28/01/2007

Playlist di periferia - ovvero percorsi 2 -

Playlist di periferia - ovvero percorsi 2 -

 

Un piccolo polmone verde nella periferia orientale di Napoli. Un parco a verde intitolato all’unico artista degno di nota, nato per caso da quelle parti. Massimo Troisi. E su tutto domina incontrastato un gigantesco Golem di calcestrutto e acciaio, dove al posto dei demoni vengono nascosti gli esseri umani. Ma solo quelli più difficili e ingombranti, perché per la società sono loro i nuovi demoni. E tra muri scrostati e piante, tra rabbia e tranquillità, tra inferno e paradiso, c’è chi aspetta ancora un motivo per schierarsi.

Ex alveo artificiale - edilizia popolare alta, o se preferite Il Bronx di S. Giovanni a Teduccio.

Una corsa di mezz’ora. Non di più, sennò si rischia l’infarto. E una lettore mp3 con dentro una playlist scroccata da internet, tanto quelli sono rock e non s’incazzano. Una playlist rabbiosa che serve a superare la fatica ed esorcizzare quello che si vede.

Perché così sono le Playlist di periferia, o se volete Percorsi2.

di cattiveinclinazioni at 21:09:00 4 Commenti

21/01/2007

La redenzione

La redenzione

 

L’annuncio della redenzione avvenne una domenica di Giugno, nell' afa di un pomeriggio sfatto. L’aria - calda e asciutta - spargeva nel quartiere i profumi e gli odori di intere mattinate passate ai fornelli. Dopo l’orgia di pietanze le persone sonnecchiavano stremate in attesa che la calura fuori stagione allentasse un po’ la presa sulle case.

Intanto da lontano il Vesuvio sembrava indifferente a quanto accadeva sotto di lui.

Lello era ritornato a casa la sera prima, la comunità per tossicodipendenti di Soverato l’aveva mandato a casa dopo dieci mesi passati a disintossicarsi e ad espiare le sue innumerevoli colpe, o almeno così gli diceva il consigliere spirituale della comunità don Dante. E lui se la sentiva la addosso la redenzione, mentre affacciato al balcone aspettava che Elisa – la moglie - gli portasse il caffè forte e ristretto. Lei s’accorse della redenzione guardandolo negli occhi verde acqua, occhi puliti e presenti come mai le era capitato di vedere in tanti anni. Pure i bambini – il maschietto e la femminuccia – se ne accorsero, quando Lello gli disse di prepararsi perché li portava a pigliare un gelato loro ebbero un sussulto di felicità. Quelle giovani esistenze non avevano mai sentito quelle parole, del loro padre ricordavano solo botte e rimproveri. Per l’occasione Lello s’era fatto prestare la fiat bravo da suo fratello Vincenzo, lui che l’aveva sempre odiato per la sua vita di tossico accettò di buon grado di prestargliela, sapeva che la redenzione passava anche per questi piccoli gesti. L’auto era stata parcheggiata sotto il sole cocente ma non ci fecero caso, erano troppo felici ed eccitati per accorgersene, i bambini giocavano e ridevano sul sedile posteriore e anche Elisa sorrideva convinta. Lello mise in moto e partì con calma e tranquillità, sentiva addosso tutta la leggerezza del momento e voleva prolungarlo all’infinito. Erano scesi di primo pomeriggio, un orario davvero insolito per fare una passeggiata, perciò trovarono le strade libere dal traffico e i negozi chiusi: corso S. Giovanni a Teduccio; corso Protopisani; corso quattro novembre; l’auto macinava lentamente le strade del quartiere. D’un tratto Lello parcheggiò l’auto nelle strisce blu vicino ad palazzina di tre piani in ristrutturazione, tirò il freno a mano e guardò Elisa negli occhi.

 

-Vado a salutare un amico che non vedo da un sacco di tempo, ci metto pochissimo perciò non ti preoccupare. Poi le diede un bacio sulla bocca e scese.

 

Il sorriso interrogativo di lei lo accompagnò fino al portone d’ingresso. Dopo dieci minuti il portone si riaprì e si richiuse in un rumore assordante, Lello riemerse come un fantasma dal nuvolone di polvere e calcinacci caduto dai ponteggi. Aveva il passo lento e gli occhi spenti, e il sorriso di Elisa si trasformò in una smorfia amara.

 

-Ma che hai fatto lì dentro e perché hai occhi lucidi? Chiese lei inquisitoria.

