23/02/2008
Casoria Psycho
Casoria Psycho
Adesso vi dico io come andarono le cose, non come hanno detto i giornali e la televisione, che parlarono di un regolamento di conti tra bande criminali. Niente di più falso e sbagliato. La verità è un'altra, più feroce e pazzesca di quanto crediate, qualcosa che mi ha devastato l’anima peggio di un cataclisma.
Quella sera stavo andando a prendere Martina, la mia ragazza, l’appuntamento era alle otto sotto casa sua, il traffico era scorrevole e perciò me la prendevo comoda. Sarei arrivato in orario sotto casa sua, in tempo per portarla all’Uci Cinema, la multisala che stava Casoria. A bordo della Daewoo Matiz - prestatami da mio padre - mantenevo una velocità di cinquanta chilometri l’ora, viaggiavo di terza senza strappi e forzature, nel frattempo ascoltavo un po’ di musica jazz dall’autoradio. La musica mi arrivava insieme a centinaia di rumori meccanici, quell’auto non era granché e nemmeno lo stereo, ma le cose stavano per cambiare. M’ero laureato in ingegneria da pochi mesi con centodieci e lode, avevo solo venticinque anni e un futuro luminoso davanti a me, avrei abbandonato il mio quartiere - San Giovanni a Teduccio – lasciandomi alle spalle tutta la povertà e lo squallore di quel posto. La vita era bella e piena d’occasioni, ed io non vedevo l’ora di diventare ricco e stimato. Anche Martina s’era laureata da poco in biologia, però solo con novantacinque, ma lei veniva da una famiglia ricca e agiata e quindi il voto aveva poca importanza, per lei un futuro in qualche azienda di famiglia era già assicurato. L’illuminazione stradale e quella dei negozi inondavano il cruscotto di strane luci multicolori, di tanto in tanto mi soffermavo a guardarmi le dita della mano che armeggiavano ora sul cambio, ora sul volante. Martina diceva che le mie erano dita piccole e delicate, in poche parole da femmina, sapevo che si divertiva un mondo a pigliarmi in giro così, ma ogni volta che lo diceva mi faceva venire un nervoso della madonna. Martina era così: impulsiva e piena di vita, sempre pronta a prendere qualsiasi iniziativa, mentre io mi facevo dominare dalla mia timidezza. Ero così introverso che spesso diventavo scontroso senza volerlo. Certe volte mi chiedevo cosa avesse trovato in uno sfigato come me. Arrivai sotto casa sua alle otto in punto, parcheggiai e scesi. Man mano che mi avvicinavo al portone del palazzo sentivo stringermi un groppo alla gola, mi succedeva tutte le volte che andavo a prenderla. Martina abitava a Villa Menna, un elegante palazzina che affacciava sul Corso Garibaldi - la strada principale di Portici - quel posto era pieno di imprenditori e professionisti ed io non ero all’altezza di nessuno di loro, ecco perché mi sentivo in imbarazzo, ma prima o poi m’avrebbero rispettato e temuto come un pericoloso avversario, era solo questione di tempo. Pensai quelle cose specchiandomi nella cornice dorata dei citofoni, i nomi degli inquilini erano incisi nel metallo con un elegante carattere in corsivo, mentre nel palazzo dove abitavo i citofoni erano stati tutti strappati dal muro. Sul tastierino numerico composi il suo interno, poi mi aggiustai sul naso gli occhiali neri di celluloide, dopo pochi secondi una voce dall’altoparlante mi disse che stava per scendere.
La serata era calda nonostante fosse ancora Aprile. Indossavo una camicia di flanella a quadroni, dei pantaloni color cachi e delle polacchine grigie, i miei abiti preferiti. Martina mi diceva che vestito così sembravo un contadino del casertano, e che i capelli con la riga di lato non li portava più nemmeno suo padre, ma a me non importava, quello era il mio stile e non lo avrei mai cambiato. Stavo guardando le auto passare in strada, quando sentii il portone aprirsi e chiudersi dietro di me, mi girai e vidi Martina in tutta la sua bellezza. Feci un largo sorriso per la contentezza. Martina indossava un grazioso vestitino azzurro a fiori e un golfino bianco poggiato sulle spalle.
