27/09/2008
Perversi meccanismi aziendali che scattano sempre nel fine settimana

Perversi meccanismi aziendali che scattano sempre nel fine settimana
Era sempre di venerdì pomeriggio che l’azienda colpiva i suoi dipendenti, e la cosa era tanto più vera quanto più erano strafottenti e non allineati. La strategia non era casuale ma studiata per bene da direttori del personale perfidi e maligni, perché ti colpivano a fine turno quando avevi tutte le difese abbassate. Così il miraggio di un week end tranquillo dopo una settimana di veleno veniva generalmente frantumato dalla solita mail anonima. Un quarto alle diciassette; un silenzio siderale sferzava l’ufficio come la quiete prima della tempesta. Annusai l’aria come un cane che avverte l’odore di una carogna, e qualcosa mi diceva che la carogna ero io. Mi girai verso il computer per spegnerlo ma un pop up di outlook si aprì davanti ai miei occhi, stava li trionfante come un pugno in faccia e diceva che dovevo recarmi a Roma come supporto allo start up della nuova filiale di via Anagnina. Per di più, in base ai nuovi accordi sindacali, non avevo diritto alla trasferta ma solo ad un piccolo forfetario come quello riconosciuto agli stagisti appena assunti. Maledetti sindacati, ci si mettevano pure loro. Mi alzai e presi di corsa l’ascensore, anche se controvoglia dovevo chiedere chiarimenti alla dottoressa del 21esimo, quella femmina era brutta come la morte ma era l’unico aggancio che avevo nell’ufficio risorse umane. E visto l’ora dovevo fare anche in fretta. Il 21esimo piano era sempre uguale a se stesso, non si sentivano voci ma solo un in incessante brusio di sottofondo, invece di lavorare sembrava che complottassero contro il mondo intero, e forse non esageravo. Cercai di orientarmi ma m’accorsi che fuori dagli uffici non c’erano più le targhette con le sigle di reparto. Erano state tutte rimosse. Questo probabilmente serviva per svolgere meglio il loro lavoro, una volta diventati invisibili e anonimi ti colpivano alle spalle con una freddezza tale da far impallidire i più spietati killer della camorra, e senza che nessuno potesse risalire a loro. Comunque riuscii a trovai l’ufficio: bussai ed entrai. Avevo fatto appena in tempo, stavano per andare via. La dottoressa brutta era ancora seduta alla sua postazione e alla mia vista impallidì all’istante. Le altre due dottoresse, quelle laureate in chissà cosa, presero in fretta le loro cose sparendo all’istante. Eravamo rimaste solo io e lei. “Salve sono Esposito.” “Ehm…senta signor Sposìto stavo per andare via e perciò non posso aiutarla e…” “Chi ha fatto il mio nome per Roma?” “Beh…ci sono dei software che sfruttano complicati algoritmi e dei data base dove sono caricati tutti profili personali dei nostri dipendenti, quindi in base alle necessità del momento il programma fornisce dei nominativi che soddisfano quelle esigenze di servizio…” “Capisco, è stata lei.” “Mi creda mi hanno costretta, ho subito pressioni, ho dovuto farlo ...” “Capisco, le auguro un merdoso fine settimana.” Buttai l’occhio su un raccoglitore della scrivania, c’era una busta gialla con sopra scritto il mio nome. “E mia questa busta?” "Ehm…si, dentro ci sono il biglietto ferroviario e il voucher per il pernottamento in un albergo di Roma, dovevo farvelo recapitare da qualche addetto ma visto che è qui...” “…” “Un attimo solo signor Sposìto.” “Cosa c’è!” “ Mica ha delle sigarette con se…” Presi dalla tasca posteriore dei jeans un pacchetto di Winston blu ancora chiuso, lo aprii pescandone una dall’interno, la misi tra le labbra e l’accesi. “Si! Ho delle sigarette, ne ho un pacchetto intero, e mi chiamo sempre Esposito stramaledetta femminaccia.” dissi ringhiandole una boccata di fumo in faccia. Spensi la sigaretta sul legno della scrivania ed uscii sbattendo la porta, il fine settimana era stato rovinato ora bisognava fare buon viso a cattivo gioco. Nell’ascensore aprii la busta, tirai fuori il biglietto ferroviario, il voucher e un foglio con sopra l’indirizzo e i recapiti telefonici della filiale. M’avevano prenotato un intercity seconda classe per “Roma Termini”, il treno partiva alle 18,30 e ciò significava che avevo solo il tempo di marcare il badge e di andare alla stazione di “piazza Garibaldi” senza passare da casa. Mi facevano partire con solo quello che avevo addosso, e quello che indossavo