 

-Te lo detto, ho solo salutato un vecchio amico, e gli occhi sono lucidi per la polvere che mi è caduta in faccia. Rispose lui sorridendo, mentre con il pollice e l’indice si strofinava la punta del naso.

 

L’auto ripartì spedita, ora Lello guidava con decisione e scioltezza, ma la sensazione che una po’ della sua redenzione si fosse persa in quel palazzo era più che un sospetto. Nel frattempo sul Vesuvio nuvole minacciose stavano facendo capolinea.

Corso Bruno Buozzi; via Bisignano; corso Sirena; un dedalo di viuzze ottuse e oblique che intersecavano ogni tipo di spaccio che la malavita riusciva ad organizzare. Lello fermò l’auto in doppia fila davanti ad una palazzina ben tenuta. Nel cortile, tra piante e fiori, un’enorme cappella votiva - dedicata alla Madonna Dell’Arco - incuteva timore e rispetto. 

 

-E adesso dove cazzo vai? Chiese Elisa in preda al panico.

 

-Devo vedere una persona, perciò vedi di non rompermi più le palle, chiaro! 

 

E prima che lei potesse reagire Lello uscì dall’auto infilandosi velocemente nella palazzina. Sul sedile posteriore i bambini impauriti non giocavano più e anche Elisa s’era chiusa in un muto sconforto. Malgrado il caldo fosse insopportabile nell’auto il gelo era reale e tagliente e teneva tutti sospesi in una rabbiosa attesa. Elisa tremava e sudava e alla madonna della cappella lanciava preghiere e bestemmie; la disperazione le aveva fatto perdere la ragione. Sessanta minuti passarono lenti e inesorabili poi una figura curva e rintronata uscì dalla palazzina, si appoggiò un attimo alla grande cappella e dopo essersi fatto il segno della croce continuò a barcollare fino all’auto. Era Lello; o quello che ne restava. Adesso non c’erano più dubbi, la redenzione era stata bruciata nell’inferno dei tossici e lui s’era di nuovo venduto agli spacciatori come carne da macellare: il viso freddo e occhi assenti lo confermavano. E tra urla, grida e bestemmie l’auto sgommò a tutta velocità. Via delle repubbliche marinare; via Atripaldi; viale due giugno; strade larghe e veloci che andavano inesorabilmente a sbattere contro i casermoni delle case popolari. Il bronx di S. Giovanni a Teduccio era il fiore all’occhiello di architetti dalle menti depravate, un’edilizia disumana creata per aggregare solo il peggio delle persone. E anche Lello ci andò a sbattere, come una mosca sul parabrezza, d’altronde tutti i tossici della zona lo facevano. L’auto colpì in pieno un palo della luce che illuminava quelle strade malate, l’impatto fu leggero e nessuno si fece male.

 

-Bastardo! Ci stavi per uccidere tutti. Ma ti rendi conto di quello che stai facendo!? Ti prego non ci lasciare, non andare là dentro. Urlò Elisa mentre con una mano cercava di trattenerlo per un braccio.

 

Lello guardava fisso un punto qualsiasi nel vuoto mentre con il palmo della mano si sfregava furiosamente la punta del naso, poi si girò verso di lei e la colpì con un violento cazzotto in pieno viso, mandandola a sbattere sul vetro della portiera e liberandosi così dalla sua presa. Ad Elisa bastarono pochi istanti per riprendersi dal colpo e per accorgersi che la sua faccia era diventata una maschera di sangue, a quello spettacolo i bambini si abbandonarono subito ad un pianto disperato.

E mentre Lello sprofondava nel buio di quei palazzoni, il Vesuvio veniva inghiottito da un’impenetrabile coltre di nubi.

Le ore si alternavano nell’angoscia più totale ma di Lello nessuna traccia. Elisa prese il coraggio a due mani e scese dall’auto, lei così piccola e minuta cominciò a gridare a squarciagola, scagliando il suo nome contro quelle costruzioni maledette. E le avrebbe  fatte crollare se solo ne avesse avuta la forza: come Giosuè davanti alle mura di Gerico. Ma nel quartiere che ammazza vigliaccamente i propri figli non c’era redenzione per lei, quella era solo un illusione, una preghiera accorata buona solo per il santo o il patrono di turno. E sotto un cielo livido Elisa realizzò tutto l’odio possibile per lo squallore che da sempre la circondava, mentre le sue urla salivano alte e si confondevano con le sirene dell’autoambulanza e della polizia.

di cattiveinclinazioni at 13:23:00 4 Commenti

14/01/2007

Stati di allucinazione aziendale

Stati di allucinazione aziendale

 

Oggi non è giornata.