“Sei stupenda amore mio, anzi di più” le dissi con un filo di voce impastata dall’emozione. Lei arrossì maliziosamente. Presi le sue mani tra le mie e le diedi un bacio in bocca, lei rispose facendomi sentire la sua lingua contro la mia. Il suo alito sapeva di menta e sigarette, aveva fumato nonostante fossi contrario, ma ci spettava una bella serata e non era il caso di rovinarla con sterili discussioni.
Eravamo giovani e pieni di speranza, fatti per vivere insieme nel migliore dei modi.
Salimmo in macchina partendo alla spicciolata. Feci il Corso Garibaldi fino al casello della Napoli – Salerno, presi l’autostrada in direzione Napoli e continuai così fino allo svincolo per Casoria, nel frattempo ascoltavo la mia musica Jazz tenendo Martina stretta a me, quando arrivammo alla multisala ci staccammo. All’ingresso salutai il guardiano nel gabbiotto, poi con l’auto scesi nei parcheggi sotterranei, da una macchinetta presi lo scontrino, lo misi nel taschino della camicia e parcheggiai nell’area A1. Quel parcheggio era enorme; ad occhio e croce doveva essere grande quanto due campi di calcio, trovare un’uscita in quel labirinto - ma ancor di più ritrovare l’auto - era davvero un’impresa.
Ad ogni modo riuscimmo a riemergere per una rampa di scale e a guadagnare l’ingresso per la multisala. Mancavano ancora trenta minuti per l’inizio dello spettacolo delle ventuno e trenta, cosi m’incanalai per fare i biglietti. Il film che dovevamo vedere era “Io sono leggenda” con Willy Smith, a dire il vero il film l’aveva scelto Martina, perché a me i film dell’orrore non m’erano mai piaciuti, eppoi volevo vedere ”Sogni e delitti” l’ultimo film di Woody Allen, ma non ci fu verso di farle cambiare idea. Mentre facevo la coda guardai con invidia quelli della fila accanto, stavano lì per il film di Woody Allen. Alla cassa c’era una ragazza mia coetanea, le chiesi dei posti centrali, li ottenni, poi andammo al bar per fare rifornimento di pop corn e coca cola. Ci avviammo alle sale. Un ragazzo appena maggiorenne staccò i biglietti con un gesto netto, poi c’indicò la sala dove proiettavano il nostro film, era la numero quattro, quella in fondo al corridoio.
La sala era semivuota, c’erano solo poche persone sparse qua e là, noi ci sedemmo ai nostri posti. Erano davvero centrali, i migliori di tutti.
Mancava poco all’inizio, quando tre tizi fecero il loro ingresso, erano vestiti con abiti strani e portavano delle bizzarre acconciature, andavano tutti per la quarantina e avevano l’aspetto di rockabilly degli anni cinquanta. Il più grasso aveva la faccia butterata e indossava un gilèt di jeans sopra una t-shirt nera, quello basso invece era pieno di tic e portava un giubbotto di pelle nera da motociclista, mentre quello alto e sfregiato portava una giacca viola con il collo di velluto nero, più un piccolo cravattino nero su una camicia bianca. Ma la cosa che li accomunava tutti erano le loro curiose pettinature. Avevano dei capelli così neri che dovevano essere per forza tinti, inoltre portavano dei ciuffi così lunghi che scendevano fino al naso. Chissà come facevano a vedere, mi chiesi. Fatto sta che si sedettero proprio davanti a noi e la cosa mi mise subito a disagio, le loro facce sprigionavano qualcosa di terribilmente malsano. Il film iniziò ed io mi dimenticai di loro. La storia era abbastanza banale: la solita epidemia aveva sterminato l’intera umanità, e chi era sopravvissuto s’era trasformato in una specie di zombie assetato di sangue. A combatterli e a trovare una cura era rimasto solo un uomo – Willy Smith – che come scienziato era credibile quanto un cieco al volante di un’auto. Il film manteneva una tensione accettabile, quando cominciarono ad arrivare dei pesanti commenti dai tre seduti davanti a noi.
