28/04/2007

Solo pelle e ossa

Solo pelle e ossa 

 

Niente.

Niente è sbagliato, sono le regole ad essere sbagliate.

Piangere, mangiare cibo, guardarsi le cosce allo specchio, disperarsi e aver voglia di tagliarsi le vene, questo è sbagliato.

L’unica vera libertà è morire di fame. E questo è giusto.

Cosa credete, che in questa situazione ci si arriva per gioco o per capriccio? Quando si è travolti dalle circostanze l’unica cosa da fare è reagire, e non importa quando radicale è la soluzione, quello che conta è il risultato e solo quello.

Nel mio caso tutto comincia quando vedo il mio ex abbracciato a Veronica, la bionda della quarta E, fino ad allora non mi sono mai accorta di quanto fossi insicura e inadeguata. Quella stronza mi soffia il ragazzo da sotto il naso ed io la odio con tutto il cuore, all’inizio non capisco cosa ci trova in lei, poi, come un velo che mi cade dagli occhi, mi rendo conto di come vanno le cose in questo schifo di  mondo. Lei è al centro dell’attenzione: perfetta a scuola, a casa e con gli amici, bella come  una divinità da adorare a cui dedicare parole dolci e poesie. Le invidio i quaranta chili di peso e le ossa del bacino bene in vista, gli zigomi sporgenti e i pantaloni taglia trentotto, poi torno a casa e piango sui miei taglia quarantaquattro.

Da quell'istante il cibo è diventato il mio nemico.

Vomito quasi tutto il giorno, e più vomito più mi sento in colpa, e più mi faccio schifo e più mangio e vomito. Ho sempre mal di gola e le ghiandole salivari gonfie e doloranti, inevitabili effetti collaterali che accetto volentieri. A casa preparo il pranzo per tutta la famiglia, preparo la pasta e fagioli, la cucino io, la mangio tutta, vado nel bagno e la vomito fino alla bile. Compro un gelato, ne compro due, al terzo comincio a vomitare. Passo per il supermarket a comprare l'acqua. Compro un pacco di biscotti, e dei kinder fetta a latte, e un duplo. Mangio tutto in macchina. Vomito tutto in palestra, nel bagno, con la gente che fa la fila fuori per entrare. Vedo ancora un pezzo di buccia di mela. Rosso. Forse è un pezzo di stomaco, non lo saprò mai. Il bagno è diventato il mio confessionale, e lì che faccio penitenza dei miei peccati, di questa tortura quotidiana che mi costringe a nutrirmi di porcherie, sempre colpevole e perciò costretta a punire il mio corpo, espellendo tutto quello che mi rende brutta e imperfetta. Col tempo e l’esperienza ho imparato a mascherare questa mia frenesia con piccoli trucchi e accorgimenti:

Prima di vomitare lego sempre i capelli, eventuali tracce di vomito tra i capelli farebbe nascere subito dei sospetti.

Appallottolo un bel po’di carta igienica che poso in fondo al water: questo oltre ad attutire i rumori evita gli schizzi di rimbalzo, poi tiro lo sciacquone due volte per evitare che qualcosa galleggi. Se è il caso pulisco all’interno con lo spazzolone.

Per non farmi rovinare lo smalto delle dita dai succhi gastrici uso uno spazzolino per provocarmi il vomito, e quando ho finito mangio una gomma al fluoro per proteggermi i denti. Dopo apro la finestra per far passare la puzza.

Se dopo vomitato ho un colorito diverso o un luccichio agli occhi mi sciacquo la faccia con acqua freddissima e mi trucco di nuovo, poi corro in cucina a bere tanta acqua per evitare la disidratazione.

Cosi facendo non ho mai insospettito nessuno, anche se credo che mia madre lo abbia capito da tempo. Le cose precipitano un giorno quando per distrazione lascio in fondo al water delle macchie rosse, non ricordo se era sangue o il sugo che avevo mangiato prima, fatto sta che mia madre le vede e mi fa mille domande sul mio stato. Rispondo in modo evasivo negando tutto, lei per tutta risposta mi porta dal medico curante che mi prescrive una gastroscopia.

