27/12/2006
Quando meno te lo aspetti
Quando meno te lo aspetti
Le insegne della pensione Vittoria illuminavano il bagno del secondo piano attraverso la finestra di alluminio anodizzato, sparandoci ad intermittenza delle sequenze ipnotiche di rossi, di gialli e di blu su tutte le mattonelle dei rivestimenti.
Anche le luminarie natalizie poggiate sopra il davanzale facevano la loro parte per colorarli.
Monica, seduta sulla tazza, guardava quei neon colorati e le falene fuori stagione che ci cozzavano contro, e pensò che non sarebbe stata una cattiva idea imitarle.
Avrebbe voluto farlo fino a spaccarsi la testa, per poi cadere a terra sfregiata e sanguinante, poi guardò l’orologio e sentì una fitta allo stomaco. Si alzò allontanandosi fino al lavandino di ceramica bianca, prese il test di gravidanza con gli occhi chiusi e ripetendo a mente uno scongiuro, li aprì.
…se nella finestrella quadrata appare una linea blu, come indicato dalla figura, significa che siete…
Incinta! Il foglietto delle istruzioni parlava chiaro.
In farmacia una dottoressa le spiegò che quei test non erano affidabili, perciò le consigliò di farne più di uno. Per ridurre al minimo quel dubbio Monica ne acquistò quattro confezioni. Uscendo dalla farmacia la dottoressa le fece gli auguri, lei ricambiò augurandole un male incurabile.
Con un gesto di stizza prese il test e lo gettò nel cestino, insieme agli altri due che aveva dato lo stesso esito.
Il quarto test lo abbandonò sul lavandino.
Monica si sciacquò la faccia con acqua tiepida, togliendosi via le ultime tracce di mascara e fondotinta, una volta asciugata si guardò allo specchio e vide che nei suoi occhi non c’era più la sicurezza di prima, quando alle prime luci dell’alba era scappata da casa in compagnia di un tizio conosciuto appena venti giorni prima.
Monica aveva sempre odiato il natale, perciò scelse quel giorno per lasciarsi tutto alle spalle. L’appuntamento era alle cinque del mattino davanti al portone di casa sua, con se aveva una valigia rossa con la vernice scrostata, dentro c’erano pochi vestiti ed effetti personali.
Lui arrivò dopo dieci minuti a bordo di una fiat tipo a gasolio, era un rottame, ma per lei rappresentava l’unica via di fuga da quel posto.
Monica lo accolse con un sorriso largo come una piazza, mise la valigia nel portabagagli e si sedette al suo fianco, prima di partire diede un bacio a lui e un ultimo sguardo alle finestre di casa sua al quarto piano, poi ci sputò contro con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Nello stesso istante lui partì sgommando, come per dare più forza al suo disprezzo.
Dal finestrino dell’auto Monica guardava scorrere quei palazzoni grandi come caserme, uno squallore di periferia che nemmeno i festoni natalizi riuscivano ad addolcire
In quel quartiere c’era di tutto, tranne aria di festa.
Quando imboccarono l’autostrada il rancore di Monica si affievolì per far spazio al dubbio e all’incertezza: in cassa avevano pochi soldi e ancor meno prospettive per il futuro, per di più aveva il ciclo in ritardo e il test di gravidanza da fare al più presto.ano lo in ritardo e l'a mentaleper d accolter Ma per lei fare un salto nel buio era sempre meglio di quella fogna che aveva lasciato.
Sapeva che il ricordo della sua famiglia l’avrebbe inseguita in ogni istante e in qualsiasi posto, qualcosa che solo la morte avrebbe potuto porre fine.
E come poteva dimenticare suo padre: aveva tredici anni quando con una scusa si intrufolò nel bagno mentre faceva la doccia, così senza che se ne rendesse conto si ritrovò il suo cazzo tra le gambe. Mentre la violentava le mise la mano sulla bocca per non farla urlare dal dolore, stava quasi per soffocarla quando finalmente le venne dentro in un orgasmo brutale. La lasciò stesa vicino al termosifone che singhiozzava e tremava come una foglia, con la faccia rivolta al pavimento che brillava del sangue della deflorazione. Prima di uscire il padre le disse di non farne parola con nessuno, in caso contrario l’avrebbe ammazzata senza pietà.
La madre rincasò dopo poco dalla messa, la trovò nel bagno ancora nella stessa posizione.
Lei capì subito, ma non fece una piega.
