01/08/2007

Intrecci di vite in un sabato qualunque

Intrecci di vite in un sabato qualunque

 

Il solito sabato sera si abbatte sulla città, con la sua voglia di strafare e le sue voglie da soddisfare. Ogni gesto è calibrato, ogni mossa calcolata in anticipo. Tutti vogliono qualcosa da questa serata: qualcosa da graffiare e da strappare a morsi, da accarezzare e da baciare, da chiavare e da riempire di sburro. Qualcosa per sballare e per ubriacarsi, per anestetizzare la coscienza e farla scivolare sotto le suole delle nike da centocinquanta euro che portiamo ai piedi.

E per molti tutto questo trova un senso e una risposta nell’andare a puttane.

Via Ferrante Imparato; via Galileo Ferrarsi; via Emanuele Granturco; via delle Repubbliche Marinare; un trapezio isoscele che delimita la zona industriale di S. Giovanni a Teduccio, dove i capannoni abbandonati si alternano alle ultime fabbriche che sopravvivono in attesa che i cinesi gli diano il benservito e le caccino a calci in culo.

Questo di giorno, ma la notte tutto questo si trasforma in un luna park per adulti frustrati e giovani annoiati, smaniosi di schizzare un po’ del loro materiale genetico.

E il sabato sera le giostre fanno il pienone.

Ore 23:00 di un sabato qualunque. I posti strategici sono già tutti presidiati, la divisione delle zone e netta. Dietro alla raffineria ci stanno le africane; nere come l’anima che portano dentro ere, neria ià tutti presidiati, la divisione delle zone e netta. , più simili alle bestie del loro paese che ad un immaginario di femmina, e come belve feroci se ne stanno in quella lingua d’asfalto come animali in gabbia. In tutti gli altri posti la fanno da padrone le slave: ucraine, moldave, rumene, albanesi, con la loro bellezza fredda e così cariche di odio che potrebbero infilarti un coltello nello stomaco col sorriso sulle labbra. C’è anche un piccolo drappello di trans italiani, ma sono poca cosa rispetto alle altre, se ne stanno in disparte consapevoli dello schifo che li circonda. Rifiutate dalla società e dalle altre puttane, eppure così necessarie per soddisfare le fantasie malate degli uomini. La supervisione del racket è invisibile e tutti ne avvertono la presenza, dopo un po’ che giri in zona te li senti addosso come la puzza dei copertoni bruciati. Qualche volta li vedi passare a bordo di auto scintillanti, ma è raro, perché le puttane sanno cosa fare e i clienti come comportarsi.

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Michele è da una mezz’ora che gira in tondo a bordo della sua Fiat Punto di seconda mano, ma ancora non s’è deciso, con un occhio guarda le puttane ferme sul marciapiedi e con l’altra sta attento alle auto che gli sfrecciano accanto. Se sbattesse addosso a qualcuno di certo gli verrebbe un colpo, anche perché le rate dell’auto sono ancora tante e l’assicurazione è scaduta da più di un anno. Davanti alla concessionaria della Mercedes le auto rallentano per ammirare uno splendido trans seduto sotto la pensilina dell’autobus, è strafatto d’eroina ed è così bello che nessuno può fare a meno di ammirarlo. Una BMW serie 3 nuova di zecca con un improvvisa gimcana supera tutti e con una manovra azzardata gli si inchioda davanti, dentro ci stanno tre ragazzini che fregandosene delle bestemmie lanciate dalle auto in corsa cominciano a contrattare. Alla rotonda Michele torna indietro per ripetere il giro, ma una Wolksvagen Tuareg gli taglia la strada per immettersi nella stazione di servizio dell’agip, lui abbassa il finestrino per mandarli affanculo ma due facce assassine nascoste dietro i vetri oscurati gli spengono subito la voglia.rikidentro non promettono nulla di buono Quello al volante ue non si sarebbero accorti delle sue bestemmie visto che stanno mangiando nirla di pagare. sta mangiando avidamente un panino avvolto nella carta stagnola, l’altro invece fuma ossessivamente una sigaretta.

Michele riprende testardamente il giro e finalmente trova quello che cerca. All’angolo del bar Kikiriki due battone, una grassona dai capelli neri e stopposi e una bionda mozzafiato,  chiacchierano in attesa che qualcuno se le scopi, Michele scala di seconda e con uno scatto repentino cambia corsia e accosta al marciapiede, bruciando la concorrenza di una fiat panda bianca guidata da un vecchietto attempato. Le due si accorgono di lui, perciò smettono di parlare e si mettono subito in mostra.