In clinica ci vado a digiuno, almeno stavolta sono autorizzata. Il gastroenterologo mi fa stendere di fianco su un lettino da visita duro come il marmo, il lenzuolo di carta che lo ricopre è ruvido come la carta vetro, mi chiede se ho paura della sensazione di soffocamento e anche se non è vero gli dico di si senza esitare. Il medico mi mette in bocca un boccaglio di plastica bianca e per tenermi buona mi fa una endovena di Valium, in quel preparato ce ne sono pochissime gocce ma sufficienti per stordirmi e dargli modo d’infilarmi, attraverso il boccaglio, un grosso tubo nero in gola. Mentre lui mi esamina stomaco, esofago e quant’altro io, aiutata dal valium, parto alla scoperta di nuove sensazioni di dolore. Il serpente nero striscia dentro di me infliggendomi sofferenze atroci, come se mille e più dita si muovessero alla ricerca della mia anima malata, e tra apnea e convulsioni in quei cinque minuti vedo la mia vita passarmi davanti dagli occhi. L’esame mette in evidenza un ernia iatale mostruosa, il medico mi prescrive una cura fatta di sciroppi e compresse che in seguito non ho mai fatto. Come da prassi mi ricoverano per un giorno, solo quando rivedo Veronica capisco perché m’hanno portata lì. Le ragazze ricoverate hanno tutte la binge eating disorder, un nome altisonante e pomposo usato per indicare chi soffre di anoressia e bulimia.

Veronica cammina con una flebo attaccata al minuscolo braccio, la flebo sta in cima a un asta di metallo che poggia su delle rotelle di plastica.

Lei lo usa come un bastone da passeggio.

Gira con una camicia da notte azzurra che mette in evidenza il pallore della faccia scavata, sembra davvero una macabra Barbie. Sono a letto ancora mezza rintronata quando Veronica entra e mi dice che sono una bulimica schifosa senza un filo di classe, una che s’infila di tutto in gola per provocarsi i conati come una tredicenne alle prime armi, che lei mai avrebbe ingerito schifezze come dolciumi e snack salati. E’ così determinata da farmi star male dalla rabbia, il suo autocontrollo è spietato e totale e più la guardo morire di fame e più mi accorgo che non diventerò mai bella come lei, come la dea che voglio diventare.

Così diventiamo subito amiche.

Il giorno dopo torno a casa e riprendo subito la mia attività, mia madre mi marca da vicino e perciò mi faccio più attenta e guardinga. Veronica mi telefona dopo una mese, è stata appena dimessa dalla clinica e mi chiede di passare con lei qualche settimana nella sua villa al mare, mi dice che saremmo state sole e che avremmo concluso insieme il nostro percorso verso la perfezione.

E’ convinta da far paura, ma accetto e vado da lei.

A mia madre dico che parto per una vacanza studio all’estero e sudo sette camicie per convincerla. La villa a due piani è bellissima, l’aria salmastra e il sole sono un vero toccasana, ma non è per quello che siamo venuti, dobbiamo completare la trasformazione che da crisalidi ci porterà a diventare delle bellissime farfalle. Prendo la camera al piano terra, lei quella al primo piano, entrambe sono comode e confortevoli e con un computer provvisto di adsl. Riempiamo il frigorifero di Gatorade, Enervit, frutta, finocchi e yogurt magro, nella dispensa invece mettiamo diuretici, pillole contro il bruciore di stomaco, sigarette, prozac e valium. Sono in balia della frenesia di Veronica che mi costringe a condividere il suo regime alimentare, dice che se voglio essere uguale a lei devo non solo mangiare come lei, ma anche agire e pensare come lei, in una sorta di simbiosi mistica.

Così da bulimica divento anoressica.