“Questo film è una merda!” disse uno loro.
“Si, è vero! Questo film fa schifo, e quel nero del cazzo recita come un cane” risposero gli altri due in coro.
I commenti continuarono per un bel po’, finché Martina – spazientita - non mi fulminò con uno sguardo obliquo.
“Devo zittirli io, o ci pensi tu”
Quella pretesa mi colse alla sprovvista; lei voleva che recitassi la parte del duro, ma avevo una paura del diavolo e non dissi nulla, l’unica cosa che mi riuscì di fare fu quella di sprofondare nella poltrona. Martina se ne accorse e arricciò il labbro superiore per lo schifo, poi con un gesto di stizza si spostò in avanti in direzione dei tre.
"Scusatemi! Ma se non vi dispiace vorrei ascoltare quello che si dicono, se il film vi fa così schifo perché non ve né andate?"
Martina pronunciò quelle parole con una spavalderia che non ammetteva repliche, poi ritornò al suo posto visibilmente soddisfatta, io non avevo il coraggio di guardarla. Dopo un po’ i tre si alzarono e senza fare una piega se ne andarono, mentre uscivano sentii i loro sguardi trapassarmi da parte a parte. Mi sentii un verme per il resto della serata, così smisi di guardare il film.
Accolsi i titoli di coda come una liberazione, quando le luci si accesero azzardai un sorriso di circostanza, che Martina non ricambiò.
C’intrattenemmo al bar per bere una coca cola, lei parlava poco ed io non vedevo l’ora di accompagnarla a casa. Alla fine ci decidemmo ad andar via. Raggiungemmo il garage, ma senza darci la mano, persi subito l’orientamento e riuscimmo a ritrovare l’auto solo dopo un lungo girovagare.
Sbloccai la portiera con la chiave, ma non feci in tempo ad aprirla, Martina mi tirò per un braccio e mi diede un bacio in bocca con lingua. Il suo corpo fremeva dal desiderio carnale, si strusciava contro di me come una gatta in calore, ma ebbi ancora una volta paura e feci un passo indietro. In quel momento avrei voluto uccidermi. Ricordo che Martina mi guardò carica di risentimento, poi con sorpresa e infine con terrore, poi più nulla: alle spalle qualcuno m’aveva colpito pesantemente alla testa, facendomi svenire.
Riaprii gli occhi al buio. Stavo rannicchiato dentro uno spazio strettissimo, con le mani ammanettate dietro la schiena e una pallina di gomma stretta in bocca. Sembrava di stare dentro una tomba.
Al mio fianco c’era un altro corpo, era Martina, l’avevo riconosciuta dal suo profumo, da come mugolava e si dimenava doveva trovarsi nelle mie stesse condizioni.
Ad un tratto sentii avvicinarsi dei pesanti passi, quando furono abbastanza vicini il nostro sarcofago si aprì, ed io fui accecato dalla luce fredda dei neon. Aspettai che le cellule sensoriali della retina si abituassero alla luce, poi vidi finalmente i nostri carcerieri: erano i tre tizi che Martina aveva apostrofato al cinema. Ci guardavano con delle facce che non promettevano niente di buono. Improvvisamente il grassone mi prese con forza per i capelli, scaraventandomi fuori, quello bassino fece lo stesso con Martina, lo sfregiato invece si limitava a guardare e a fumarsi una sigaretta. Mi schiantai sull’asfalto facendomi male dappertutto, Martina stava più in là e sembrava svenuta, quando riuscì a guardarmi attorno m’accorsi che eravamo ancora nel garage della multisala. Vidi anche la nostra bizzarra prigione, aveva ancora il portellone aperto. Ci avevano rinchiusi nel cofano anteriore di un maggiolino Volkswagen cabriolet degli anni settanta, un modello con la capote nera e la carrozzeria gialla. La capote era abbassata. I tre si mossero per circondarmi, poi cominciarono a pestarmi con calci e pugni, mi colpirono con violenza e ferocia nei principali organi vitali, finché non mi pisciai sotto per il dolore. Svenni di nuovo.
