29/10/2006
Morte di un precario napoletano
Morte di un precario napoletano
I napoletani hanno la pelle scura e i capelli ricci; i napoletani sono indolenti e indisciplinati e non hanno voglia di lavorare; i napoletani sono sempre felici anche se non hanno una lira; i napoletani cantano sempre e ogni occasione e buona per fare casino. Bene: ora che ci siamo tolti dal cazzo tutti gli stereotipi e i luoghi comuni del caso vi parlerò di Salvatore - precario e sfigato - e non vi racconterò della sua morte perché quello lo farò dopo, ma vi descriverò gli eventi e le vicissitudini che lo hanno portato a quel triste epilogo. Quel martedì di aprile Salvatore era felice come la pasqua appena trascorsa, la lettera dell’ufficio del personale delle poste italiane ricevuta tre giorni prima parlava chiaro. Oggetto: assunzione a tempo indeterminato. In riferimento al concorso per numero 240 operatori specializzati d’esercizio quinto livello del 12/06/1996, ella è invitata a presentarsi all’ufficio compartimentale di via delle repubbliche marinare entro e non oltre le ore 15,00 del 18/04/2006 per il disbrigo delle visite mediche e delle pratiche di assunzione. Salvatore di quel concorso vinto dieci anni prima se n’era quasi dimenticato, ricordava solo che fu subito bloccato dai ricorsi e che dopo si ritrovò in fondo ad una lunghissima graduatoria; una vera porcheria. Ma ora a trentadue anni suonati s’erano finalmente ricordati di lui, adesso poteva entrare nel mondo del lavoro dalla porta principale. Salvatore dopo il diploma non ne aveva azzeccata una, smarrendosi tra lavori in nero e contratti di pochi mesi, tutti insulsi e infami e quando non ci sperava più ecco arrivare dal cielo quella manina fatata a tirarlo fuori dall’inferno del precariato. Col tempo aveva visto i suoi amici sistemarsi o inguaiarsi, qualcuno era finito in banca e qualcuno spacciava l’eroina: chi faceva il poliziotto e chi il criminale. A San Giovanni a Teduccio i delinquenti avevano soldi facili e auto lussuose ma venivano sempre allontanati dalle persone oneste, mentre le persone oneste anche se guadagnavano poco potevano contare su mutui trentennali e utilitarie a rate; in poche parole del rispetto di tutta la comunità. Ecco: lui non apparteneva a nessuna delle due categorie ma come precario ne aveva ereditato il peggio, aveva una paga da fame e lo schifo dei suoi simili. Ora l’incubo era finito e anche Carmela – la sua ragazza da otto anni – non stava più nella pelle, già si vedeva con l’abito bianco pronta a raggiungerlo sull’altare. E armato di quelle speranze uscì di casa per sbarazzarsi del vecchio lavoro ed iniziare con il nuovo. La vespa centoventicinque era parcheggiata sul marciapiedi sotto casa bloccata da una grossa catena, quel rudere cadeva letteralmente a pezzi sfiancato dagli anni del pony express, dei volantinaggi e delle rappresentanze e ora stava insieme solo con il nastro d’imballaggio, nonostante tutto uno stronzo pronto a portarsela via lo si trovava sempre da quelle parti. Come al solito la vespa non ne voleva sapere di partire, quindi la spinse giù per una discesa e con la seconda inserita riuscì a metterla in moto, Salvatore se lo sentiva, quel catorcio gli avrebbe procurato solo guai e doveva al più presto liberarsene. Via Emanuele Gianturco era la strada che portava al centro direzionale di Napoli ma ricordava le strade di Bagdad bombardate dagli americani, gli automobilisti erano costretti a dei zig zag improvvisi per non finire dentro enormi buche. Salvatore doveva anche guardarsi dai posti di blocco delle forze dell’ordine, la vespa era senza assicurazione da anni grazie anche ai miseri stipendi che guadagnava. A quell’ultimo lavoro Salvatore c’era arrivato tramite la solita agenzia di lavoro interinale, l’avevano affittato ad una società che si occupava delle banche dati della regione Campania, compito suo era quello di alimentare quegli archivi elettronici con rendiconti, bilanci e previsioni di spesa per comuni, circoscrizioni ed enti vari. Otto ore filate passate ad inputtare nomi e cifre che nessuno