I primi giorni usciamo tutte le sere, poi sempre meno finché non smettiamo del tutto, la debolezza non ce ne da più la voglia. Stiamo continuamente su internet alla ricerca di siti di anoressiche e a chattare con loro. Passiamo sempre meno tempo insieme e dopo un po’ci vediamo solo per mangiare, la giornata è scandita da quel poco di cibo che riuscivamo ad assumere e le quantità vengono sempre diminuite rispetto al giorno precedente. Mangiamo nude davanti allo specchio, e là dove ci sono due corpi quasi scarnificati noi riusciamo a vederci due lottatori di sumo, questo ci da più forza per proseguire nel nostro scopo.

Anche il mangiare insieme inizia a pesarci, così ci rinchiudiamo nelle nostre stanze e smettiamo di vederci.

Cominciamo a comunicare tra noi solo via mail e nei forum segreti delle anoressiche, non ci vediamo più ma le nostre motivazioni sono sempre le stesse.

Più forti che mai.

Stesa sul letto mi conto le ossa della mano, sono così visibili che riesco a distinguere tutte le falangi, dalla stanza di Veronica sento cadere qualcosa: più che un rumore è un tonfo, leggero e soffice, come un sacco vuoto che si posa sul pavimento.

Da quel momento non riesco più a contattarla.

A poco a poco perdo la cognizione del tempo, fino a non ricordare più quanti giorni ho trascorsi lì. Vado in cucina con i crampi allo stomaco e m’accorgo che nel frigo non c’è più nulla da mangiare, dalla dispensa prendo gli ultimi diuretici insieme al resto del prozac e valium e l’ingoio tutti insieme, poi mi stendo sul tavolo di marmo e m’addormento.

La lastra di marmo è fredda come una lapide.

Gli incubi sono lucidi e reali più che mai, mi vedo grassa, patetica e derisa da tutti, il mio corpo si gonfia a dismisura fino a scoppiare e i miei brandelli vengono mangiati e vomitati continuamente da persone dal fisico statuario. Questo deve essere l’inferno delle anoressiche, l’eterna punizione che mi spetta quando morirò.

Ma non muoio.

Mi risveglio dopo due giorni nella clinica dove ho fatto la gastroscopia, ho una flebo nel braccio e una camicia da notte azzurra addosso, nessuno mi dice dove è finita Veronica e dopo un po’ smetto di chiederlo. Appena ne ho la forza mi alzo e per camminare mi appoggio all’asta di metallo che sorregge la flebo, sono la regina della clinica e quello che stringo è il mio scettro, il segno inequivocabile della mia superiorità sulle altre stupide ricoverate. Il metallo dell’asta è lucido e pulito e ogni tanto ci specchio la mia faccia bianca e deformata. La flebo mi dà forza e vigore, ma mi fa anche aumentare di peso. Lo sento. Devo combattere il cibo che a forza vogliono introdurmi, perché quello che mi nutre mi distrugge ed io non posso permetterlo. Quando uscirò sarò grassa come un maiale, mi sentirò brutta e sbagliata, un vero fallimento, ed io dovrò ricominciare tutto daccapo. Dimagrirò di nuovo e avrò la mia rivincita, sarò di nuovo al centro dell’attenzione, bellissima e perfetta e non piangerò più la notte.

Solo pelle e ossa: è tutto quello che voglio essere.

di cattiveinclinazioni at 18:09:00 21 Commenti

15/04/2007

Il mondo attraverso i film

Il mondo attraverso i film

 

Il cinema mi piace un sacco anche se ci vado da poco. Prima avevo a malapena il permesso di scendere per giocare a pallone nel cortile del palazzo, ma ora che ho otto anni posso finalmente andare al “Supercinema” o al “Partenope”, però solo accompagnato da mio fratello Roberto. Lui ha tredici anni ed ha il permesso di andare dappertutto, o quasi.

Mica è giusto che nel 1979 io debba essere trattato ancora come una femmina!

Comunque a me il “Supercinema” piace perché è grande e perché nel buio posso sputare addosso alle persone senza farmi vedere. Il “Partenope” invece è più piccolo e puzza come il lagno, la fogna a cielo aperto che sta davanti casa mia. Però si paga di meno e se c’è folla riesco ad intrufolarmi senza pagare.

