18/06/2006
Bagliori al tramonto
Bagliori al tramonto
Di quella spiaggia Ciro conosceva tutti i granelli di sabbia, così come le assi di legno che componevano le cabine dei bagnanti e le passerelle, ma in quel momento era così confuso e distante che stentava a riconoscerlo quel posto. Si aggirava per il lido Aurora alla ricerca di un immagine smarrita tanto tempo fa, un ricordo affievolitosi negli anni e che gli ultimi avvenimenti avevano riportato prepotentemente a galla. Sul litorale di Portici i tramonti settembrini erano lunghi e intensi e avvolgevano ogni cosa di un bagliore rosso pallido, ma neanche quell’affresco suggestivo riusciva a distogliere Ciro dai suoi pensieri: che d’incanto svanirono davanti alla cabina numero otto. Quella cabina era stata la sua croce per sessant’anni, da quando zio Pasquale – il bagnino – se lo portò a lavorare al lido per tenerlo lontano dalla strada; allora aveva dodici anni e negli anni cinquanta c’era poca scelta per chi non voleva andare a scuola. La cabina numero otto era quella più vicina alla riva, la sabbia sottostante era sempre bagnata e questo la rendeva instabile e malferma, negli corso degli anni aveva provato di tutto: delle pietre per rendere la sabbia più compatta e assi di legno per sostenere il pavimento, ma niente da fare, dopo un po’ la cabina tornava a dondolare come prima. Ma il ricordo che lo tormentava era un altro, la dentro cinquant’anni prima ci aveva conosciuto Raffaella e dopo quell’incontro nulla fu più lo stesso. La famiglia Rasulo viveva al secondo piano di villa Menna, un elegante palazzina non lontano dal lido Aurora, il padre aveva mandato Raffaella a studiare in un esclusivo collegio di Benevento e la faceva tornare solo per i fine settimana e le vacanze estive. Nel lido Aurora i Rasulo affittavano una cabina per tutta l’estate e quell’anno capitò loro la cabina numero otto; era il 1960 e una strana eccitazione aleggiava nell’aria, il boom economico aveva portato con se una strana inquietudine, una voglia di cambiamento nei costumi che però nessuno aveva il coraggio di accettare. Quella mattina di agosto la cabina otto ballava come animata di vita propria, Ciro ci si avvicinò incuriosito e quando improvvisamente la porta si aprì Raffaella - perdendo l’equilibrio - gli cadde tra le braccia. Gli occhi imbarazzati di lei incrociarono quelli perplessi di lui e in quel preciso istante il mondo perse di significato. Raffaella aveva diciassette anni ed era figlia di un noto medico della zona, addosso aveva la bellezza tipica della borghesia dell’epoca: alta e longilinea e con la pelle diafana e perlacea, i lunghi capelli e gli occhi erano di un nero corvino intrigante e irrequieto, si vedeva bene che ardeva di vita ma non era ancora consapevole. Salvatore invece era il figlio di un pescatore di Ercolano: aveva muscoli tirati e nervosi e una pelle abbronzata che sapeva di salsedine e di fatica, le labbra carnose e i capelli biondi lo rendevano terribilmente simile ad un adone. Era cresciuto troppo in fretta lui, così carico di doveri e di responsabilità da non riuscire ad affrontare quel malessere dell’anima che covava dentro. Erano troppo distanti le loro vite per poter funzionare, ma si piacquero subito e senza pensare troppo alle conseguenze cominciarono a frequentarsi. All’inizio furono cauti negli incontri, si vedevano di sera e in posti poco frequentati, ma lo scoppiare della passione fece cadere remore e sotterfugi e ben presto quella relazione fu sotto gli occhi di tutti. Raffaella trascorreva le giornate sulla terrazza del lido ascoltando musica da un vecchio juke-box della Wurlitzer, era l’anno di Percy Faith che con la colonna sonora di scandalo al sole faceva sognare tutti gli amanti maledetti, e un po’ si sentivano così anche loro. Appena Ciro finiva di lavorare lei gli andava subito incontro, e tenendosi per mano si tuffavano in mare lanciandosi in lunghe nuotate. Quando erano stanchi e sfiniti tornavano a riva e si sedevano sulla zattera di salvataggio, poi abbracciandosi infreddoliti aspettavano il tramonto per ammirarne il magnifico carosello di colori. Di notte la spiaggia li vedeva protagonisti di serate danzanti e di falò con gli amici, e quando tutto finiva si appartavano veloci per regalarsi baci lascivi e gemiti di piacere, in un turbinio di estasi e di godimento che solo il sesso alle prime armi poteva regalare. Ma la loro storia era ormai sulla bocca di tutti, e così senza rendersene conto avevano tradito quell’idillio. Il padre di Raffaella aveva saputo della sua relazione e così decise di rimandarla in collegio anzitempo, anche Assunta – la ragazza di Ciro da cinque anni – aveva saputo della tresca, così cominciò