26/11/2006
Agosto
Agosto
Nebule scarlatte nel cielo stellato e porporino.
Macchie di luce qua e là appaiono
e un silenzio d’agosto cade tutt’intorno.
Domani chissà…
19/11/2006
Elogio delle lesbiche
Elogio delle lesbiche
Non è vero che le lesbiche odiano il cazzo.
E' vero invece il contrario.
Ma la maggior parte degli uomini che lo posseggono non è in grado di stimolarle sessualmente, almeno non come vorrebbero loro. Lo dimostra il fatto che la maggioranza delle lesbiche possiede uno o più vibratori per soddisfarsi; da sole o con il partner.
Molte donne non sanno di essere lesbiche fin quando non lo diventano, e ciò avviene sempre traumaticamente.
Una rivelazione che crea distacchi repentini da tutto quello che sono state in precedenza.
Le lesbiche sono più sensibili rispetto le donne etero, vivono la loro omosessualità in modo sensuale e intrigante senza vergognarsene. Il toccarsi i corpi, lo sfiorarsi il seno e il sedere, il masturbarsi insieme, fanno parte di un erotismo inesplorato dal potenziale dirompente.
Come solo una donna sa fare su di se e su un’altra donna.
Consapevoli che nessun uomo potrà dare il piacere mentale e fisico che un’altra donna può darle. Quando gli uomini capiranno tutto questo ci saranno sicuramente meno lesbiche in giro, ma probabilmente anche più omosessuali.
12/11/2006
Pulizie particolari
Pulizie particolari
La sveglia suonò puntuale e precisa alle cinque di mattina e come sempre Maria la maledì prima di alzarsi, l’attendeva un’altra giornata di pulizie in uffici e locali commerciali sporchi e puzzolenti e perciò si preparò controvoglia. Fece colazione e si vestì senza far rumore, la vecchia madre che dormiva nell’altra stanza aveva il sonno leggero e bastava poco per svegliarla. Alle sei prese lo zaino a tracolla piena di effetti personali e uscì di casa, fece le scale in fretta e una volta fuori al portone del palazzo si accese una sigaretta light, poi si allontanò a grandi falcate lasciandosi dietro quel rione di case popolari. Lo faceva come se non dovesse più tornarci, cosa che invece si ripeteva puntualmente la sera; e sempre a capo chino. In mano aveva il solito sacchetto della spazzatura che la madre le preparava la sera prima di andare a dormire, Maria in quel sacchetto ci aggiunse mentalmente i suoi trentacinque anni amari e il matrimonio fallito, i sogni infranti e gli uomini che l'avevano delusa, scagliò quel sacchetto nel contenitore in fondo al viale con tale rabbia che il rumore rimbombò sui muri e i vetri dei palazzi vicini. Poco dopo raggiunse la piazza da una piccola traversa laterale, ad attenderla vicino al furgone della ditta di pulizie c'era Michele, il figlio del titolare. Il compito di Michele era quello di prelevare lei e le altre e di accompagnarle ai luoghi di lavoro, lo faceva meccanicamente quasi fosse un automa, probabilmente quell'indifferenza gli serviva per mascherare l'odio per quelle donne. Dopo un rapido saluto di circostanza Maria salì nel furgone e si sistemò sul divano posteriore insieme alle altre, mentre partivano Michele la informò che le aveva assegnato una nuovo stabile appena fuori città. Nel suo lavoro cambiare di posto era la norma, tuttavia il non sapere a cosa andasse incontro la metteva sempre a disagio. Mentre le altre parlavano a voce alta Maria guardava la strada e i palazzi scorrere attraverso il finestrino e pensò che voleva trovarsi disperatamente altrove. Il furgone si fermò davanti ad una anonima palazzina situata in una area industriale dismessa, quello squallore e l'abbandono le ricordavano tanto il quartiere da dove veniva. Maria scese dal furgone ancora mezza addormentata e per risvegliarsi si stiracchiò un po', Michele - bestemmiando per lo sforzo - tirò giù dal cassonetto il carrello delle pulizie e glielo consegnò insieme ad una busta gialla, le disse che dentro c'erano le istruzioni di quello che doveva fare e che sarebbe passato a riprenderla dopo un paio d'ore. Il furgone era già lontano quando Maria si decise ad aprirla, non le era mai capitata una cosa del genere e questo fece aumentare il suo nervosismo. La busta