Al “Supercinema” ho visto: “Napoli - serenata calibro 9, “Roma a mano armata”, “L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente”, “Milano odia - la polizia non può sparare”.

Al “Partenope” invece ho visto: “Squadra antiscippo”, “Dalla Cina con furore”, “Mark il poliziotto”, “Sbirro, la tua legge e lenta…la mia no!”

Oggi è domenica e al “Supercinema” danno “I contrabbandieri di Santa Lucia” con Mario Merola. Io e mio fratello ci siamo già organizzati.

Alle tre e mezza del pomeriggio finiamo di mangiare; il tempo di vestirci e di pigliare la paghetta da nostro padre che già siamo in strada. Alle quattro aspettiamo l’apertura della sala insieme a una folla di ragazzini inferociti. C’è anche Annalisa, la figlia della vicina di casa, lei ha dodici anni ed ha una cotta spaventosa per mio fratello, con una scusa si avvicina a lui e lo prende sotto il braccio. Non capisco perché mio fratello non la caccia via a calci; porta gli occhiali con delle lenti così doppie che sembrano culi di bottiglia e le puzza il fiato di uova marce, mi sta così antipatica che la piglierei a calci negli stinchi fino a farla piangere. Appena la saracinesca si alza ci fiondiamo dentro come saette; mentre mio fratello fa i biglietti io corro nella sala alla ricerca dei posti migliori, ma solo per me e mio fratello. Se la quattrocchi vuole un posto se lo cerca da sola.

Appena le luci si spengono nella sala vola di tutto, le urla e i fischi mi mettono addosso un’emozione indescrivibile.

Io so tutto del mondo perché l’ho imparato al cinema.

Mario Merola, Maurizio Merli, Tomas Milian, Bruce Lee: con loro ho capito come stanno veramente le cose, mica a scuola.

A Napoli comanda la camorra, girano per le strade con le Alfa Romeo Giulia 1600 e per mare con i motoscafi blu. Sono ossequiati e rispettati perché con il contrabbando di sigarette danno lavoro a un sacco di persone.

A Napoli i poliziotti sono biondi e con i baffi, anche loro hanno le Alfa Romeo Giulia 1600 e vanno in giro a rompere i coglioni ai poveri camorristi.

A Roma e Milano la musica non cambia, solo che a comandare non sono i camorristi ma le bande. Anche lì i poliziotti hanno i capelli biondi e i baffi e prima di arrestare i delinquenti pigliano sempre un sacco di mazzate.

Certo che il poliziotto è davvero un mestiere di merda.

In Cina c’è un tizio a cui ammazzano sempre la moglie o il padre o la madre. Qualche volta anche tutti e tre insieme. Comunque la vendetta è tremenda e se i nemici sono più di cento lui li fa tutti a pezzi con il suo Kung Fu.

Nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo esco fuori per comprare le pizze, ma non per Annalisa. Se la puzzafiato ne vuole una si alza e se la va a comprare. La pizzeria si trova proprio dietro l’angolo e c’è sempre una folla esagerata. Torno con le pizze a secondo tempo iniziato e ce le mangiamo al buio, sporcandoci i vestiti della festa di unto e di sugo.

Dopo il film ci perdiamo Annalisa all’uscita e finalmente restiamo soli.

Ora inizia la parte che più mi piace.

Sulla strada di casa ci fermiamo ad un “Vini e Oli” che vende delle fetentissime gazzose per quattro soldi, così spendiamo gli ultimi spiccioli della paghetta. Beviamo quella porcheria per strada poi io e mio fratello facciamo a gara di rutti e di sputi; sono piccolo ma i miei rutti si sentono per tutto il quartiere, mio fratello invece riesce a centrare un gatto in corsa da cinque metri.

Sul balcone di casa mamma sta fumando una sigaretta in santa pace, anche Annalisa è affacciata al balcone, me ne accorgo dai riflessi di quei cannocchiali che porta sul naso. Un’altra mitica domenica al cinema è finita.