Mi risvegliai seduto sull’asfalto, con le spalle appoggiate all’enorme paraurti del maggiolone. La faccia era gonfia per le botte ricevute, passai la lingua sulle labbra tumefatte e scoprii che avevo perso qualche dente. Cercai istintivamente Martina, ma senza trovarla, ne pensai tutto il male possibile e rabbrividii all’idea.
Neanche il tempo di riordinare le idee che i tre mi si pararono davanti, quello alto e sfregiato doveva essere il capo, perché fu lui a prendere la parola.
"Ti starai chiedendo chi siamo noi e cosa ci facciamo qui” l’uomo aveva una voce profonda e inquietante “Prima le buone maniere. Io sono il dottor Phibes, alla mia destra c’è il dottor K” - il bassino con i tic - “Mentre alla mia sinistra c’è il dottor Mabuse” - il grassone butterato - “Ovviamente questi sono solo dei nomi d’arte, anche se il dottor Mabuse non era d’accordo sul nome che gli avevo trovato, lui voleva essere chiamato dottor K, ma non si può avere tutto nella vita, non trovi?”
Non capivo dove volesse arrivare. Mi parlava del più e del meno riempiendomi d’informazioni inutili, sembrava una normale conversazione tra amici, ma mi resi conto che stava giocando con me come il gatto fa con il topo.
“Quand’è che cominciamo” disse il dottor K tutto eccitato, Il dottor Phibes lo guardò con un sorriso infernale, poi gli fece segno di andare. Mi sentii stringere il cuore in gola.
L’uomo con un balzo saltò nell’auto, dopo qualche secondo mi arrivarono dei mugolii soffocati e finalmente capii dov’era finita Martina, e cosa stavano per farle. L’avevano stesa sul divano posteriore per violentarla a turno, non osavo pensare cosa ci avrebbero fatto dopo.
Non distrarti ragazzo!” improvvisamente il dottor Phibes mi diede un calcio in faccia ed io sputai un altro dente. “Se volevo farti assistere alla violenza carnale della tua ragazza, avrei organizzato la cosa qui davanti a te” mi aiutò a rimettermi dritto, poi mi cercò gli occhiali e dopo avermeli puliti me li rimise sul naso.
"Penserai che siamo dei pazzi-assassini-stupratori-figlidiputtana, in effetti è così, ma non nel modo che credi tu. Vedi, al contrario degli altri maniaci noi abbiamo bisogno di un motivo per poterci scatenare, e nella sala la tua ragazza ce l’ha fornito. Tu sei solo il tizio sbagliato nel posto sbagliato. Ora ti spiego cos’è che ci ha colpito” Fece una pausa da consumato attore teatrale. Dalla giacca prese un pacchetto di Marlboro dure, ne pescò una e l’accese con una zippo d’acciaio, sembrava un docente universitario che si preparava alla sua lezione.
"Devi sapere che il film che hai appena visto - Io sono leggenda – è il remake di - 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra – un film del 1971 interpretato da Charlton Heston. Fin qui nulla di strano, quello che non sai e che a sua volta era il remake de - L’ultimo uomo sulla terra - altro film del 1964 con Vincent Prize. Quindi potrai capire la mia reazione, quando ho visto quel negro di merda, schifoso e rotto-in-culo, distruggere con una recitazione da cane, uno dei soggetti più belli e originali della storia del cinema. Poi l’insensibilità della tua ragazza ha fatto il resto; quando ci ha apostrofato in malo modo è scattata la molla. Ma c’è dell’altro. Il primo film - quello del 1964 con Vincent Price - era stato girato a Roma dal regista Ubaldo Ragona, dove per la prima volta comparvero tutti i capisaldi del cinema horror moderno, e cioè: l’epidemia planetaria, i non morti che perseguitavano i vivi, la lotta impari e la solitudine. Tutti elementi che George Romero avrebbe usato per il suo – La notte dei morti viventi – del 1968. Con questo voglio dire che gli zombie, così come li conosciamo, non sono nati in America come tutti credono, ma in Italia.”