conteneva un badge e un foglio stampato al computer, sopra c'era scritto un codice di accesso e il piano dove era situato l'ufficio; il quarto. Maria spinse il carrello su per una rampa per disabili fino al portone d'ingresso, il portone era aperto e non c'era l'ombra di un custode, dalle trombe delle scale non arrivavano ne voci e ne rumori, nulla che potesse far sembrare quello stabile abitato. In silenzio portò il carrello dentro l'ascensore e selezionò il piano sulla tastiera, man mano che saliva quel palazzo le faceva sempre più paura. Al quarto piano c'era una sola porta, anonima e dozzinale come quel palazzo, dallo zaino tirò fuori il badge con il foglietto e s'accorse che il codice d'accesso era uguale alla sua data di nascita; 1-7-71. Quale strana combinazione, si disse. Maria inserì il badge e digitò le cifre nel lettore posto alla destra della porta, un click ovattato ne segnalò l'apertura, l'ufficio era avvolto in una sinistra oscurità e questo le fece accapponare la pelle, strisciò lungo una parete muovendo le mani a tentoni finché non trovò l'interruttore generale. Le luci l'accecarono immediatamente, appena gli occhi si abituarono si trovò in un lungo corridoio con porte a destra e a sinistra. Maria inghiottì un boccone di saliva per allentare la tensione, man mano che avanzava con il carrello trovò che le stanze erano tutte chiuse a chiave, tranne l'ultima. Quando la aprì rimase di stucco e con la bocca aperta. La stanza aveva la moquette e le pareti dipinte di nero, quel colore era così tetro e denso che ne rimase stordita, al centro della stanza uno spot dal soffitto illuminava una postazione composta da computer, tastiera e una webcam montata sopra uno schermo lcd da ventidue pollici, un prompt lampeggiante sul video indicava che il computer era acceso. Ripresasi dalla spavento portò dentro il carrello e chiuse la porta dietro di se, dopo tutto era pur sempre un ufficio e doveva darsi da fare. Dallo zaino tirò fuori il camice di lavoro e per stare più comoda si tolse la maglietta rimanendo solo con il reggiseno, prima di indossare il camice si fermò una attimo per guardarsi, il suo corpo era ancora sodo e tonico come quello di una ventenne e di questo ne andava fiera. Stava per indossare il camice quando un brivido improvviso le percorse la schiena lasciandola pietrificata, un cattivo presagio la fece voltare d'istinto verso lo schermo. Il led della webcam s'era messo a lampeggiare attirando così la sua l'attenzione, poi improvvisamente sullo schermo apparve una scritta a grandi caratteri cubitali
TI STO GUARDANDO
Presa dal panico Maria rimise la maglietta, prese lo zaino e scappò via per le scale, una volta fuori dal palazzo cercò di accendersi una sigaretta con le mani tremanti, ma inutilmente. Michele venne a riprenderla dopo un ora buona, lei entrò nel furgone e si chiuse in un silenzio totale. Mentre andavano via Michele le disse che ci sarebbe ritornata la settimana prossima, Maria fece finta di niente ma la notizia le gelò l'anima. Quella settimana cercò di dimenticare quell'ufficio, ma senza riuscirci, giorno dopo giorno alla paura iniziale si sostituì ben presto una strana curiosità, in quella stanza era stata l'oggetto del desiderio di quei perfidi occhi elettronici e tanto era bastato per impregnarla di una eccitazione morbosa. Nel giorno stabilito Michele la accompagnò di nuovo in quel posto, lei indossava un filo di trucco e un nuovo taglio di capelli, ma di questo lui non se ne accorse, perso com'era nelle sue nevrosi. Mentre l'ascensore la portava al piano il cuore le batteva furiosamente, davanti alla porta inserì il codice d'ingresso e dopo un lungo sospiro entrò. Nella stanza in fondo tutto era rimasto come l'ultima volta: lo spot luminoso era acceso sul computer e il led della webcam lampeggiava ancora, più in là il carrello delle pulizie sostava abbandonato nel lato oscuro della stanza. Sul tavolo vicino al computer una grossa scatola rettangolare di color viola faceva bella mostra, Maria si avvicinò per prenderla quando sullo schermo apparvero dei messaggi in successione.