a seguirlo di nascosto e a tormentarlo con furibonde scenate. Nei mondi di appartenenza tutto era stato deciso, avevano destini diversi e per loro non c’era scelta, ma prima di lasciarsi vollero provare l’amore vero: quello tenero e carnale di cui avevano sempre fantasticato. E in una notte di stelle cadenti nella cabina otto si donarono l’uno all’altro giurandosi amore eterno, mentre la cabina minacciava di ribaltarsi ad ogni loro movimento. Il giorno dopo Raffaella partì per Benevento e Ciro non poté salutarla a causa di Assunta e del padre di lei, la loro rabbia li aveva fatti alleare in un assurdo gioco delle parti. Assieme agli ultimi giorni di Agosto svanirono anche le promesse impossibili e bugiarde, Ciro non rivide mai più Raffaella e di lei ebbe solo sporadiche notizie; ma il male era stato fatto e il suo ricordo gli aveva marchiato a fuoco l’anima. Davanti alla cabina numero otto Ciro cercava voci e profumi dell’epoca, ma di quel periodo restava poco o niente, tranne il rimpianto di lei con cui aveva imparato a convivere. Comunque a quasi settant’anni non aveva nulla da rimproverarsi. Aveva sposato Assunta come tutti gli chiedevano ed era diventato padre di due splendidi maschi. Aveva acquisito la proprietà del lido lasciandone poi la gestione ai figli una volta diventati grandi, e ai quali – in seguito – si aggiunsero anche i nipoti. Era stato accanto ad Assunta fino all’ultimo, quando quella terribile malattia se la portò via lasciandolo solo. Sapeva che lui non l’aveva mai amata ma in punto di morte lo ringraziò per essere stato un bravo padre e marito. Al lido Ciro si faceva vedere il meno possibile e solo quando c’era da sistemare qualche cabina, appena finito ritornava a casa passando per villa Menna, dove d’istinto posava uno sguardo al secondo piano, ma era solo un’abitudine visto che i Rasulo non abitavano più lì da tantissimi anni, anche se l’appartamento era ancora di loro proprietà. Ma una sera d’agosto accadde quello che non credeva più possibile, tornando a casa vide l’appartamento illuminato a giorno. Il mattino seguente Ciro si recò a villa Menna dal suo vecchio amico Michele - il portiere dello stabile -, lui gli disse che la casa era stata messa in vendita e che a seguire le pratiche era venuta Veronica, la figlia di Raffaella. Lo stomaco gli entrò subito in subbuglio quando Michele la chiamò al citofono per farla scendere. Veronica scese le scale con fare lento, dalla madre aveva ereditato il portamento fiero ma non la bellezza, tranne per i capelli e gli occhi nero corvino. Malgrado fosse agitato come un bambino Ciro trovò la calma necessaria per presentarsi a lei come amico della madre, con garbo e discrezione le chiese sue notizie e dopo una lunga conversazione la pregò di mandarle i suoi saluti. In quello scambio di battute ripercorse a ritroso la vita di Raffaella: dopo la maturità classica s’era sposata con avvocato del Vomero da cui aveva divorziato vent’anni dopo, aveva avuto tre figli che la ripagavano di una vita triste e sbagliata ed ora faceva la nonna in un paesino vicino Roma. Quelle parole risuonarono nella sua mente per settimane come un disco rotto, che la vita li avesse entrambi illusi e ingannati era ormai una amara verità. Poi una sera di fine estate arrivò quella telefonata attesa per quarant’anni. Ciro sorrideva divertito mentre guardava la cabina numero otto dondolare leggera, quando la porta si aprì gli apparve una bella donna sua coetanea. Era lei, Raffaella. Ciro fissò quell’istante nella mente per assaporarne meglio il momento, lei indossava un costume intero a fiori e portava un grande cappello di paglia da cui scendevano lunghi capelli d’argento, non erano più giovani e belli come una volta ma che importava, il rivedersi dopo tanto tempo sapeva quasi di rivincita. Dal terrazzo del lido un capannello di persone commentava la scena piena d’emozione, erano i figli di entrambi riunitisi lì per l’occasione, appena i due si presero per mano qualcuno fece partire un applauso e qualcuno altro una lacrima, ma nessuno fu indifferente. Ciro e Raffaella passeggiavano sulla spiaggia incerti e timorosi, ma non per colpa loro, quel pubblico improvvisato li imbarazzava e li divertiva, poi davanti ad un pedalò fermo a riva si sedettero e finalmente si sciolsero. Il cielo era esploso diventando rosso fuoco mentre i bagliori al tramonto facevano capolino tra le nubi, quella meraviglia li colse abbracciati scatenando così una valanga di ricordi che li riportarono indietro nel tempo. Per incanto tornarono voci e profumi di una volta, e anche le onde del mare, fino ad allora silenziose, restituirono le note di quella canzone che per una estate fu la loro colonna sonora.