Senza scomporsi lavò via tutto il sangue dal pavimento, poi riempì la vasca e le fece un bagno caldo. Una volta finito l’asciugò come faceva quand’era bambina, e mentre la pettinava le disse che quello che era successo era colpa sua, che era stata lei a provocare suo padre, perciò doveva pregare il signore per farsi perdonare tutto il male che aveva arrecato alla sua famiglia. Prima di mandarla a dormire le diede una pillola di roipnol e le fece gli auguri.
Era il giorno di Natale.
Capì che qualcosa era successo quando il ritardo raggiunse i dieci giorni, lo disse alla madre che subito la portò dal ginecologo. Dopo tre giorni era sul tavolo operatorio ad abortire.
Venne dimessa il giorno stesso e la madre si occupò di riaccompagnava a casa, nel tram le disse che quello estirpato era il frutto del suo peccato, una vergogna che non le avrebbe mai perdonata.
Aveva tredici anni e quello fu il suo primo aborto.
Suo padre continuò a molestarla fino ai sedici anni, quando dopo l’ennesima violenza rimase di nuovo incinta. Dopo l’aborto Monica tornò a casa accompagnata dalla madre, sempre più complice silenziosa. Nel tram decise di farla finita. Una volta a casa prese un coltello affilato dalla cucina, e quando il padre fece per salutarla lei glielo conficcò nello stomaco.
Era il suo secondo aborto e non aveva più voglia di vivere.
Ma quel verme non morì, all’ospedale riuscirono a salvarlo. Al drappello di polizia disse che era stata sua figlia ad accoltellarlo, sua madre confermò tutto aggiungendo che lei aveva grossi problemi psichici.
Monica fu ricoverata in un centro di salute mentale per un anno e quando ne uscì non era più la stessa, quelle cure l’avevano irrimediabilmente danneggiata la psiche.
Tornò a casa più rabbiosa che mai, aveva sviluppato un indole autodistruttiva che la portava ad abusare di alcool e droghe fino al collasso, prese anche a scoparsi tutti i tossici e i sbandati che le capitavano a tiro, in una sorta di annientamento continuo. Cercava di costruirsi un orrore più grande per poter dimenticare quello che aveva a casa. Paradossalmente quella condizione le regalò un risultato inaspettato, il padre ne era così impaurito che nemmeno ci provava più a sfiorarla.
Una vittoria pagata a caro prezzo.
Quella mattina Monica fu scaraventata fuori dall’auto da un balordo conosciuto la sera prima, era strafatta e ubriaca che non si reggeva in piede. Lui lavorava in un cantiere edile li vicino, l’aveva vista in quelle condizioni tante volte, d’istinto abbandonò il posto di lavoro senza chiedere il permesso e una volta raggiunta si offrì di accompagnarla a casa. Monica si accorse appena di quel ragazzo dai lunghi capelli ricci e neri come pece, la pelle abbronzata e le labbra carnose lo facevano somigliare ad un angelo mediorientale.
Ma lei agli angeli ci sputava in faccia: e così fece.
Il giorno dopo fu lei a cercarlo al cantiere, per scusarsi e per uscire insieme con lui. Da allora divennero amanti inseparabili.
Lui si era stabilito nella sua città da pochi mesi, come tanti proveniva da un paesino del sud dove la dignità era una lusso e la sopraffazione l’unica regola per emergere in un universo di persone senza scrupoli. Con gli altri era duro e introverso ma con Monica diventava un altro; sapeva darle tutto l’amore e il rispetto che aveva sempre desiderato, e che le permettevano di dimenticare tutti gli uomini del suo passato. Forse perché anche lui si portava dietro delle profonde cicatrici familiari; cicatrici che non erano solo dell’animo.
Quando facevano l’amore Monica gli toccava sempre le ferite e le ustioni che portava sulla schiena, e quando gli chiedeva come se le avesse procurate lui - con una amara ironia - le diceva che era così che si divertivano i suoi genitori con lui. Con la stessa ironia amava descriverli come persone che allevavano i figli come si fa con i serpenti.
Al suo fianco Monica si sentiva forte come una corazzata, con lui sarebbe finalmente scappata da quel posto maledetto, quando glielo chiese lui non fece una piega, disse solo dove e quando.
Lei non ebbe esitazioni; sarebbero andati via il giorno di natale.