La lezione di storia cinematografica mi stava facendo uscire fuori dei gangheri, fortuna che le manette che m’avevano messo erano più grandi dei polsi, così grazie a delle dolorosissime manovre riuscii a sfilarmele.
Quelle mani da femmina, come le chiamava Martina, m’avevano appena regalato una chance. Uno sputo per terra annunciò il ritorno del dottor K, quel porco aveva appena violentato la mia Martina, e si sistemava la patta dei pantaloni con un sorriso maligno.
"Quella puttana si dimenava come un’anguilla” mi disse ringhiandomi in faccia “All’inizio mi divertiva, poi mi sono rotto il cazzo e l’ho pigliata a cazzotti in faccia, vedessi come l’ho ridotta, mi sa che le ho rotto la mascella. Me la sono scopata che agonizzava dal dolore, quando ho finito le ho lasciato sulla guancia un piccolo ricordo” e mi fece ballare davanti agli occhi un coltello a serramanico, con una lama di venti centimetri sporca di sangue. “Spero avrai capito di cosa stavo parlando”.
Povera Martina, in che stato l’aveva ridotta quella bestia, tutta quella malvagità mi stava facendo scoppiare il fegato. Maledissi la mia vigliaccheria, ma giurai a me stesso che gliela avrei fatta pagare a quei luridi bastardi, fosse stata l’ultima cosa che avrei fatto.
Il dottor Mabuse si fece avanti per reclamare il proprio turno, il dottor Phibes con un cenno della testa gli disse di andare, il mio odio cresceva ad ogni istante che passava. Quel maledetto garage sembrava il deserto assoluto, ma dove erano finiti tutti i proprietari, mi chiesi avvilito, eppure ce n’erano di auto parcheggiate.
Il grassone azzardò un salto sul maggiolone che non gli riuscì, mancò la presa e cadde a terra rovinosamente, le risate dei compari ne sottolinearono la stupidità, poi decise che la portiera era la soluzione migliore per salire.
Il dottor Phibes s’era stancato di darmi lezioni, così insieme al dottor K stavano per lanciarsi in un nuovo pestaggio, quando il dottor Mabuse riapparve con la faccia spaventata.
"E’ sparita” disse il grassone balbettando “La ragazza non c’è più”.
Non riuscivo a credere alle mie orecchie, Martina era scappata, nonostante tutto quei vermi non erano riusciti a piegarla.
Il dottor K saltò dentro l’auto come un canguro e dal divano posteriore confermò la cosa.
“Ha ragione, deve essere scappata via quando ci siamo dati il cambio, ci sono le sue macchie di sangue sulla capote e sull’asfalto, le tracce portano in direzione degli ascensori, ma non deve essere lontana”.
“Va bene” disse il dottor Phibes “Ora statemi a sentire. Dottor Mabuse! Tu vieni con me a cercare la ragazza. Dottor K! Tu invece rimani a guardia del ragazzo, se fa lo stronzo ammazzalo”
Prima di lanciarsi alla caccia di Martina il dottor Phibes prese dall’auto un fucile a canne mozze per se, e una Beretta calibro nove per il dottor Mabuse.
Pregai dio perché avvenisse un miracolo, speravo con tutte le mie forze che Martina si fosse nascosta in posto inaccessibile, o che avesse gia dato l’allarme.