Arrivo al lavoro con i soliti 15 minuti di ritardo e le occhiatacce dei colleghi spioni-bavosi-infami me lo rammentano. Va bene ho fatto tardi, ma mio figlio ha avuto un attacco di afta epizootica e ho dovuto portarlo dal veterinario, poi mia moglie ha avuto le doglie ed ha partorito un enorme alieno verde con due enormi occhi gialli, e che abbiamo portato nell’area 51 a far compagnia agli altri che già c’erano, inoltre mi si sono fermate le lancette della sveglia digitale.

Ergo: non rompete il cazzo!

Anche il capo è in ritardo e a lui le occhiatacce gliele faccio io.

Come un satiro invasato indice una riunione seduta stante, qualche pezzo grosso deve essersi lamentato con lui per un reclamo mal gestito, e ora vuole vendicarsi con noi cercando qualcuno da trombasi. La riunione si preannuncia di lacrime e sangue e qualcuno già si sente mancare la sedia e la scrivania da sotto, io approfitto del panico che si è creato e vado a pisciare. Nel bagno degli uomini Giovanna - quella delle pulizie - sta  lavando a terra.

 

- Ciao Giovanna, come stai...

- Ciao Carmine, non c’è malaccio, grazie.

- Madonna che puzza che c’è qua dentro, ma con che cosa stai lavando il pavimento Giovà.

- Guarda, è la prima volta che uso questi prodotti, me li ha imposti l’azienda per risparmiare, ma di questa roba non mi fido proprio.

-

 

Entro nel primo cesso libero e mi ci chiudo dentro, la puzza è micidiale e le esalazioni dei prodotti mi impregnano gola e polmoni, abbasso la patta e comincio a pisciare ma qualcosa di strano accade sotto i miei occhi stupefatti. La tazza comincia a muoversi come animata di vita propria, si allarga e si restringe come una bocca lasciva e lussuriosa, poi con un balzo felino mi salta addosso e mi ingoia. Va bene che queste giornate iniziano male e finiscono peggio, ma essere inghiottito dal cesso prima della pausa caffé mi sembra davvero troppo. Scivolo nel tubo di scarico come in una giostra del luna park, solo che qui mi bagno di liquido fetido e maleodorante. Mentre cado vedo il mio corpo rimpicciolirsi fino a raggiungere le dimensioni di un topo, e chissà perché mi sento il cugino scemo di alice nel paese delle meraviglie. Poi la mia caduta si arresta nelle acque della fogna principale. Nel  flusso trovo di tutto: stronzi, sigarette, pesciolini morti e serpenti vivi, lettere di fidanzati strappate e preservativi di ogni colore. Per rimanere a galla in questo schifo prendo tutti gli assorbenti usati che mi passano davanti e mi creo una bizzarra zattera di salvataggio. La corrente mi trascina ad una velocità pazzesca, sembra di essere a bordo di  un auto cabriolet che percorre un tunnel senza fine. Ma quando il viaggio sembra non finire più, di colpo una luce in lontananza mi indica la sua fine. Schizzo fuori dalla condotta come un colpo di pistola, mentre precipito da una altezza impressionate chiudo gli occhi un po’ per paura e un po’ per ripararmi dalla luce del sole.

Poi lo schianto, e il buio liquido e denso dove sprofondo lentamente.

Sono precipitato in un grande lago.

Superato lo stordimento dell’impatto riemergo per riempire i miei polmoni di ossigeno. L’acqua del lago è limpida e pulita, come se cadendo si fosse depurata attraverso un invisibile e potentissimo filtro, e  in un certo qual modo mi sento anch’io così.

Ma le sorprese non sono finite.

A riva uno strano movimento attira la mia attenzione, delle figure indistinte gridano qualcosa  verso la mia direzione, nuoto verso di loro finché non riesco a distinguerle. Sono uomini e donne vestiti con impeccabili abiti da ufficio, ora anche le loro grida mi sono diventate comprensibili.

Mi stanno chiamando con il mio cognome, Esposito, e non come fanno i colleghi spioni-bavosi-infami che lo storpiano in una squallida caricatura.

Sono tutti schierati lungo la riva che mi sorridono, un gesto inaspettato che mi riempie di una tranquillità sconosciuta. Dietro di loro, sparse su un grande prato verde, ci sono scrivanie e postazioni di lavoro con sopra scritto il nome di chi lo occupa.

Su una di queste c’e anche il mio.