avrebbe mai letto, salvo poi tirarli fuori al momento giusto per manipolarli in campagna elettorale. L’ufficio si trovava al quindicesimo piano di un altissimo grattacielo, lassù le persone – quasi tutti affittati - si muovevano leggeri e silenziosi come ectoplasmi che la scadenza del contratto avrebbe fatto svanire. Ma quella mattina Salvatore aveva il passo pesante e deciso di chi si sentiva invincibile, era arrivato al lavoro con più di un ora di ritardo e per sfregio aveva parcheggiato la vespa nel posto auto riservato a uno con il contratto a tempo indeterminato, in ufficio salutò così forte che gli altri ne ebbero quasi paura poi si diresse a passo di carica verso l’ufficio del capo; era lì per riscattarsi e dovevano vederlo tutti. Entrò senza bussare e si sedette senza chiedere il permesso, il capo - un quarantenne tutto riviste d’auto e abiti griffati – seguì incuriosito la scena da dietro la scrivania finto radica. Salvatore prese subito la parola e senza tanti fronzoli gli disse che era li per licenziarsi, preso alla sprovvista l’uomo accennò una reazione ma lui lo fulminò con uno sguardo implacabile, la sua non era più un’affermazione ma la rivalsa contro quelli che l’avevano sfruttato e umiliato, e lui in quel momento li impersonava tutti. Mordendosi un labbro l’uomo abbassò lo sguardo in segno di resa, adesso non lo aveva più in pugno e a malincuore gli fece gli auguri per il suo futuro. Si lasciarono così senza salutarsi mentre il gelo cadeva sui mobili e le suppellettili, da fuori un capannello di colleghi si godeva la scena. Salvatore trascorse il resto della mattinata tra un bar e l’altro festeggiando con chiunque gli capitasse a tiro, era già alticcio quando guardando l’orologio si rese conto con orrore che s’erano fatte quasi le due del pomeriggio.
Non era stato ancora assunto che già rischiava di far tardi al primo giorno di lavoro.
Salvatore arrivò nel garage come una furia e stramaledì la vespa che non dava segni di vita, quello scooter era la sua croce e in quel momento ci si sentiva crocifisso. La spinse giù per una discesa sperando di metterla in moto ma stavolta il trucco non funzionò, senza perdersi d’animo sostituì la candela e pulì il carburatore, ma senza risultato, quella maledetta sembrava aver tirato le cuoia. Nel frattempo s’erano fatte le due e mezza e Salvatore meditava già il suicidio, quando un ultimo colpo al pedale della messa in moto la fece partire in un nuvolone azzurrognolo di benzina e olio bruciato. Aveva ancora una mezz’ora di tempo a disposizione, sufficienti per poter arrivare in orario alle visite mediche, perciò sfrecciò veloce sfiorando auto e buche come mai s’era sognato di fare, ma ad un passo dal traguardo ecco sbucare da una curva l’imprevisto grande quanto una montagna. Un posto di blocco dei carabinieri s’era piazzato proprio all’ingresso dell’ufficio compartimentale delle poste. Salvatore - colto dal panico - prese l’unica decisione possibile, e cioè quella sbagliata. Con la vespa senza assicurazione sicuramente non l’avrebbe fatta franca, perciò con il sangue agli occhi scalò di terza e forzò il posto di blocco mancando di poco il maresciallo con la paletta, ma un carabiniere ausiliario – uno sbarbatello poco più che ventenne - fece fuoco con la mitraglietta colpendolo alle spalle. Salvatore si schiantò sull’asfalto sbrecciato come un aereo in picchiata e la vespa gli ruzzolò addosso schiacciandogli la gabbia toracica. Sanguinante e agonizzante vide i contorni dell’ufficio postale sbiadire fino a dissolversi nel nulla, ma prima di chiudere gli occhi raccolse dalla gola un conato di sangue e con l’ultimo rantolo lo sputò addosso ai rottami della vespa. L’aveva sempre detto che quella bastarda l’avrebbe portato alla rovina ed ora ne aveva le prove. Il carabiniere ausiliario venne scagionato dall’accusa di omicidio volontario e alla fine della ferma fu congedato dall’arma, da allora vaga nell’inferno del precariato tra contratto a termine e l’altro. Quel mondo infame era fatto così, per uno che ne usciva un altro ne doveva prendere il posto.