già puzzava forte da giorni'aledetti figli di puttana. addssoli o il tempo di marcare il badge e di andare alla stazione. ’. L’albergo era il “Soggiorno rosa”, una mia vecchia conoscenza di quando ero anch’io uno stagista. All’epoca ci chiamavano corsisti, poi col tempo la dicitura venne americanizzata, le condizioni di merda invece rimasero uguali. L’albergo si trovava in un quartiere pieno di arabi e nordafricani ed era quello che costava di meno in assoluto. Le stanze facevano così schifo che neanche i parassiti ci facevano il nido ed il bagno in comune stava in fondo al corridoio, però in compenso c’erano il lavandino e la televisione a colori con il telecomando. Era passato del tempo dalla ultimo mio soggiorno, ma credo che le cose stessero ancora così in quella topaia. Arrivai alla stazione col treno quasi in corsa, lo agguantai al volo. Trovai la carrozza e quindi il mio scompartimento, era vuoto, guardai il biglietto e vidi che avevo il posto vicino al finestrino. Mi sedetti sudato e stremato e con il cuore che batteva impazzito, il treno partì a strattoni ed io chiusi gli occhi per addormentarmi. Quando li riaprii stavamo superando Gaeta, avevo dormito per quasi un’ora, mi guardai intorno e m’accorsi che non ero più solo nello scompartimento. Tre ragazzi in grisaglia e due ragazze in tailleur blu cobalto, stavano incollati ai loro portatili macbook, ascoltando musica dai loro i-pod. Il classico completo d’ordinanza degli stagisti rampanti, quelli della peggior specie. Uscii nauseato nel corridoio e vidi che la carrozza era piena di quei becchini. Non c’erano più dubbi, l’azienda li aveva chiamati tutti a raccolta per l’apertura di quella fottuta filiale di Roma. Tornai a sedermi e notai che gli altri si stavano scambiando sguardi imbarazzati e di malcelato schifo, forse qualcuno mi conosceva, almeno di fama. “Lei deve essere Sposìto, quello della filiale napoletana" la voce stridula apparteneva ad un occhialuto becchino dal sorriso sprezzante, parlava ammirandosi la perfetta abbronzatura sul display del portatile. "Ci hanno detto di stare alla larga da lei, eppure non sembrerebbe da come è vestito – risate di scherno generale – forse non le piace più la nostra azienda?”. "Sentimi bene stronzetto, la metà di voi è stata assunta solo per il fine settimana, gli altri per una o due settimane, e comunque nessuno di voi vedrà la fine del mese. Quindi, da questo punto di vista, la mia azienda ve lo ha già messo nel culo. In ogni caso io per te sono il signor Esposito, e se non riesci a ricordarlo posso scriverti il mio nome sul tuo faccino abbronzato con il coltello a serramanico che ho nella tasca.” Il coltello non ce l’avevo ma il bluff funzionò benissimo, visto che nessuno verme s’azzardò più a rivolgermi la parola. Ma ora lì avevo tutti in odio e dovevo togliermeli dalle palle. “Ok brutti stronzi! Tutti fuori che devo riposare, e se qualcuno ha qualcosa da ridire farà i conti con il mio luccicante coltello” dissi a muso duro, e per dare più enfasi alla cosa mi tolsi le reebok a collo alto che portavo ai piedi e cominciai a scoreggiare senza ritegno. Scapparono tutti via inorriditi, trascinandosi armi e bagagli in dolorosa apnea. Lo scompartimento s’era impregnato di un terribile fetore che a mala pena riuscivo a sopportare, così continuai il viaggio da solo fino a Roma senza più rotture di coglioni. Il treno arrivò alla stazione di “Roma Termini” con circa mezz’ora di ritardo. Aspettai che i becchini fossero scesi, poi lo feci anch’io. Li ritrovai tutti davanti alla biglietteria che protestavano per il ritardo, l’addetto li ascoltava con cortese indifferenza annuendo in continuazione. Non avevo voglia di andare in albergo per cui rimasi a gironzolare nella stazione: mi misi a parlare con tossico, qualche barbone e un paio di prostitute albanesi alle quali offrii una birra un cambio di una strizzatina alle tette e al culo. Quando fui abbastanza brillo m’avviai verso l’albergo. Il quartiere arabo era diventato ancora più arabo dall’ultima volta che c’ero stato: tra negozi di kebab, cous-cous, macellerie musulmane e money transfert, l’unico a parlare italiano per quelle strade ero solo io. Quasi mezzanotte. Le luci del “Soggiorno rosa” erano già spente, entrai e trovai il portiere di notte dietro la reception avvolto nella luce fredda di un monitor lcd, a terra