Da lunedì a venerdì al “Supercinema” e al “Partenope” danno lo stesso, identico film. Una mistero che non riesco a spiegarmi. Il film si chiama “Film a luci rosse” e per la strada non ci sono locandine che lo pubblicizzano. Mio fratello mi ha detto che ci vanno un sacco di papà ma senza le mamme, che prima di entrarci velocemente si guardano sempre attorno. Secondo me la dentro c’è una base dei servizi segreti, di quelli che combattono i camorristi e le bande. Forse anche mio padre fa parte dei servizi segreti visto che ci va spesso, almeno così dice mio fratello.

Se lunedì papà ci porta tutti e due al “Supercinema" giuro che non lo dico a nessuno, così il segreto è salvo. Però al ritorno facciamo la gara di rutti e sputi.

di cattiveinclinazioni at 21:25:00 2 Commenti

06/04/2007

Il Messia

Il Messia

 

Preghiamo fratelli perché io c’ero.

Preghiamo fratelli perché io sono il testimone della sua venuta.

In quel tempo ero solo Pietro, il pescatore di cozze che vendeva abusivamente il proprio pescato sugli scogli di Mergellina, poi dalla villa comunale sfolgorante come il sole mi apparve lui. Il Messia.

Il redentore vestiva di tunica bianca e portava lunghi capelli biondo cenere, anche se mi sfuggiva il significato del diamantino al lobo destro e le Tod’s giallo senape ai piedi.

Dopo mi disse che il suo peregrinare richiedeva amuleti riconoscibili e dei comodi calzanti.

Il Messia mise la mano sulla mia spalla e con voce decisamente alcolica mi disse:

 

"Gianni!"

"…mi chiamo Pietro, mio signore."

"Beh…se insisti: dunque, Pietro! Da oggi non pescherai più pesci ma uomini…"

 

La pronuncia leggermente effeminata della parola uomini non distolse l’attenzione dalle sue immortali parole.

 

"…perciò ti nomino chief apostolic supervisor e dovrai gestire un gruppo di lavoro formato da undici esperti di marketing che io ho battezzato apostoli. Annunzierete la buona novella con questo libro - il nuovo Vangelo di Cristo ver. 2.0 - dove il 2.0 sta per il millennio in corso. Diffonderete il libro in tutto il mondo con il porta a porta al modico prezzo di cinque euro, e porterete a me i ricavi e le anime smarrite, possibilmente maschili."

 

La pronuncia nuovamente effeminata della parola maschili non mi colse impreparato.

Con uno cenno della mano chiamò a raccolta dai tavolini di un bar gli apostoli che stavano consumando comodamente aperitivi e drink esotici, quando si riunirono in semicerchio attorno a me il salvatore me li presento uno ad uno.

 

"Ecco Antonio…scusa Pietro, loro sono i tuoi fratelli, chiamati a servirmi per la gloria del signore.

Alla tua destra c’è Giovanni, primario di una clinica psichiatrica dove curava i pazienti con messe cantate e psicofarmaci sperimentali. A seguito numerose denunce per maltrattamenti e percosse e dopo un ispezione dei carabinieri,  la clinica venne chiusa e lui radiato dall’ordine. Ora è il mio medico personale.

A seguire ecco Giacomo il maggiore, detto così perché nell’esercito ricopriva il grado di sergente maggiore. Quand’era in Bosnia-Erzegovina con la NATO vide la madonna di Medjugorie spuntare da un carro armato e ordinargli di uccidere tutti gli infedeli, dopo essere stato velocemente congedato dall’arma è diventato il capo della mia security.

Poi ancora Paolo, esattore per un potente clan camorristico. Mentre riscuoteva il pizzo per il quartiere rimase folgorato dalla mia voce sulla via di Secondigliano, nel  momento in cui benedicevo le nike appena comprate. Da allora è diventato il mio contabile capo.