“Hai sentito cosa ha detto il dottor Phibes” il dottor K brandiva il coltello davanti la mia faccia come fosse il rasoio di un barbiere “Ha detto che se fai lo stronzo ti devo ammazzare, e per quanto mi riguarda hai già superato abbondantemente la soglia”
Eravamo solo io e lui, ma non sapeva che m’ero liberato dalle manette, le tenevo strette nella mano destra e quando fu abbastanza vicino gli mollai un fulmineo cazzotto, che lo fece ruzzolare per un paio di metri. Rimasi interdetto per qualche istante; alternavo lo sguardo sulle manette sporche di sangue e sul dottor K steso sull’asfalto. Ero stato io a metterlo a tappeto, e ancora non riuscivo a rendermene conto. Il coltello era finito a poca distante da me, mi allungai e lo presi, poi vidi che il dottor K si stava rianimando, mi trascinai fino a lui. Le manette gli avevano procurato uno squarcio sull’occhio destro che sputava sangue, visto così non faceva più così paura, anzi. Gli saltai sopra, strinsi forte le manette e cominciai a colpirlo in faccia con forza e ferocia, quando smisi il dottor K non aveva più una faccia, quel maledetto bastardo aveva avuto il fatto suo, però non era morto.
"Tutta qua quello che sai fare?” disse lui con rantolo appena udibile “La tua ragazza ci ha messo più forza per difendersi da me, sei solo un piccolo bamboccio che non vale un cazzo”
Quelle parole mi bruciarono in petto più di mille risate di scherno, la rabbia mi accecò gli occhi, l’odio fece il resto, presi il coltello e glielo piantai dritto in gola, senza pietà. Mantenni il coltello premuto con tutte e due le mani, gli schizzi di sangue mi arrivarono in faccia e sugli occhiali, quando il dottor K smise di muoversi scivolai esanime al suo fianco. Lo avevo ammazzato. Ero un omicida, un assassino, ma non ero pentito, quella belva assatanata se l’era meritata. Passai il dorso della mano sulla bocca, assaggiai il suo sangue, aveva un sapore cattivo e amaro. Mi ricordai di Martina, e di quei pazzi che la stavano inseguendo, avevo perso le chiavi della mia auto, così mi misi al volante del maggiolone nella speranza che fossero inserite nel blocchetto. Fui fortunato, misi in moto e partii. Si accese automaticamente anche lo stereo, un modello ultratecnologico che faceva contrasto con la vecchiaia di quel catorcio, dalle casse m’arrivava una musica che non avevo mai ascoltato prima, così potente e veloce da mettermi il fuoco addosso, sul display c’era scritto “Misfits”, il brano si chiamava “All Hell Breaks Loose”.
Con quella musica nella testa cominciai a cercare Martina.
Strappai via da bocca la pallina di gomma e la cinghia che me la teneva bloccata, finalmente respiravo senza più costrizioni. Sul sedile del passeggero c’era una valigetta d’alluminio aperta, piena di cinghie, coltelli, bisturi chirurgici, trapani a batteria e una grossa cesoia per lamiere. Dalle macchie di sangue e dai lembi di pelle ancora attaccati agli attrezzi, capii che quei bastardi se ne servivano per torturare le loro vittime. Il garage era davvero enorme, c’erano file interminabili di auto a destra e sinistra, ma di Martina nessuna traccia. Improvvisamente da uno dei tanti corridoi spuntò fuori la sagoma obesa del dottor Mabuse, che pistola alla mano cominciò a spararmi addosso. Abbassai la testa per schivare i proiettili e i frammenti del parabrezza in frantumi, quando lo ebbi a tiro accellerai investendolo. Vidi il suo corpo volare sopra l’auto e schiantarsi sull’asfalto, frenai per controllare la scena dallo specchietto retrovisore, quella palla di lardo si muoveva appena, feci retromarcia e lo schiacciai. Scesi dall’auto per assicurarmi che fosse morto, quando ne fui sicuro presi la Beretta calibro nove dalla sua mano e ritornai all’auto.
Due di meno, ce n’erano due di meno, avevo bisogno solo di un altro po’ di fortuna, e avrei salvato la mia Martina e ammazzato il dottor Phibes.