“Dai Sali“ dice Michele con un filo di vergogna appena mascherato, la bionda si muove verso l’auto ma lui la blocca subito.

“Non è te che voglio ma la tua amica” la bionda si affloscia come un pallone bucato e con passo rabbioso ritorna al suo posto, bestemmiando qualcosa nella sua lingua. Michele con la mano  che cercava a di una fiat panda guidata da un vecchietto attempato, fa un cenno alla grassona di salire; lei all’inizio non capisce, non capisce perché la sceglie visto che è brutta e grassa mentre la sua compagna è bella da morire. Così sale sull’auto salutando con un sorriso quella botta di fortuna. Con dei gesti dice a Michele di raggiungere un capannone abbandonato, il posto dove tutte loro portano a scopare i clienti.

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Si fa chiamare Marlene ma all’anagrafe è conosciuto come Giovanni De Luca. Quel nome lo ha adottato in onore di Marlene Dietrich, l’unica grande attrice capace di sconvolgerlo con la sua bellezza androgina e la dichiarata bisessualità. Stravaccato sulla panchina s’accorge appena di quei fighetti che dalla BMW gli chiedono di prenderlo in bocca o nel culo, ed è così rintronato d’eroina che s’addormenta in continuazione con la sigaretta accesa tra le dita. Marlene ha conosciuto giorni migliori: quando se n’è andato da casa aveva pressappoco la loro età. Da Bagnoli era partito alla conquista del mondo e fin quando era durata se l’era goduta fino all’ultima goccia. Adesso a quarant’anni suonati è tornato a Napoli per spendere gli ultimi momenti di lucidità nell’inferno dei trans di periferia, finché l’eroina o qualche altro accidente non sarebbe arrivato per portarselo via. Ferdinando con i suoi sedici anni appena compiuti è il più piccolo del gruppo e per questo gli altri lo prendono sempre per il culo, ma ora ha l’occasione per fargli vedere di che pasta è fatto.

“Voglio farmi fare un bocchino da questo ricchione di merda” dice Ferdinando gasato e spaccone “però me lo dovete pagare voi” Gli altri lo guardano un attimo incuriositi e pigliando la palla al balzo gli rispondono in coro.

“Affare fatto! Il bocchino lo paghiamo noi, però te lo fai fare sotto la pensilina e davanti a tutti”

“Figli di puttana!” sibila Ferdinando maledicendo la sua stronzaggine, ora però non può più tirarsi a indietro. Con un sorriso storto prende i venti euro dalle loro mani, apre la portiera e scende dalla BMW.

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Matteo sta fermo all’incrocio e aggiustandosi lo specchietto retrovisore osserva la scena: la fiat punto che lo ha preceduto s’è caricato la grassona lasciando la bionda sul posto. Matteo proprio non capisce dove può arrivare l’idiozia delle persone. Mette in moto la Fiat Panda e sgommando di seconda compie una criminale inversione ad U. Tre mesi fa ha comprato una pillola di viagra e mezz’ora fa ha avuto il fegato di ingoiarla. A settanta anni suonati l’andropausa non gli da tregua e lui vuol vedere se è ancora capace di scoparsi un femmina e di riempirla di sborra, se poi ci riesce con l’aiuto di quella pillola blu allora tanto di guadagnato, pensa Matteo accostando al marciapiedi. Dal basso ventre comincia a sentire un fuoco che non bruciava più da anni e benedice quella pillola manco fosse ostia consacrata. Magari ci fosse qualcosa di simile per le femmine, continua a chiedersi, sicuramente l’avrebbe data alla moglie Carmela che da quasi dieci anni è in menopausa. Prima di uscire l’ha lasciata davanti al televisore spento, completamente assorta nelle preghiere che stava recitando.

“Quanto ti prendi” chiede Matteo tutto infoiato.

La bionda si avvicina per studiarselo, poi vedendolo vecchio e decrepito fa un gesto di stizza con la testa.

“Senti nonno, tu farmi perdere tempo, tu non ce la fare, torna a casa” gli risponde masticando stancamente una gomma e quel poco di italiano che ha imparato sui marciapiedi.

“Dai Sali che non c’è la faccio più. Guarda che non ti devi preoccupare, ho preso questa prima di venire qui” e le fa vedere lo scatolino vuoto del viagra.