E infine Filippo, che conduce su un emittente televisiva napoletana un programma di oroscopi e tarocchi. Da quando ha predetto in diretta la mia venuta il suo share è schizzato alle stelle ed io l’ho nominato capo dell’ufficio stampa.

Alla tua sinistra invece ecco Andrea, il viados brasiliano. Lo incontrai una sera vicino al parco Troise, gli donai quindici euro e ci appartammo nel mio SUV, dove gli diedi la buona novella. Da quel momento è diventato il mio collegamento con la comunità cattolica dei transgender.

Poi c’è Tommaso, il monsignore della diocesi di Caserta. Un giorno venne da me per chiedermi se ero davvero il messia, gli disse che lo ero e che lo avrei aiutato con il processo per pedofilia intentato contro di lui. Dopo averlo fatto scagionare da tutte le accuse è diventato il mio consigliere spirituale.

E ancora Bartolomeo, tranviere dell’azienda trasporti del comune di Napoli. Una domenica mattina che era sotto l’effetto dell’eroina mi investì con il suo automezzo, facendomi perdere i sensi sull’asfalto. Quando rinvenni era davanti a me che piangeva e si disperava, gli dissi che ero il messia e che lo perdonavo, poi citai il comune di Napoli per un milione di euro e lui fu subito licenziato. Adesso è il mio autista personale nonché colui che mi procura l’eroina.

A seguire ecco Simone, il venditore di servizi telefonici per la Telecom. Un giorno mi chiamò per offrirmi una linea ADSL veloce come la luce, gli dissi che ero io la luce e che al mio fianco avrei illuminato il suo cammino per sempre. Ora è a capo del marketing telefonico e si occupa di promuovere il nuovo Vangelo di Cristo ver. 2.0.

E infine c’è Giacomo il minore, detto così perché minorenne e con il quoziente di intelligenza di una scimmia. Lo incontrai in un centro accoglienza di Avellino, dove i suoi genitori lo avevano abbandonato fin da piccolo. Comprai il suo rene quando i miei smisero di funzionare a causa dell’AIDS contratta da qualche fedele, ora è al mio fianco in attesa di salvarmi ancora.

L’ultimo discepolo in questo momento è assente. Giuda - il promotore finanziario - è in riunione con una grande multinazionale del settore religioso, con loro abbiamo in progetto un franchising di chiese da diffondere sui mercati internazionali. Giuda bussò un giorno al tempio che avevo fatto erigere abusivamente di fronte ai faraglioni di Capri, mi propose investimenti sicuri dalla ricchezza straordinaria. Gli dissi che il messia era già ricco; di speranza; di gioia; di amore e di svariati conti svizzeri, poi gli chiesi di unirmi a me per la gloria del signore. Ora è a capo del business & Masterplan finanziario.

Dunque Carlo…volevo dire Pietro, vuoi unirti ai tuoi fratelli per servire il signore dio tuo?"

 

Rimasi senza parole per interminabili minuti, la rivelazione dell’eletto mi colpì nel profondo dell’animo. Mi prostrai umilmente ai suoi piedi e con la voce rotta dall’emozioni gli chiesi:

 

"Mio signore! Perché io? Cosa ho fatto per meritare tutto questo, io che sono così indegno di sedere alla tua mensa."

 

Ma il Messia nella sua infinita bontà mi aiutò ad alzarmi e con un leggero sorriso si avvicinò all’orecchio sussurrandomi delle dolci parole.

 

"Ed è proprio della mensa che si tratta caro fratello…fratello…beh lasciamo perdere. Come chief apostolic supervisor tu dovrai occuparti del catering giornaliero. Ricordati che la mensa del signore va onorata tutti i giorni, perciò non lesinare sul desio. Avrai a disposizione congrui fondi per soddisfare l’appetito mio e dei tuoi fratelli."