Continuavo a girare con la forza della disperazione, il dolore delle botte cominciava a farsi sentire e anche la nausea m’aveva preso allo stomaco, ad un tratto una figura mi si parò davanti ed io la puntai accelerando, quando mi accorsi chi era sterzai prendendo in pieno un furgone parcheggiato. Era Martina. Scesi dall’auto confuso e dolorante, lei stava ancora in mezzo alla strada rigida e con occhi sbarrati, mi avvicinai con un groppo in gola. Aveva il vestitino tutto strappato e sporco di sangue, la faccia spaventosamente piena di lividi, con una cicatrice sulla guancia destra che non la smetteva di sanguinare. Somigliava ad uno di quei mostri di - Io sono leggenda -, come d’altronde anch’io. Martina aveva ancora le manette dietro la schiena, perciò tornai all’auto, presi le cesoie e gliele tagliai. Appena le tolsi la cinghia da faccia e la pallina da bocca, lei liberò un urlo agghiacciante che mi fece a pezzi i timpani, quando smise svenne tra le mie braccia come un sacco vuoto.
La presi dolcemente stendendola sul divano posteriore dell’auto, chissà se sarebbe riuscita a dimenticarla questa notte maledetta. Misi in moto e partì a razzo, improvvisamente non avevo più interesse per il dottor Phibes, con me c’era Martina e tanto bastava.
Girai in lungo e largo ma dell’uscita neanche l’ombra, feci il giro di tutte le aree di parcheggio, A1, A2, A3, A4, le indicazioni mi portavano dappertutto, tranne alla libertà.
Stavo per perdere le speranze, quando una rampa - imboccata per caso - mi portò dritto all’uscita. Mi fermai davanti ad una sbarra abbassata, la voce metallica di una macchinetta mi chiese lo scontrino insieme ad un euro, presi il biglietto dal taschino della camicia, l’euro dalla tasca dei pantaloni e le inserii nelle apposite feritoie. La sbarra si alzò con un sibilo meccanico, poi avemmo via libera, quando vidi apparire le stelle sopra di me mi abbandonai ad una risata isterica.
Martina s’era appena ripresa, dallo specchietto retrovisore la vidi appoggiata allo schienale, aveva ancora lo sguardo vitreo e allucinato. Mi fermai davanti al gabbiotto del guardiano, con il clacson cercai di attirarne l’attenzione, bussavo disperatamente, ma lui stava di spalle e non ne voleva sapere di girarsi, poi improvvisamente un colpo di fucile lo fece volare attraverso la finestra, in un’orgia di vetri spaccati. Finì davanti l’auto in un lago di sangue. Con lo sguardo tornai al gabbiotto, attraverso gli infissi rotti vidi il dottor Phibes che mi puntava addosso la canne mozze. Mi abbassai appena in tempo. Il secondo colpo investì il muso dell’auto e parte del parabrezza, i frammenti di vetro schizzarono dentro l’abitacolo come schegge impazzite, mi riparai la faccia con entrambe le mani. Istintivamente cercai la Beretta calibro nove, ma non la trovai, l’avevo persa nel momento sbagliato. Alzai la testa timidamente, ma rimasi subito impietrito dalla paura, il dottor Phibes stava ricaricando il fucile a due passi dall’auto, quando finì armò l’arma e me la puntò addosso.
Aveva un sorriso che gli tagliava la faccia da orecchio ad orecchio.
Era davvero finita. Aspettavo solo il colpo di grazia, quando dal sedile posteriore spuntò fuori Martina, le schegge di vetro s’erano conficcate in tutta la faccia, rendendola ancora più spaventosa. Ma in mano aveva la Beretta calibro nove e senza esitare fece fuoco, scaricando addosso al dottor Phibes tutto il caricatore, lui rimase in piedi, ma perse il fucile e tutto il suo sorriso. Scendemmo dall’auto per finirlo. Il dottor Phibes barcollava ma non si decideva a cadere, presi il fucile da terra e glielo puntai in faccia, solo in quel momento gli ritornò quell’insopportabile sorriso.
“Siete proprio dei principianti” disse il dottor Phibes sputando sangue “Quando dovete ammazzare una persona dovete mirare agli organi vitali, sennò gli infliggete un agonia inutile”.
Ogni tanto perdeva l’equilibrio rovinando sul selciato, ma ogni volta si tirava su caparbiamente. Non voleva arrendersi, almeno non in quel modo.