Seduta sul marmo della finestra Monica ripercorreva a mente gli ultimi eventi come un disco rotto: si trovava in un pensione di terza categoria, a centinaia di chilometri da qualsiasi posto a lei familiare, e in compagnia di un semisconosciuto. Senza contare che quello che portava in grembo era probabilmente opera di uno dei tanti balordi che s’era scopata.
Cercava in tutti modi di non ammetterlo, ma forse aveva commesso l’ennesimo sbaglio.
Monica accese distrattamente una winston blu, il fumo moriva lentamente sulla condensa della finestra. Con il palmo della mano si aprì un varco nel vetro appannato e notò che nel presepe esposto nel parcheggio mancava Gesù bambino.
Quelli della pensione si erano dimenticare di mettere il bambinello nella mangiatoia, come se in quel posto Cristo non fosse mai nato.
Monica pensò di onorare quel presepe a modo suo, si sarebbe strappata quell’ovulo fecondato dall’utero e l’avrebbe consegnato alle amorevoli braccia di Maria e Giuseppe, per farlo crescere come santo e martire.
Aprì la finestra e un vento gelido le sferzò la faccia, nonostante il freddo chiuse gli occhi per assaporarne tutti gli odori che portava con se, poi buttò la cicca e la chiuse.
Era stanca e voleva solo rimettersi a letto.
Nella camera da letto tutto era rimasto uguale: un’abatjour illuminava l’ambiente in penombra, mentre sul tavolino c’erano i resti di un panettone e di una bottiglia di spumante, più in là nel letto matrimoniale lui dormiva profondamente. Monica senza far rumore si infilò sotto le coperte, accucciandosi di spalle al suo corpo. Dalla finestra i giochi di luce s’erano arrestati, qualcuno doveva aver spento le insegne. Un braccio muscoloso la avvolse delicatamente alla vita, quel gesto accese in lei barlumi di speranza. Forse non era tutto sbagliato quello che stava facendo, forse insieme sarebbero stati felici fino alla fine dei loro giorni. E per allontanare tutti gli spettri cominciò a ridere, mentre una lacrima le solcava la guancia.
10/12/2006
La consegna
La consegna
Io credo in dio, ai santi e a tutte le madonne, deve essere per forza così visto che li bestemmio tutte le mattine, ed anche questa volta non fa eccezione. La sveglia digitale che suona alle quattro del mattino ha qualcosa di sinistro, forse è colpa delle cifre che proietta sulla parete, sembrano ragni mostruosi in attesa di saltarmi addosso.
Mi alzo e vado in bagno, ma è sempre troppo presto per capirci qualcosa.
Con le braccia tese sul lavandino mi scruto allo specchio la faccia sfatta e malandata, le rughe e le cicatrici sono profonde crepe che arrivano fino in fondo all’animo. Anche mia moglie s’è svegliata, anche lei è orribile a vedersi. Entra nel bagno e si siede sul bidet per pisciare, nel frattempo si accende una sigaretta. La puzza di fumo, urina e mestruo e insopportabile, poi spegne la sigaretta nell’assorbente impregnato di sangue e umori maleodoranti, lo avvolge e lo butta nel cesso intasandolo.
Questa famiglia non ha niente di normale.
Mi vesto alla buona e senza pensarci, di mattina presto eseguo solo ordini dettati da altri, questo mi permette di non pensare al lavoro e alle cose che faccio: un po’ come un cane che si morde la coda, solo che non ho coda da mordere, io. Non trovo il bambino nella sua culla, chissà dove l’avrà messo mia moglie. Esco in strada che è ancora buio poi prendo l’auto, una qualsiasi, ne forzo una e vado all’appuntamento. La proprietà non mi interressa, io sono per la condivisone di cose, affetti e sentimenti. Al giorno d’oggi nessuno ha spalle così larghe per reggere tutto questo, la società ci impone modelli inarrivabili e noi riusciamo a condividerne solo le frustrazioni e i fallimenti. Percorro strade poco illuminate fino al mio lavoro, dove ad attendermi c’è il capo in persona: oggi consegna speciale, perciò dovrò essere veloce e discreto. Parcheggio ed entro nell’autoparco completamente al buio, in mezzo al piazzale c’è una grossa limousine nera, al volante qualcuno sta fumando una sigaretta. La portiera si apre e la punta incandescente compie una parabola ellittica fino al pavimento di gres, il tizio scende e mi acceca con la luce di una torcia elettrica.
- Sei in ritardo! Mi fa il capo nervoso e sudato come sempre in queste occasioni.