 

Così diventai Pietro, il dodicesimo apostolo di cristo, ritornato tra gli uomini dopo duemila anni. Le cose per la nuova chiesa andavano benissimo, negli anni che seguirono conoscemmo una diffusione a livello planetario, raggiungemmo i mercati sudamericani e quelli dell’est europeo, fino ad espanderci in Cina e in Asia. Portammo la luce del signore nei centri commerciali più sfavillanti fino ai discount più miseri, dove aprimmo la nostra chiesa tra gli ortofrutticoli e i detersivi. Non facevamo distinzione di ceto e di razza, perché tutti dovevano godere della buona novella portata dal nuovo Messia. Inevitabilmente alla sua crescente popolarità corrispose l’invidia e l’astio di coloro che non capivano la sua grandezza, e che cercavano di osteggiare in tutti i modi. Gli attacchi alla nostra chiesa si moltiplicavano di giorno in giorno, ci chiamavano mercanti di menzogne e approfittatori senza scrupoli, ma il messia ci tranquillizzava tutti dicendoci che duemila anni fa anche il suo predecessore aveva subito gli stessi attacchi.

Ma qualcosa in lui stava cambiando, il nuovo vangelo che a suo tempo aveva portato non gli bastava più, per lui era diventata una sorta di gabbia.

Nel mondo c’erano tre grandi religioni monoteiste, ognuna con un proprio messia, perciò decise che era tempo di abbracciarle tutte.

Quindi cominciò col professarsi cristiano, musulmano ed ebreo, e che queste religioni potevano riconoscere in lui il nuovo messia, unico e onnipotente. Contemporaneamente iniziò una potente opera di apostolato globale, dove nessun media fu risparmiato.

Nacque così  il nuovo Vangelo di Cristo ver. 3.0, dove il 3.0 indicava il termine per lo sfruttamento dei diritti d’autore dell’opera, e cioè all’inizio del terzo millennio.

Quest’ultima mossa fece scatenare l’ira di governati meschini come il presidente degli Stati Uniti d’America Jenna bush, figlia dell’ex presidente George W. Bush e con un passato di mediocre modella. Appena eletta si scagliò contro tutte le nazioni che non permettevano alle donne di indossare una mise decente di Armani, quindi stilò una lista di paesi canaglia dove l’Italia vi compariva a causa del nuovo Messia.

Pressato dalla comunità internazionale, il presidente del consiglio Piersilvio Berlusconi - figlio dell’ex premier Silvio Berlusconi – fece rapire il messia dai servizi segreti americani con l’aiuto di Giuda, il promotore finanziario. Lo prelevarono dal privè di una discoteca alla moda mentre festeggiava il suo trentatreesimo compleanno, poi con un aereo senza insegne lo portarono sull’isola di Guantanamo.

Giuda - l’artefice dell’operazione - fu premiato con trenta denari (che nel gergo finanziario corrispondono a una benefit di trenta milioni di dollari in azioni Microsoft).

Da quel momento le notizie sul messia si fecero scarse e frammentarie, quel silenziò alimentò le voci e le illazioni più disparate, fino a farle diventare vere e proprie leggende metropolitane.

Qualcuno affermò di averlo visto in Russia a capo di un gruppo heavy metal satanico, altri giurarono di averlo visto in Vaticano al fianco del Papa in veste di camerlengo.

Ma io che sono l’ultimo discepolo rimasto conosco la verità, anche se la nascondono dietro montagne di menzogne.

Il Messia una volta imprigionato a Guantanamo venne processato, torturato e infine condannato alla pena capitale tramite iniezione letale. Il suo corpo fu cremato e le ceneri usate per il barbecue della festa del ringraziamento.

Cari fedeli, ora sapete perché nella nostra chiesa al posto della croce di legno del suo predecessore c’è un tavolo operatorio a forma di croce, con delle cinghie al posto dei chiodi e la flebo mortale infilata nel braccio sinistro del nuovo cristo.

E non sorprendetevi se la scritta INRI è scomparsa, lo spazio rimarrà vuoto finché non avremo definito gli ultimi dettagli con il nuovo sponsor.

Ora alzatevi tutti in piedi e preghiamo.

di cattiveinclinazioni at 17:12:00 4 Commenti