“Bene figliolo, hai vinto tu” mi disse perentorio “Ora fai vedere alla tua ragazza di che stoffa sei fatto, e sparami dritto in faccia. Forza ragazzo! Non avere paura, vedrai che ti piacerà."
Avevo la bava alla bocca come un cane idrofobo, strinsi il fucile, presi la mira e gli sparai in mezzo agli occhi. La testa esplose in milioni di pezzi, fummo investiti da frammenti di sangue, ossa, cartilagini e materia celebrare. Dalla gola tirai su un conato di vomito e sangue, lo sputai addosso ai resti di quella carogna. Martina mi prese la mano, e per la prima volta mi guardò con occhi nuovi, occhi che non avevo mai conosciuto.
“Ben fatto amore mio” mi disse. Gonfiai il petto pieno d’orgoglio, poi salimmo in auto. Imboccai la tangenziale lentamente; in lontananza si sentivano le sirene della polizia e delle ambulanze che arrivavano. Un cucciolo di cane stava attraversando in quel momento, senza rendermene conto accelerai, e lo uccisi.
"Perché lo hai fatto” mi chiese Martina con perfidia.
“L’ho fatto perché mi andava, e perché nessuno poteva impedirmelo, tutto qua.”
Ci fu un attimo di silenzio, poi Martina mi sussurrò qualcosa all’orecchio.
"Ben fatto amore mio, ben fatto.”
Ecco. Così sono andate le cose quella sera, non come dissero i giornali e la televisione, che parlarono di un regolamento di conti tra bande, dio mi è testimone.
Da quella sera è passato più di un anno, e non c’è attimo che non ci pensi.
Sono le otto in punto e sto aspettando Martina sotto casa sua, ho addosso i vestiti di allora, pieni di rammendi e con le macchie di sangue sbiadite. Gli occhiali sono al loro posto, così come i capelli con la riga di lato. Il portone si apre e si chiude pesantemente. Martina fa la sua comparsa, bella più che mai, ma non della solita bellezza, non più ormai. Le fratture ricomposte della mascella non le permettono più di sorridere come prima, quello che mi mostra ora è una smorfia contorta e minacciosa. Inoltre l’occhio sinistro cieco e semichiuso, e la faccia piena di cicatrici, la fanno somigliare ad un quadro di Dalì. Lo sguardo cade sulla cicatrice più grande, quella che le riempie la guancia destra come fosse un piccolo serpente. Anche lei indossa gli stessi vestiti di un anno fa, le macchie di sangue sono ancora evidenti e gli strappi cuciti alla meglio. La stringo forte, poi le lecco le cicatrici con la punta della lingua, le escrescenze delle ferite mi eccitano da paura, lei se ne accorge e mi mette una mano tra le gambe. Stretti l’un l’altro ci avviamo verso il maggiolino giallo cabriolet, la capote è abbassata e sulla fiancata ci sono ancora i fori dei proiettili.
Siamo pronti per andare all’Uci Cinema di Casoria.
Metto in moto e partiamo. Il vento ci accarezza gentilmente i capelli, accendo lo stereo e quello parte subito con “Die, die my darling”, un pezzo dei Misfits, Martina invece carica di proiettili la Beretta calibro nove ed il fucile a canne mozze.
La serata è stupenda, uguale a quella di un anno fa, e come allora vorrei incontrare persone interessanti con cui parlare di cinema.
Io e Martina ci speriamo tanto.
11/02/2008
Se pò fa!

Se pò fa!
Bravo Ferrara, continua così con la tua moratoria, che al vaticano sono tutti contenti. Se poi - dopo il cardinale Ruini - inviti anche il cardinale Bagnasco ad "Otto e mezzo", riceverai in regalo una telefonata di papa Ratzinger. Ovviamente in diretta e in prima serata.
06/02/2008
Stitico
Sono uno stitico emozionale, non cago un emozione neanche se mi fanno un clistere di felicità.
01/02/2008
Lesbiche

Lesbiche
Un mondo di lesbiche non mi spaventa, basta che mi lascino guardare...