- Non sono in ritardo! Gli ribatto a muso duro, ma so che lo dice solo per fare scena, per mantenere alta la tensione.
- Il percorso è memorizzato nel navigatore satellitare, quando arrivi a destinazione consegna il pacco e vai via. Dice scandendo le parole una per una. Io annuisco e mi metto al volante.
Il navigatore inizia a dettarmi le prime istruzioni mentre imbocco lo svincolo autostradale:
…percorrere l’autostrada per cinquanta chilometri…
…percorrere l’autostrada per venti chilometri…
…uscire allo svincolo e girare a destra…
…percorrere la statale per dieci chilometri…
Per non pensare a ciò che faccio seguo istruzioni dettate da altri, anche quelle di una macchina dalla irritante voce di donna.
La strada sale su per una collina piena di ville fantastiche, dopo un po’ il navigatore dice di fermarmi vicino a quella che sembra la più grande e bella. Abbasso il finestrino vicino ad un citofono pieno di interni. Ne digito uno a caso. Un faro alogeno mi illumina, permettendo a una telecamera a circuito chiuso di riconoscermi, poi il lungo silenzio viene rotto dall’apertura dell’enorme cancello in ferro battuto. Attraverso un lungo viale alberato fino allo spiazzo antistante la villa in stile coloniale. Una finestra al primo piano si illumina e una figura in vestaglia mi fa un cenno con la mano, io lampeggio due volte con gli abbaglianti. Scendo dall’auto e apro il bagagliaio, la luce di cortesia mi rivela il suo contenuto. Dall’interno prelevo il pacco: una donna completamente nuda ma ammanettata, imbavagliata e avvolta in un sacco di plastica trasparente, chiusa da una cerniera che lo percorre in senso verticale. Mi carico il fagotto sulle spalle fino alla porta principale, lo zerbino di velluto rosso mi da un sinistro benvenuto. La porta di legno massello è socchiusa. Entro, e nella penombra del salone d’ingresso scarico il pacco sul grande tappeto persiano. In cima alla scalinata di marmo di Carrara l’uomo in vestaglia annuisce soddisfatto. Lo faccio anch’io, e prima di andare via do un ultimo sguardo alla ragazza che all’interno del sacco ansima, gonfiando e sgonfiando la plastica.
Questo lavoro non ha niente di normale: ho bisogno di istruzioni, di qualcuno o qualcosa che mi dica cosa fare e che non mi faccia pensare.
Per fortuna in auto il navigatore satellitare fa sentire la sua voce.
Il ritorno all’autoparco è veloce, ci metto sempre meno dell’andata, come se scaricare la merce rendesse l’auto leggera e sollevata da angosce, ma questo a me non succede mai.
Nell’autoparco non c’è nessuno, probabilmente il capo è già al corrente di tutto ed è andato a dormire tranquillo, parcheggio la limousine e vado via.
Ormai albeggia, l’auto che ho preso per andare al lavoro non c’è più, forse è stata rubata o forse sono io che non riesco a trovarla, ne forzo un’altra e torno a casa. A casa mia moglie sta guardando televendite di medicinali antidepressivi mentre la cenere delle sigaretta accesa brucia le lenzuola sporche. Nella culla non vedo il bambino, da troppo tempo manca in quella culla, ho il dubbio che in questa casa non ci sia mai stato un bambino, che sia solo il frutto della mia immaginazione. Mi spoglio e mi metto al letto avvolgendomi nella pesante coperta, perché quando ritorno dal lavoro ho sempre freddo. Tanto freddo.