Il luogo è irresistibile e perciò nuoto per raggiungerlo, le persone brillano di una strana luce che infonde fiducia e sicurezza. Forse il paradiso è così; un immenso ufficio dove viene celebrata la dignità dell’individuo, dove le persone tornano ed essere essenza di pensiero e non miseri ingranaggi senz’anima. Niente a che vedere con il cinismo perfido e spietato a cui sono abituato in ufficio, dove uomini incattiviti a dovere si azzannano per miseri avanzamenti di carriera. In cui ogni occasione è buona per mettersi in evidenza davanti al capetto di turno, come cagnolini al guinzaglio che aspettano la ciotola di croccantini. E mentre osservo i miei pensieri farsi immagine, da dietro un enorme gorgo improvvisamente si apre trascinandomi dentro.

Per la seconda volta in un giorno vengo inghiottito da qualcosa, e la cosa francamente sta cominciando a stancarmi.

Il buio è totale, poi man mano un leggero chiarore mi illumina le palpebre, non riesco a muovermi e nemmeno ad aprire gli occhi, ma in compenso riesco a percepire le voci intorno a me.

E come nei peggiori film d’horror m’accorgo di essere tornato al punto di partenza.

Sono di nuovo in ufficio steso sul pavimento, intorno a me i colleghi  spioni-bavosi-infami ridono e fanno battute sul mio accidenti, ma nessuno mi da una mano, poi qualcuno si distacca da quelle vipere e si avvicina. Una mano che sa di varechina e lavanda mi apre leggermente la bocca, e un soffio di aria viene insufflata nei miei polmoni.

E’ Giovanna, che piegata su di me sta operando una delicata respirazione bocca a bocca, l’anima più nobile e vera di tutto l’edificio mi sta riportando in vita.

Con le poche forze riacquistate apro leggermente gli occhi, giusto in tempo per vedere avvicinarsi il mio capo insieme al più rognoso e bastardo dei colleghi spioni-bavosi-infami. Dopo avermi rivolto un rapido sguardo schifato i due si esibiscono in assurdi e farneticanti monologhi.

 

-…come vede signor direttore, Sposìto, l’uomo che nessuno vorrebbe mai per collega, è finalmente schiattato…

-La cassetta del pronto soccorso! Dove cazzo sta la cassetta del pronto soccorso!

-…e vorrei cogliere l’occasione per segnalarle mio cognato Ugo, uomo di sani principi morali e gran lavoratore, non come quell’essere spregevole che giace a terra…

-Devo procurarmi una cazzo di cassetta del pronto soccorso, se vengono quelli dell’ASL e non la trovano mi fanno un culo così.

-…inoltre le ricordo la mia candidatura per quel posto di coordinatore dell’ufficio vendite, lei sa bene quanto ci tenga a quella carica…

-Forse quelli del secondo piano ne hanno una; ora li chiamo e me la faccio prestare, poi chiamo l’ambulanza e mi tolgo dai coglioni questo morto di fame.

 

Decido che quella sceneggiata è durata già troppo, così sotto gli occhi sbigottiti di tutti riapro gli occhi e lentamente mi alzo.

   

-Cari colleghi, vi ringrazio per l’aiuto che mi avete spontaneamente offerto, ma come potete vedere adesso sto bene. Ora potete tornare tutti alle vostre attività.

 

Il capo tira un sospiro di sollievo e se ne va, seguito dal più infame dei leccapiedi che schiuma dalla bocca come un cane idrofobo, probabilmente s’è reso conto che Ugo – suo cognato - rimarrà disoccupato per un bel pezzo. Anche gli altri si allontanano alla spicciolata, masticando bestemmie come fossero caramelle balsamiche per il fegato in fiamme. Solo Giovanna rimane al mio fianco e a lei riservo sorrisi di gratitudine e di affetto.

   

- Immaginavo che questi nuovi prodotti per la pulizia facessero schifo, ma mai che potessero ammazzare una persona con le loro esalazioni. Per fortuna quando stavo alla protezione civile ho fatto il corso di rianimazione, sennò col cazzo che ti salvavo la pellaccia.

-Già, evidentemente non sono ancora pronto per il nuovo ufficio, quello che sta dall’altra parte. Peccato, perché mi sarei trovato bene.

-Come…scusa ma non ho capito.

-Non ti preoccupare Giovanna, è una cosa mia. Comunque voglio ringraziarti per quello che hai fatto, se hai bisogno di me per qualsiasi cosa non esitare a chiamarmi.

-Va bene Carmine, lo terrò a mente.