La bionda tergiversa un po’ ma visto l’andazzo della serata pensa che non sia il caso di sottilizzare troppo.

“Ok nonno, ma se tu non venire presto io andare via, chiaro!” poi sale in macchina. Destinazione: il solito capannone abbandonato.

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Parcheggiata nell’area di servizio il Wolksvagen Tuareg sembra piuttosto un miraggio di cromature che un auto, la bellezza di quel mezzo fa a cazzotti con lo squallore del posto. Dall’interno Besnik l’albanese controlla le slave, Fouad il tunisino le nere. Ad ognuno la sua zona di competenza. Il posto è strategico e da li si domina tutta la scena, inoltre l’altezza del SUV rende tutto più semplice. Fouad torna dal bar con un pacchetto di Winston rosse e una Peroni gelata, apre la portiera lato passeggeri e sprofonda nella comoda poltrona in pelle, l’abitacolo puzza di frittura e di fumo e nel lettore gira un cd di Besnik di musica tradizionale Arberesh. A Fuad quella musica fa schifo e vorrebbe tanto far volare quel dischetto dal finestrino, poi gli allunga malvolentieri la birra. Besnik la prende con la destra mentre con la sinistra continua a mangiare il suo kebab.

“Questo kebab è proprio buono, nel paese da dove vengo lo fanno in un altro modo, e nel tuo come lo fanno?” chiede Besnik tutto soddisfatto mentre si ingozza di birra.

“Questo non è kebab, a Napoli lo chiamano così ma non lo è. Il kebab musulmano è carne di montone servito in una focaccia. Qui lo fanno con tacchino, manzo e maiale e lo mettono nei panini. Se sei un musulmano convinto non puoi mangiarlo” risponde Fouad mentre da una narice  tira via una caccola mostruosa.

Besnik getta il resto del kebab sul cruscotto come se improvvisamente fosse diventato merda e dal finestrino sputa i resti del boccone.

“Cazzo! Non lo sapevo, la prossima volta lo comprerò solo da un fratello musulmano”

“E perché” dice Fuad, lanciando con il pollice e il medio la caccola dal finestrino “Al mio paese il kebab di montone puzza di piscio e le salsine che ci mettono sopra servono per nasconderne il fetore. La cucina musulmana fa schifo ed io non ne sento la mancanza”

Besnik si fa scuro in volto. “Tu non parli da buon musulmano”

Fouad scartoccia il pacchetto nuovo e accendendosi una sigaretta ne aspira una profonda boccata. Con la bocca semichiusa lancia gli anelli di fumo verso il parabrezza, dove si frantumano in una miriade di piccoli vortici, poi con un gesto deciso si gira verso Besnik e gli strappa la birra di mano.

“Ascoltami bene musulmano del cazzo! Io in Italia ci sto da quattordici anni, tu solo da cinque. La birra che bevi non è da buon musulmano, le puttane che facciamo lavorare non è da buon musulmano. Essere buoni musulmani nei nostri paesi non ci ha aiutato a toglierci di dosso la fame e la miseria, essere un buon musulmano è una fregatura, serve solo per vivere nell’ignoranza e per farci tenere in pugno dagli altri”

I due si guardano negli occhi odiandosi in silenzio, finché la melodia arabeggiante di un cellulare non comincia a suonare.

“Pronto!” Sbotta Fouad senza perdere d’occhio il suo interlocutore “Aspetta un momento, stai calma e dimmi cosa è successo. Va bene stiamo arrivando, ma tu non muoverti” L’auto si mette in moto e sgommando si immette nell’arteria stradale. Da qualche parte è richiesta la loro presenza.