TI STO GUARDANDO
TI STO GUARDANDO
APRI LA SCATOLA
APRI LA SCATOLA
NON SCAPPARE
NON SCAPPARE
Maria rimase un attimo in bilico sul da farsi, poi fidandosi del suo istinto decise di rimanere. Mise la scatola proprio davanti alla webcam e - come per dare soddisfazione al suo osservatore - la aprì di scatto. Dentro c'era biancheria intima di color nero e un paio di stivali di pelle dello stesso colore. I pizzi, i merletti finemente lavorati e la qualità del pellame e del cuoio rendevano quei capi davvero irresistibili, Maria ne era certa: tutto quello doveva costare tantissimo. Ma le sorprese non erano finite; un'altra scatola più piccola emerse da sotto la biancheria, quando la aprì ci trovò dentro quattro vibratori di varie misure e dimensioni. La vista le si annebbiò per la rabbia, stava per andarsene quando una nuova serie di messaggi la bloccarono.
INDOSSA QUEI CAPI
INDOSSA QUEI CAPI
ANCHE TU LO VUOI
ANCHE TU LO VUOI
FALLO!
FALLO!
Maria ubbidì a quell'ordine come in trance, si spogliò goffamente mettendo a nudo il suo corpo giovane e provocante, poi iniziò ad indossare quella preziosa biancheria in modo sensuale e intrigante. Non c'erano dubbi, quell'atmosfera malata cominciava a piacerle. Concluse quella coreografia indossando gli stivali neri, poi si specchiò nel grande schermo nero ammirandone il risultato: corsetto; perizoma; reggicalze; calze a rete; stivali; tutto era al suo posto e tutto era perfetto. Improvvisamente un secondo spot si accese facendo emergere dal buio un imponente sedia ginecologica rivestita tutta in latex rosso ocra, inconsciamente il suo pensiero andò subito ai vibratori. Dal monitor nuovi messaggi apparirono.
SIEDITI ED USALI
SIEDITI ED USALI
IO TI GUARDERO'
IO TI GUARDERO'
Maria si stese sulla sedia appoggiando le gambe sui sostegni come una partoriente, ma sul grembo invece del neonato ci mise i vibratori. Cominciò a frugarsi la figa lentamente come in cerca del piacere che tardava ad arrivare, quando fu al punto giusto prese il più lungo dei vibratori e dopo averlo attivato se lo infilò dentro, prima lentamente poi sempre più velocemente. Maria non aveva mai toccato aggeggi del genere ma sembrava avesse un vero talento naturale nell'usarli. Anche in piena eccitazione non perdeva di vista lo schermo, in attesa di ulteriori istruzioni che non tardarono ad arrivare.
DIETRO!
DIETRO!