A volte anche per sempre.
15/10/2006
Alberghi
Alberghi
Se credete alla bontà, alla compassione, alle buone intenzioni e alla generosità che le persone vi mostrano allora questo racconto non fa per voi. Potete tranquillamente passare a leggere qualcos’altro. Ma se credete che nessuno faccia niente senza un fine o uno scopo e che questi prima o poi vi chiederanno il conto per quanto dato, allora potete leggerlo.
Io per non aver creduto a tutto questo ho pagato il prezzo più alto che un uomo possa pagare.
La mia anima.
Ero stato assunto da poco come fattorino al Gran Hotel Mephisto, l’albergo era stato costruito negli anni venti con uno stile gotico ed austero tale da farla sembrare una cattedrale. Anche l’orfanotrofio da dove provenivo era stato costruito nello stesso periodo e si trovava a poca distanza dall’albergo. I proprietari del Mephisto, un po’per comprensione e un po’per umana carità, assumevano sempre personale proveniente dall’istituto, almeno così ci diceva la direttrice dell’orfanotrofio.
Lei non perdeva occasione per ribadire tutta la gratitudine che dovevamo a loro, perché nel corso degli anni avevano fatto diventare questa consuetudine una tradizione.
Io che ero appena diciottenne ero felicissimo di lavorarci. Finalmente lasciavo l’istituto.
Giravano strane voci su quell’albergo, si diceva che fosse stato costruito sulle rovine di una chiesa sconsacrata dove ottanta anni prima s’erano dati la morte per avvelenamento una setta dedita al culto di satana, e che uno degli attuali proprietari fosse un loro discendente. Si parlava anche di quelle strane e continue sparizioni del personale che lavorava ai piani, io lo imputavo al fatto che il lavoro era monotono e che alla prima occasione loro cambiassero impiego. Il piano che m’avevano dato da gestire era il quarto, un unico lungo corridoio lastricato con marmi di Carrara e con pareti rivestite di pannelli di palissandro, le otto stanze per i clienti erano lussuosamente arredate e disposte tutte sul lato destro del corridoio, la loro numerazione andava dal dieci al diciassette. Il mio compito era facile, ogni stanza aveva una luce rossa sopra la porta, quando s’accendeva dovevo andare lì, bussare e chiedere se avevano bisogno di qualcosa. Anche se ero stato assunto da poco avevo già acquisito una certa padronanza, mi muovevo con disinvoltura e gestivo la clientela con competenza e cortesia. Una mattina trovai che avevano sostituito il grande specchio che stava in fondo al corridoio con un enorme televisore al plasma da
La mia mano era entrata nello schermo.
Non sapevo cosa stesse accadendo, forse lo stordimento mi stava procurando delle allucinazioni, mi trovavo in bilico tra la sindrome di Stendhal e Alice nel paese delle maraviglie, vissuti però in chiave postmoderna dove al posto del quadro e dello specchio c’era questo enorme televisore. Lo schermo sembrava avere la superficie liquida, feci passare prima il braccio poi una gamba poi tutto il resto, e infine mi ritrovai dall’altra parte. Lo stordimento sparì all’istante, il lungo corridoio che mi trovavo davanti era uguale a quello lasciato dall’altra parte dello schermo, le stanze erano otto e numerate uguali, solo che questo corridoio non aveva ne scale e ne ascensori, era praticamente sigillato. M’accorsi che la luce rossa della stanza dodici era accesa.