03/12/2006
Parenti
Parenti
Zio Alfonso ha settantasette anni ed è il cugino di mia madre. Zio Alfonso abita in una bellissima casa a Portici, un attico che affaccia direttamente sul mare. Zio Alfonso ha fatto i soldi facendo prima il magliaro in Svizzera, poi il contrabbandiere di sigarette a Napoli e infine il costruttore edile a Casalnuovo vendendo case mai costruite. Niente da dire, mio zio è stato, quello che si dice, un grandissimo figlio di buona donna. Zio Alfonso s’è ritirato a vita privata da più di quindici anni, moglie e figli non ne ha mai voluti perché li considerava solo una gran rottura di coglioni. Quindi in vecchiaia è toccato a me e mia madre accudirlo, anche perché nella drammatica situazione economica in cui versiamo lui è rimasta la sola unica entrata. Zio Alfonso fumava tre pacchetti di galuoise rosse al giorno finché un giorno scoprì che un tumore gli stava mangiando un polmone, dopo l’operazione e a causa di gravi complicazioni zio Alfonso perse anche l’uso dei reni e finì in dialisi. Le ultime analisi dicono che la metastasi si sta allargando all’altro polmone e al fegato, ma questo non glielo abbiamo detto. Comunque zio Alfonso con tutti gli acciacchi continua a fumare imperterrito, ma solo un pacchetto al giorno, dice che così campa di più. Spesso lo vedo girare per la casa con la maschera d’ossigeno in una mano e una goluoise rossa in un’altra, alternandosele in bocca, certe volte devo allontanarmi per non mettermi a ridere. Io e mia madre andiamo a casa sua il lunedì, il mercoledì e il venerdì, mentre lei fa le pulizie di casa e da mangiare io lo accompagno a dialisi,ogni seduta dura quattro ore e quando lo riporto a casa è più cadavere di prima, lui dice sempre che se non l’ammazza il tumore sarà la dialisi a farlo. Mia madre non ha mai sopportato lo zio Alfonso, dice che da ragazza gli dava sempre dei gran pizzicotti sul sedere, per la verità il vecchio glieli da anche adesso i pizzicotti, tutte le volte che lei gli capita a tiro. Che zio Alfonso fosse stato da giovane un porco e un maniaco era cosa nota in famiglia, ne ebbi la certezza quando trovai un intero archivio di giornali, videocassette e dvd porno nascosti nel ripostiglio dentro grosse scatole da scarpe, fino ad allora non m’ero mai spiegato perché tenesse fuori e alla rinfusa tutte quelle calzature. Zio Alfonso per accudirlo ci passa mensilmente novecento euro, seicento a mia madre e trecento a me. Purtroppo anche la sua taccagneria ci era ben nota in famiglia, e siccome a casa mia navighiamo in cattive acque, tra un padre perennemente disoccupato ed io sempre a corto di soldi, dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco, comunque sul vecchio mi rifaccio rubandogli le sigarette e rivendendo un po’ per volta la sua raccolta di materiale pornografico a un collezionista del settore. Più di una volta lo zio, accortosi delle sparizioni, ha minacciato di denunciarmi alla polizia se m’avesse colto sul fatto. Da due settimane mia madre è a letto con l’influenza, il virus e così resistente che non riesce a guarire, per sostituirla nelle faccende domestiche è stata chiamata Rosetta, una mia lontana cugina e coetanea che non vedevo da un sacco di tempo. Ricordo che da bambina aveva i capelli lisci e unti, magra come una scopa e con l’alito puzzolente, ora è una ragazza tutte curve e con i capelli ricci e profumati, peccato che abbia ancora l’alito puzzolente. Con lei s’è creato subito un feeling, quando torno con lo zio dalla dialisi lei ci fa trovare sempre un bel pranzetto, poi il tempo di metterlo a letto per farlo riposare che gia siamo nel bagno a fare l’amore, però prima le faccio lavare sempre i denti. Una volta il vecchio ci beccò nel bagno che scopavamo come conigli, aveva la solita gouloise nella mano destra e la mascherina dell’ossigeno sulla bocca, vedendoci non disse niente, ma mi parve di vederlo sorridere attraverso la plastica trasparente della mascherina, poi chiuse la porta e ritornò sul letto. In genere quando abbiamo finito ci stendiamo sul tappeto e fumiamo le sigarette scroccate allo zio. Ieri ho accompagnato zio Alfonso all’ospedale Cardarelli per il ricovero, con il male che ci ha dentro non credo che lo rivedrò più. Peccato, oramai quel vecchietto mi stava simpatico e le sue bestemmie mi mancheranno. I nipoti di zio Alfonso, allarmati dalla notizia, si sono già affrettati al suo capezzale, non vedono l’ora di dividersi tutte le sue ricchezze, mentre a me e mia madre non resta che trovarci qualcun altro da accudire. Oggi Rosetta si è trasferita da zio Salvatore, un lontano parente di mio padre ormai ridotto sulla sedia a rotelle, mi ha detto che lo zio ha bisogno di una persona che lo porti a spasso per la città, dice che paga meglio dello zio Alfonso e che se voglio posso anch’io trasferirmi da lei. Chissà, magari di parente in parente forse anch’io arrivo alla vecchiaia.