solida e informe dove viene riflessa la mia faccia; quella di bravo ragazzo; quella di uomo responsabile e maturo; quella di un vero ipocrita impregnato di falso buonismo, un essere vile e viscido uguale a mille altri.
Uguale a tutti quelli che come Sonja l’hanno aiutata, scopata o ammazzata.