   

E mentre Giovanna torna al suo lavoro io mi infilo nell’ufficio del capo per regolare alcuni conti in sospeso. Il capo mi guarda come fossi Lazzaro resuscitato, ma la sua è solo diffidenza, e ne ha ben motivo.

   

-Cosa vuole Sposìto, non ci ha fatto perdere tempo abbastanza?

-Mi chiamo Esposito signor direttore.

-Senta Sposìto, si sbrighi e se ne vada, che ho tanto da fare, io.

-Signor direttore, ora mi sento meglio ma mi ci vogliono sei mesi di convalescenza per ristabilirmi del tutto, in caso contrario credo di non poter arginare le voci infondate che parlano di questo ufficio come di un luogo di lavoro dove non si rispettano le più elementari norme di sicurezza, dove manca perfino la cassetta del pronto soccorso. Spero non voglia rischiare eventuali e probabili denuncie all’ispettorato del lavoro, e comunque mi chiamo sempre Esposito, io.

   

Il capo mi caccia fuori dall’ufficio urlando e insultandomi come un ossesso, ma mi accorda i sei mesi di convalescenza, buoni pasto inclusi.

Vicino l’uscita di emergenza c’è Giovanna con il suo carrello per le pulizie, l’aspettano al secondo piano dove ci sono altri bagni da lavare e cestini da svuotare. Le apro la porta per farla uscire, poi spingiamo insieme il carrello fino al montacarichi. Mentre camminiamo chiudo gli occhi, e quel lugubre corridoio col pavimento di linoleum diventa un viale alberato, mentre il carrello per le pulizie si trasforma in un grazioso carrozzino con dentro un bellissimo bambino che dorme beato. Uno scossone di Giovanna e l’arrivo del montacarichi mi riportano alla realtà, ma non sono triste. In realtà la felicità non si misura da quanta strada facciamo insieme alle persone, ma dall’intensità con cui la percorriamo.

di cattiveinclinazioni at 17:48:00 2 Commenti

07/01/2007

Offerte promozionali

Offerte promozionali

 

Cinque del pomeriggio: sto davanti al computer che guardo un porno di Brigitte Bulgari appena scaricato dalla rete; e con un mano sul mouse e l’altra sul cazzo faccio partire il windows media player. Il film non è male: le attrici sono belle e gli amplessi coinvolgenti, ma nel meglio di una scena lesbo arriva uno squillo sul cellulare. Lo squillo mi smonta e bestemmiando come un turco mollo il membro per il telefonino.

 

-Pronto…

-Salve! Sono Manuela della Tim, dai nostri tabulati ci risulta che lei naviga tantissimo in rete alla ricerca di materiale pornografico.

-Ma come si permette! E poi non è assolutamente vero.

-…see vabbè…dunque dicevo: le vorrei proporre la nostra nuova tariffa Tim porci e maiali, che a sole cinque centesimi di euro al minuto – iva inclusa - le permetterà di scaricare tutte le foto e i filmati porno che desidera.

-Ancora! Se non la smette chiamo la polizia e la denuncio, ha capito!

-…si chiamali, tanto già ti tengono d’occhio quelli…e inoltre con un canone mensile di dieci euro lei potrà usufruire - in comodato d’uso - del nuovissimo videofonino Nokia hardcore: con schermo sedici noni, tasti in latex e profumato con umori di donna in calore.

 

La voce di Manuela è veramente arrapante, mentre la ascolto faccio ripartire il media player e rimetto la mano sul cazzo.

 

-Siii Manuela…mi parli di questa offerta…siii mi convinca…

-…ti stai eccitando vero brutto maiale…e in più, con l’abbonamento, lei potrà scaricare gratis ogni mese un ora di video porno dai nostri fornitissimi archivi.

-Siii…siii…ancora che vengo…siii….no…mi dispiace ma non sono più interessato, in questo momento mi è appena passata la voglia.

-…see, col cazzo che mi sfuggi…Signore, un attimo solo che tolgo la cuffia e le parlo in privato…ok, vediamo di chiarirci: tu vuoi questa offerta, lo so che è così, ma i tipi come te devono essere adeguatamente stimolati. Facciamo così, vengo da te con il modellino dell’abbonamento, tu lo firmi e io ti faccio un pompino con l’ingoio che nemmeno te lo sogni, ci stai?

-…beh…se è così…accetto!

-…lo sapevo lurido porco…complimenti signore, vedrà che non se ne pentirà. Grazie ancora per averci scelto e a presto per nuove, fantastiche iniziative Tim.

di cattiveinclinazioni at 23:53:00 4 Commenti