INFILATI IL PIU’ GROSSO DIETRO
INFILATI IL PIU’ GROSSO DIETRO
Il vibratore più grosso era di color nero, aveva un diametro spaventoso ma non se ne preoccupò, persa com'era in quell'orgasmo depravato. Lo bagnò lascivamente con la bocca, lo attivò e cominciò a lavorare l'ano cercando di sfiancare lo sfintere, lo muoveva in perfetta sincronia con l'altro infilato nella figa, da vera maestra del sesso. All'inizio il dolore fu insopportabile, poi man mano si sciolse in un'estasi sconosciuta, l'orgasmo la colse senza che se ne rendesse conto e fu violento e bestiale, come mai aveva provato prima. Subito dopo lo spot su di lei si spense come il led della webcam, era arrivato il momento di andar via. Si vestì senza togliersi la biancheria ormai fradicia dei suoi umori, i vibratori invece li nascose in fondo allo zaino. Una minuto per riassestare capelli e trucco e un'altro per fumarsi una sigaretta, poi scese giù dove Michele era già arrivato per portarla via. Mentre partivano le disse che ci sarebbe ritornata la prossima settimana e a quella notizia Maria si aprì in un sorriso raggiante. L'attesa fu straziante, Maria aveva i sensi in subbuglio e una voglia matta di ritornarci, li dentro aveva provato emozioni sconvolgenti, rabbiose e deliranti e qualcuno si era preso la briga di fargliele conoscere. Quel giorno finalmente arrivò e Maria si fece portare puntuale e precisa fuori quell'anonimo palazzo di periferia. Ma ora non lo vedeva più così, per lei adesso valeva più di mille castelli incantati. L'ascensore era al quarto piano e senza aspettarlo salì a piedi facendo i gradini tre per volta, quando arrivò alla porta la aprì precipitandosi nell'ultima stanza. La porta era già aperta, entrò e cominciò subito a spogliarsi davanti al computer acceso. Dall'altra parte della webcam qualcuno sembrò gradire l'iniziativa. Sotto i vestiti aveva il famoso completino intimo nero e quando finì di indossare gli stivali di pelle si mise con le braccia conserte in attesa di istruzioni, che prontamente arrivarono.
TI STA GUARDANDO
TI STA GUARDANDO
Maria non capì subito il senso di quelle parole, il messaggio successivo chiarì quei dubbi.
E' DIETRO DI TE
E' DIETRO DI TE
Un groppo in gola le bloccò il respiro, si girò lentamente mordendosi un labbro e dal buio un uomo muscoloso alto un metro e ottanta le si rivelò. Sulla faccia aveva una maschera nera di pelle e sul corpo un serie di cinghie di cuoio agganciate allo slip in latex, dei grossi anfibi ai piedi completavano quell'inquietante figura. Subito dopo un nuovo spot illuminò un letto in tubi di ferro tutto laccato di bianco, ai cui lati luccicavano minacciose delle manette di metallo. Sembrava un vecchio e obsoleto letto di ospedale. Maria tornò subito con gli occhi sullo schermo come per chiedere spiegazioni, che puntualmente arrivarono.
SCEGLI
SCEGLI
RESTA O VATTENE
RESTA O VATTENE
La porta era aperta, e ci si diresse lentamente guardando l'uomo negli occhi. Maria strinse forte la maniglia rimanendo ferma sulla soglia, doveva scegliere: restare o scappare; salvarsi o andare fino in fondo; alla fine si decise e chiuse la porta. Senza uscire. L'uomo le si avvicinò in silenzio, la prese tra le braccia e la scaraventò sul letto di ferro, poi le ammanettò polsi e caviglie ai quattro lati. Maria non dava segni di reazione, un po' per paura e un po' perché era concentrata sulle mosse di quello sconosciuto. Ma non dovette aspettare molto affinché l'uomo mettesse in opera il suo campionario di depravazioni. Prima la bendò con una mascherina di pelle, poi la imbavagliò con una pallina rossa lasciandola sola per alcuni minuti. Quella pausa serviva a farla impazzire di paura, e da come si lamentava e si dimenava sembrava esserci riuscito benissimo. Di paura Maria ne aveva da vendere, ma quell'atmosfera irreale la spingeva a resistere e ad andare avanti. C'era ancora molto da scoprire, di questo ne era più che sicura. L'uomo tornò e con forza le applicò delle pinze sui capezzoli e sulle grandi labbra della figa, poi con la cera di una candela accesa e