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“Dieci in bocca e trenta in figa” dice la grassona in uno stentato italiano, strozzato in gola come solo le slave sanno fare. Forse è rumena, pensa Michele senza un vero motivo mentre si abbassa i pantaloni. Lo tira fuori che è già duro come il marmo, intanto lei rompe l’involucro di un preservativo con i denti e glielo infila sulla cappella livida, poi inizia a succhiarglielo di gran lena. Michele comincia a gemere e ad ansimare, lei glielo sbatte un po’ e quando sente che è al punto giusto si abbassa il perizoma. A gambe allargate e con l’indice sulla figa gli fa segno di metterglielo dentro, Michele senza farsi pregare glielo infila di prepotenza, e con pochi colpi di reni ben assestati riesce a venirle dentro, in un orgasmo bestiale che non ricordava da anni. Solo in quel momento, dopo che si è sfogato per bene, si accorge di quanto la grassona somigli a Manuela, la moglie che non tocca più da mesi. Dopo due gravidanze e quindici anni di matrimonio è diventata così grassa e sfatta che il solo pensiero di metterle un dito nella figa gli fa venire il voltastomaco. Michele ha scelto quella puttana immaginandosi Manuela, perciò se l’è scopata con il sangue agli occhi e senza sensi di colpa. Stavolta non ha fatto cilecca come le altre volte, e se da una parte questo lo rincuora, dall’altra gli scatena una valanga di interrogativi. Dopo averla pagata Michele mette in moto per riaccompagnarla e con i fari illumina una Fiat Panda bianca parcheggiata più avanti. Vicino al bar Kikiriki la bionda non c’è più, forse sta lavorando o forse è andata a pisciare, pensa Michele. Lei apre la portiera e prima di scendere gli lancia un timido saluto che lui ricambia. Stavolta senza imbarazzo.

Sulla strada di casa Michele accende una Marlboro light per non pensare, il fumo satura lentamente l’abitacolo e senza che se ne accorga due lacrime gli solcano il viso.

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“Quanto vuoi per un pompino davanti a tutti” chiede Ferdinando scuro in volto. Marlene stesa sulla panchina ha gli occhi semichiusi come due fessure, appena realizza la richiesta si rialza e mostra due dita della mano a forma di V, e che significano venti euro.

Ferdinando butta i soldi sulla panchina, si abbassa i pantaloni griffati e dal boxer tira fuori il cazzo. Marlene alla vista di quel coso moscio sorride appena, è troppo scafata per non intuirne l’imbarazzo ma non fa nulla per metterlo a suo agio. Comincia a succhiarglielo senza un particolare interesse, come se quel contesto gli fosse estraneo, poi qualcosa attira la sua attenzione, come se una luce negli occhi di Ferdinando gli avesse risvegliato lontani ricordi. Marlene smette di succhiare quel cazzo privo di vita e si alza in piedi, soverchiando Ferdinando di almeno dieci centimetri. Lo guarda dritto negli occhi dall’alto in basso, cercando una conferma che puntualmente arriva. Ferdinando si spaventa ma non indietreggia, vorrebbe scappare ma qualcosa di inquietante lo tiene bloccato sul posto. Con una stretta poderosa Marlene si impadronisce della mano destra di Ferdinando e se l’infila sotto la minigonna striminzita, facendogli toccare l’enorme cazzo che tiene nascosto nel perizoma come un serpente nella tana. Ferdinando rimane paralizzato dalla paura, il cazzo che stringe con la mano gli provoca una tempesta di sensazioni contraddittorie, qualcosa che mai avrebbe immaginato di provare.

“Lo senti come è duro, toccalo bene perché da oggi in poi tu non vorrai altro” dice Marlene facendosi improvvisamente lucida e spietata.

“Tu sei uguale a me, l’ho capito appena ti ho visto e se non ci credi guardati tra le gambe” Ferdinando abbassa lo sguardo come se dovesse assistere alla fine del mondo, e capisce che il cazzo gli è diventato duro senza che se ne accorgesse.

Vedendolo in difficoltà gli altri scendono dall’auto per dargli man forte, puntano Marlene per pestarla con cattiveria, e così fanno. Anche Ferdinando, risvegliatosi dal torpore, comincia a tempestarla di calci e pugni. La massacrano di botte senza pietà e dopo averla ridotta una maschera di sangue la lasciano a terra esanime. L’auto si allontana a tutta velocità in una festa di clacson, urla e risate, solo Ferdinando se ne sta in silenzio sul divano posteriore. Stringe la mano destra fino a conficcarsi le unghia nella carne, quando la riapre il palmo è diventato un mosaico di ferite e lividi, e in quello ci vede il suo futuro.

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Lo scheletro del capannone proietta sulla Fiat Panda bianca una strana ombra a forma di ragnatela, dall’interno Matteo con il cazzo tra le mani aspetta che la bionda si decida a succhiarglielo.

“Ma cosa stai facendo, non lo vedi che sono pronto”

La bionda finge di non sentirlo mentre da una bustina tira un po’di coca dal naso, quando un brivido elettrico le frusta la spina dorsale si mette a cavalcioni sopra di lui con un balzo da gazzella.