Qualcuno chiedeva di me.
Che strano, nell’altro corridoio nella stanza numero dodici non c’era nessuno. Bussai ed aprii la porta.
Nella stanza finemente arredata stile barocco un tizio in vestaglia damascata mi dava le spalle, tossii e lui si girò. Lui non aveva occhi, ne orecchie, ne bocca e nemmeno il naso, la sua faccia era il vuoto assoluto, d’un tratto protese una mano verso di me mentre con l’altra indicava il suo volto inesistente, lo faceva con insistenza come per cercare aiuto. Indietreggiai impaurito e preso dallo spavento uscii sbattendo la porta.
Qualcosa di orribile aleggiava in quel posto.
Nel corridoio cercai di riprendere fiato quando la luce rossa della stanza diciassette si illuminò.
Mi cercavano anche lì.
Aprii senza bussare, la stanza arredata in stile tardo coloniale era piena di serpenti, davanti al letto a baldacchino spiccava una statua di bronzo di un uomo con le mani protese al cielo, dalla statua sgorgava sangue dalla bocca e i serpenti se ne cibavano avidamente.
Gli occhi della statua si muovevano furiosamente, quella statua era viva.
Chiusi subito la porta, quell’orrore m’aveva fatto venire il voltastomaco. Feci pochi passi poi m’appoggiai ad un’altra porta, doveva essere la numero quindici. La aprii senza volerlo, all’interno della stanza tra drappi di seta e di organza c’erano due gemelle siamesi unite per la testa sedute su un divano stile liberty, erano vestite entrambe con abiti da sposa, una aveva i capelli biondo cenere l’altra era morta. Si, l’altra gemella era morta chissà da quanto tempo, lo stato di decomposizione era così avanzato che i vermi e i parassiti avevano ricoperto buona parte di quel corpo ormai rinsecchito. La gemella viva si dimenava e si torceva, cercava di staccarsi da quel cadavere e da tutti quei vermi che l’avevano assalita, quando mi vide lanciò un grido talmente disperato da farmi gelare il sangue nelle vene. Il voltastomaco era diventato insopportabile, vomitai sul tappeto persiano poi richiusi velocemente la porta.
Adesso tutte le luci delle stanze lampeggiavano impazzite, avevano tutti bisogno di me.
Ma chi erano loro e soprattutto cos’era quel posto assurdo. Ormai ne avevo abbastanza, dovevo scappare via da quell’incubo, volevo solo ritornare indietro, io.
Mi diressi con passo spedito verso il televisore, contemporaneamente dall’altra parte dello schermo si avvicinarono due operai in tuta rossa, sul petto avevano stampato la marca del televisore, lessi quel nome come riflesso in uno specchio. Il nome LiveD era diventato DeviL. L’ultima cosa che ricordo d’aver visto erano i loro ghigni malefici che incorniciavano una serie impressionante di denti aguzzi, poi spensero il televisore e quello sparì dal muro.
Così rimasi solo e intrappolato in quel corridoio maledetto.
Se credete alla bontà, alla compassione, alle buone intenzioni e alla generosità che certe persone vi mostrano allora diventerete proprietà loro, si sentiranno autorizzati a chiedervi tutto, anche la vostra anima.
Vi intrappoleranno nei loro inferni personali lasciandovi lì al loro posto.
Diffidate di tutti loro.
Il fattorino del Mephisto vi ha avvisati.
03/10/2006
Libri a caso per letture indifferenti
Da oggi Cattive Inclinazioni è on line su Scrittomisto.
Potete scaricarvi il libro e leggerlo
e se vi piace potete votarlo.
In caso contrario potete restare indifferenti e fregarvene
tanto poi vi trovo…