un cubetto di ghiaccio le torturò il corpo nelle parti più sensibili. Maria tra brividi e scottature cominciò a torcersi al limite della convulsione, quando arrivò al suo culmine lo sconosciuto si decise a penetrarla con il suo enorme cazzo, e con durezza e violenza la sconvolse con selvaggi orgasmi. Quei giochi viziosi andarono avanti per ore, quando la liberò dalle manette si abbandonarono stremati e soddisfatti in un profondo. sonno. Al suo risveglio lo sconosciuto era scomparso e il computer e la webcam spenti, segno inequivocabile che doveva andar via. Guardò l'orologio e vide che era in ritardo, Michele sicuramente se n'era già andato e quindi fece tutto con calma; si vestì e si preparò lentamente e dopo avere fumato una sigaretta uscì dall'ufficio. Non poteva immaginare che scendendo giù lo avrebbe trovato ancora ad aspettarla. Di quella inaspettata fortuna non chiese spiegazioni, anche perché lui non gliele avrebbe date, quindi salì sul furgone e si sedette al suo posto. Mentre andavano via Michele le disse che ci sarebbe ritornata la prossima settimana, ma per l'ultima volta, dopo sarebbe stata mandata in un'altro ufficio. Maria soffocò a stento un grido di dolore, quel mostro le aveva appena decretato la fine del suo mondo. Quella settimana si consumò tra notti insonni cariche di disperazione, doveva fare qualcosa non poteva perdere tutto così, perciò decise di andare a quell'ultimo appuntamento giocandosi il tutto per tutto. Ma di cosa avrebbe detto o fatto una volta arrivata lì non ne aveva la minima idea. E il dubbio continuò a roderla fino al fatidico giorno. Nel silenzio del furgone Maria avrebbe voluto gridare tutta la sua rabbia ma se ne guardò bene dal farlo, quando Michele la fece scendere quel palazzo non sembrava più il castello delle meraviglie ma piuttosto una fortezza da espugnare. La tristezza le attanagliò gli occhi impedendola di piangere e in quell'istante sentì tutta la pesantezza del momento. Per spezzare l'angoscia salì a piedi fino al quarto piano, aprì la porta con il codice ed arrivò davanti alla porta in fondo al corridoio, un attimo di esitazione poi la spalancò e una amara sorpresa si materializzò davanti ai suoi occhi. La stanza era completamente al buio; lo spot; il computer; la webcam; tutto era spento, Maria si mise a girare a tentoni per la stanza come per cercare segni di vita, ma senza successo, quando si rese conto dell'inutilità del gesto cadde in ginocchio sprofondando in un pesante pianto. Era a terra annichilita dal dolore, immobile e pietrificata quando il suo sguardo si posò su quella porzione di stanza illuminata dalla luce del corridoio, a terra giaceva una busta gialla uguale a quella che le aveva consegnata Michele. Qualcuno doveva averla infilata sotto la porta quand'era ancora chiusa. Il viso le si illuminò per lo stupore e un mezzo sorriso di speranza affiorò sulle sue labbra, prima di prendere la busta si asciugò le lacrime con le mani ripetendo uno scongiuro a mente. La busta conteneva un biglietto aereo solo andata, duemila euro e un foglio stampato al computer con su scritto un indirizzo. Maria mise tutto nello zaino a tracolla e corse via per le scale, stavolta non trovò Michele ad attenderla fuori e di questo se ne rallegrò. Finalmente poteva considerarsi libera. Maria non tornò a casa quella sera e al lavoro non la rividero più, scomparve dalla memoria di quei posti come un ombra dissolta al sole, e sul suo nome cadde l'oblio.
Un mese dopo.
Elena portò il carrello delle pulizie dentro l'ascensore fino al quarto piano, aprì la busta gialla che Michele le aveva dato e tirò fuori un badge e un foglio con un codice d'accesso, le cifre erano stranamente uguali alla sua data di nascita, 15-8-72. Elena inserì il badge e il codice nel lettore poi entrò nell'ufficio senza far caso alla piccola targhetta apposta in alto sulla porta. Nessuna di loro ci faceva caso, quell'insegna era invisibile a tutte le prescelte. E lei lo era.
AGENZIA MATRIMONIALE
"INCONTRI PARTICOLARI"
L'ANIMA GEMELLA COME MAI AVETE OSATO
CHIEDERE.