“Niente pompino nonno, tu mettilo dentro figa”

Matteo trema come una foglia, quella figa aperta a due dita dal suo cazzo gli accendono una serie di ricordi ormai persi nel tempo, la bionda se lo infila dentro con delicatezza e tenendosi aggrappata al poggiatesta inizia a muoversi verticalmente. Matteo sente una scarica di endorfine fluire dal cervello e gli spasmi muscolari attraversagli le viscere, quel desiderio carnale da troppo tempo assopito sta per esplodergli dentro, e lui ci si attacca con tutte le sue forze. Ma qualcosa non và. Improvvisamente sente il cuore in affanno e le forze venirgli meno, come quella volta che spostando il frigorifero di casa cadde a terra con un terribile dolore al petto. Quando lo portarono all’ospedale il medico che gli salvò la vita disse, senza troppi fronzoli, che non avrebbe resistito ad un altro attacco. Matteo accelera i colpi spingendo furiosamente, ma prima che l’orgasmo arrivi il cuore gli entra in fibrillazione.

“Cazzo! Non può finire così, non è giusto” si dispera Matteo con un filo di voce, poi la vista gli si annebbia e sviene.

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Il Wolksvagen Tuareg sfreccia veloce in mezzo alle rovine di archeologia industriale, fermandosi davanti ai resti di un capannone. I potenti fari allo xeno illuminano una bionda in preda ad una crisi di nervi, che gridando e sbracciandosi come un indemoniata indica una Fiat Panda bianca con le portiere aperte.

Dal SUV Fouad e Besnik scendono guardandosi attorno con prudenza.

“Tornatene alla tua pensione, qui non hai più nulla da fare. E tieni la bocca chiusa, intesi!” dice Fouad alla bionda che senza fiatare fa di si con la testa e si allontana con passo spedito, Besnik invece si affaccia all’interno dell'auto.

“Merda! C’è un vecchio che non da segni di vita, mi sa che s’è fatto l’ultima scopata della sua vita” spiega Besnik sputando un boccone di kebab risalito dallo stomaco.

“Adesso ce ne andiamo” Dice Fouad deciso “Ma prima chiamo il 118 e faccio venire un ambulanza per questo poveraccio”

Fouad compone il numero al cellulare, Besnik ne approfitta e si allontana fino ad un pilastro storto, abbassa la patta dei pantaloni e si abbandona ad una lunga e liberatoria pisciata. Si gode quella pisciata come fosse una orgasmo, e gemendo per la soddisfazione alza gli occhi al cielo. Lo spettacolo inaspettato di milioni di stelle lo lasciano a bocca aperta, e con un pensiero veloce si chiede quand’è che tornerà nel suo paese.

Poi da dietro sente dei passi furtivi, un click pesante e un flash di luce. Poi più niente.

Fouad stringe la Beretta calibro 9 ancora fumante e con l’altra si accende l’ennesima sigaretta, osserva senza particolare emozione il corpo di Besnik che steso così a terra sembra una marionetta rotta con uno squarcio sanguinante dietro la nuca.

Quelli del "sistema" lo volevano morto da un pezzo, da quando avevano saputo che stava cercando di mettersi in proprio. Fouad era stato incaricato di ammazzarlo e stava aspettando solo il momento giusto per eseguire la condanna.

“Inch’ Allah, stronzo d’un musulmano” dice Fouad sputandogli addosso, poi sale sul Tuareg allontanandosi a tutta velocità.

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Il sabato ha chiuso i battenti, la giostra è finita. Pezzi di vita si sono mescolati e combinati come in un mosaico arabo, dove ogni tessera s’è legata all’altra indissolubilmente. In questa recita a soggetto tutti hanno ottenuto qualcosa: qualcuno ha chiavato e qualcun altro ha ammazzato, chi si è arreso e chi ha deciso.

Tutto in una notte e tutto in questo sabato qualunque.

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Steso nel letto Michele accarezza il viso di Manuela mentre dorme, ha capito che non l’ama più ma non sa come dirglielo.

Seduto sulla tazza del cesso Ferdinando si guarda la mano destra, gli brucia più del fuoco e sa che presto diventerà omosessuale come Marlene.

Matteo cerca di respirare dalla maschera dell’ossigeno mentre l’autoambulanza lo porta all’ospedale, si sente morire e vorrebbe ancora una volta la bionda sopra di lui.

Fuoad parcheggia il SUV sul lungomare di via Caracciolo, accende l’ultima sigaretta e getta in mare il pacchetto vuoto.

Sa che non tornerà mai più al suo paese.

di cattiveinclinazioni at 16:20:00 1 Commento