05/11/2006
Un addio lungo un giorno
Un addio lungo un giorno
Ero riuscita a rivederla dopo mesi, da quando quel pomeriggio davanti casa sua mi disse che per un po’non dovevamo più vederci. Lo fece abbassando lo sguardo, come per nascondere un rammarico, tempo dopo capii che la decisione era stata presa molto tempo prima. Nonostante il caldo rimasi pietrificato, come se una tempesta di ghiaccio m’avesse improvvisamente congelato; poi vennero le domande e i perché, insieme allo stordimento e lo smarrimento.
Di sicuro non me l’aspettavo, ma succedeva sempre così.
Iniziarono mesi di delirio e di abbandono, con la consapevolezza che il dolore era l’unica cosa a tenermi insieme.
Mi resi conto che il problema non era l’altro ma io, poteva essere chiunque ma era me che non voleva più.
Quando lo capii iniziai a cercarla.
Cominciai ad assillarla con telefonate chilometriche e lettere appassionate, poi quando non mi bastò più presi ad aspettarla sotto casa e davanti al lavoro.
Mi giocavo gli ultimi brandelli di dignità davanti alla sua freddezza, ma non demordevo, non volevo perderla e perciò rischiai il tutto per tutto.
Usai di tutto: dalla leva dei ricordi al ricatto morale, fino a giurarle cambiamenti personali e comprensione incondizionata.
Poi per un po’mi eclissai, così da far decantare il tutto nel limbo dei sentimenti.
Una domenica pomeriggio che non ci speravo più arrivò improvvisa la sua telefonata.
- Devo vederti. Vieni a casa mia, sono sola così nessuno ci disturberà.
Quella telefonata mi restituì alla vita, anche se un brutto presagio mi rubò quasi subito la gioia.
Lungo la strada provai frasi ad effetto e sguardi penetranti, ma dimenticai tutto quando bussai alla sua porta.
Mi venne ad aprire bella come non mai, quel sorriso caldo e naturale fece scivolare via tutto il male che m’aveva fatto, come se nulla fosse veramente successo, ma le occhiaie pesanti e il dolore al fegato mi dicevano il contrario.
Da dietro le sue gambe sbucò fuori Piccolo, il vecchio bastardello di bassotto, abbaiava e scodinzola e sembrava felice di vedermi, io lo presi come un buon auspicio.
Entrai e cercai di darle subito un bacio ma lei lo deviò imbarazzata, invece mi prese la mano e mi portò subito nella stanza da letto, chiudemmo la porta lasciando fuori il cane.
Ci spogliammo lentamente, sospettosi e guardinghi. Una volta lo avremmo fatto ridendo di noi stessi, ma ora eravamo diventati due fortezze da espugnare, e qualunque cosa fosse successo in quella stanza di noi sarebbero rimaste solo macerie.
Si stese sul letto con addosso solo il reggiseno e le mutandine, l’ultimo mio regalo per il suo compleanno, poi vincendo un falso pudore si sfilò pure quelli.
Mi avvicinai nudo e affamato dalla sua immagine, ma lei fermò la mia avanzata mettendomi una mano sulla bocca; era arrivato il momento di chiarire la situazione.
- Tu sai perché ti ho chiamato, devo sapere se ti amo ancora, e forse questo non è il modo giusto per capirlo.
Poi si distese come una madonna del rinascimento e mi accolse ancora una volta nel suo grembo. Scomparvi dentro di lei a più riprese, con spasmi di convulsione e di estasi, fino a goderne dei suoi infiniti piaceri.
L’orgasmo ci colse impreparati e per questo rimanemmo ancora abbracciati, lei era raggiante e brillava di luce propria ed io mi sentivo scorrere nelle vene il sangue di un tempo.
L’ascoltavo ridere e scherzare e per un attimo rividi la felicità nei suoi occhi, poi man mano le risate si spensero finché non rimase un silenzio sepolcrale a dividerci.
Quando se ne accorse cominciò a piangere ed io maledii le sue lacrime.
Rimasi abbracciato a lei fino a sera, cercando disperatamente di deviare il pensiero di noi stessi, ma fallii ancora una volta.
Di vivo nella casa c’era rimasto solo il cane, il quale abbaiava a gatti immaginari e a due fantasmi che si allontanavano in direzione opposte.
In un addio lungo un giorno.