brillavano i led di un modem adsl, segno inequivocabile che stava navigando sul web. Non s’era accorto del mio ingresso così decisi di rompergli l’incanto. “Salve! Mi chiamo Esposito, deve esserci una stanza prenotata a mio nome…” Il monitor da ventidue pollici mi copriva tutta la visuale, riuscivo a vedere solo una parte della faccia del portiere, ma dal riflesso dei suoi occhiali capii cosa stava guardando. Teneva aperte due finestre su altrettanti siti porno, quel figlio di buona donna se li spazzolava due per volta. Alle mie insistenze il portiere uscì dalla sua catarsi pornografica e con un gesto di stizza apri una terza finestra, quella con dentro le prenotazioni. “Senta, qui non c’è nessun Esposito prenotato, abbiamo solo una prenotazione per un Sposìto, perciò è pregato di andarsene.” “Ascoltami bene deficiente, la prenotazione è per Esposito solo che hanno sbagliato il cognome, ora se non mi dai la chiave di quella fottuta stanza stanotte giocherai solo con il free cell di windows.” Glielo dissi con il sangue agli occhi mentre gli sbandieravo sotto il naso il cavo adsl scollegato dal modem. “Guardi che la prenotazione e per una doppia.” “Mene frego! Io voglio una singola.” “Senta, ma non vuole un compagno di stanza? Tutti i suoi colleghi stanno in doppia, dicono che lo fanno per far risparmiare l’azienda.” “Io di quei becchini mene fotto, e ora dammi quella cazzo di singola.” Il portiere mi allungò la chiave ed io rimisi il cavo nel modem, non senza aver distrutto il connettore di plastica con la suola della scarpa. La stanza numero cinque stava al primo piano, entrai ed accesi la luce. La stanza aveva il soffitto alto e triste come la scarsa luce al neon che l’illuminava: da un lato il letto con il comodino, dall’altra il televisore e dall’altra ancora il lavandino. Era inutile dire che in quel lavandino non mi sarei mai lavato la faccia. Il cuscino di gommapiuma aveva la federa sudicia, tirai via le coperte e vidi che il materasso aveva una chiazza bruna al centro, lo girai dall’altro lato ma ce n’era un altra ancora più grande. Chiamare il portiere sarebbe stato inutile e dannoso, avrebbe detto che ero stato io a sporcarlo per il gusto di sputtanare il buon nome dell’albergo. Accesi la televisione, e sui trentadue canali disponibili c’era memorizzato solo una emittente locale. Stavano dando “Giovannona coscialunga”, un bel film con Edwige Fenech. Mi spogliai e accesi una sigaretta, poi mi abbandonai ad una pisciata liberatrice nel lavandino, spensi la luce e mi misi a letto. Mi venne in mente che avevo bisogno di una sveglia per l’indomani mattina, sennò col cazzo che ci sarei andato al lavoro. Sul comodino c’era un telefono nero con i tasti di gomma logori e consumati. Chiamai il portiere, la voce sinistra si sentiva appena, quell’apparecchio era un concentrato di disturbi telefonici. “Si!” “Sono Esposito, vorrei essere svegliato domattina alle sette.” “Come!?” “Voglio la sveglia domattina…” “Vuole una sveltina? Provvedo subito.” “Ma che cazzo dici deficiente.” “Senta, mica ne capisce di adsl, stranamente non mi funziona più il collegamento e...” “Ma vaffanculo!” M’addormentai con la televisione accesa, ma venni svegliato subito dopo da qualcuno alla porta. Mi alzai bestemmiando ed aprii. C’era una bionda vestita da battona come quelle incontrate alla stazione, non era male a parte il nasone e i fianchi abbondanti. La bocca sbavata di rossetto schiacciava stancamente una gomma da masticare. “Si!” “Tu volere sveltina?” “No guardi, quel demente del portiere s’é sbagliato, io volevo solo…” “Io essere brava a fare pompini, io costare poco, molto poco...” “Beh…se è così accomodati pure.” Entrò e cominciò subito a spogliarsi, si muoveva tra i mobili e le suppellettili della stanza con grande sicurezza, sicuramente la conosceva a memoria. Dalla borsetta tirò fuori un preservativo, lo presi e ci fasciai il pisello poi ci mettemmo a letto in silenzio. Era dolce e burrosa e non sembrava minimamente impressionata dal mio scopare da animale impazzito. Misi in atto le più strane e deviate acrobazie sessuali, al termine delle quali venni dentro in un orgasmo esagerato. Scivolai al suo fianco stanco e madido di sudore. Buttai il preservativo ripieno di sperma sul pavimento ed accesi due Winston blu: una per me e una per lei. Da galantuomo quale ero le diedi la precedenza: lei si alzò per andare a pisciare e a sciacquarsi nel lavandino, poi lo feci anch’io. Nonostante fosse appena passabile quella battona mi stava simpatica, mandarla via a quell’ora di notte mi sembrava davvero una carognata. Le chiesi di rimanere tutta la notte, lei mi disse che mi sarebbe costato cento euro, io gliene offrì cinquanta e cosi ci mettemmo d’accordo per settanta, praticamente l’intero mio forfetario. Alle due di notte ci rimettemmo a letto a guardare la televisione, all’unico canale memorizzato stavano dando “La compagna di banco” con Lilli Carati, altro bel film. Eravamo alla scena in cui Lilli Carati, sotto la doccia, veniva spiata dal suo arrapato spasimante, quando la mia estemporanea compagna ebbe da ridire qualcosa. “A te piacere quella?” “Certo che mi piace, guarda che figa...” “Tu guardare donne nude come maniaco, tu essere maiale, tu fare davvero schifo. Non riesci a trovare femmina da solo?” “Ma che cazzo dici, mi fai la morale tu che sei una puttana, cose dell’altro mondo…” “Cosa centra, questo essere solo lavoro. Dopo io andare in sinagoga a pregare, dopo io essere di nuovo pulita.” “Lavoro! Sinagoga! Ma dove vieni?” “Mi chiamo Jezabel e vengo da Polonia, prima di venire in Italia io abitare in vecchio ghetto di Varsavia, io essere ebrea povera e sfortunata” Non ci potevo credere, in pieno quartiere arabo avevo beccato l’unica prostituta bianca e perdipiù ebrea. "Beh, questo spiega molte cose.” “Vergogna! Voi cristiani essere tutti uguali, tutti porci.” “Senti bionda, lascia stare la religione che non ti conviene. Siete stati voi ad uccidere Gesù Cristo duemila anni fa mica noi cristiani. Magari mi potrai dire che dopo duemila anni il reato è caduto in prescrizione, eppure posso garantirti che c’è ancora qualcuno dei tuoi che non è pentito. Ad esempio: in treno un ebreo mi ha detto che avevano ucciso Cristo perché voleva diventare rabbino, un altro al bar della stazione mi ha detto che non solo l’avevano ammazzato, ma che l’avrebbero fatto ancora se solo si fosse azzardato a tornare…” Jezabel cominciò a piangere e singhiozzare, le lacrime e il trucco sciolto rigarono la faccia con una bizzarra ragnatela. Forse ero stato troppo duro, ma quel fare da bambina piagnucolosa me l’aveva fatto venire di nuovo duro. “Dai Jezabel stavo solo scherzando, eppoi non era vero niente, ho inventato tutto.” dissi mettendole la mano sul cazzo. “Tu cattivo, molto cattivo” “Si, ma adesso muovi la mano” “Razzista! Nazista “Ok, ma adesso succhialo.” Mi tirò un pompino lungo e appassionato da spietata professionista del sesso, con quella rabbia che solo una razza perseguitata come la sua poteva esprimere. La lingua veloce e rovente mi colpiva in punti del glande che nemmeno credevo di avere. Le venni in bocca con torrenti di sperma che lei ingoiò fino al midollo. Crollai come un sacco vuoto. Ero inerme e indifeso e Jezabel mi sputò addosso il suo disprezzo e un po’ del mio sperma, la sua razza stanotte aveva vinto e questo le bastava. Prese una asciugamano dal cassetto del comodino e sparì tutta raggiante nel bagno in fondo al corridoio. Spensi la luce consapevole della sconfitta dell’occidente e finalmente m’addormentai. Li riaprii con lo squillo del telefono, Jezabel era ancora al mio fianco. “…azzo è!” “Buongiorno, sono il portiere, lei ha chiesto di essere svegliato.” Guardai l’orologio da polso, erano le dieci e mezza del mattino. “Veramente avevo chiesto la sveglia alle sette...” “Guardi, ho qui l’appunto del portiere di notte: sveglia alle dieci e trenta per il numero cinque.” “Quel cornuto…vabbè fa niente.” Vicino alla telefono c’era la busta gialla, la presi e tirai fuori il foglio con i numeri telefonici della filiale. Ne scelsi uno a caso e lo composi sulla tastiera del telefono. “Salve! Sono Maurizio, in cosa posso esserle utile.” “Lascia perdere Maurizio sono Esposito…” “Sposìto! Ma lei dovrebbe essere già qui, cosa sta facendo?” “Sentimi bene becchino di merda, io mi chiamo Esposito e al lavoro non ci vengo perché sono malato, il medico mi ha detto che ho assoluto bisogno di due giorni di riposo.” “Due giorni! Proprio lo start up iniziale della filiale.” “Esatto! Ora prendi nota e non rompere più il cazzo!” Gli attaccai il telefono in faccia con un sospiro di sollievo. La luce filtrava senza fretta tra le grate delle gelosie. Un raggio colpì in pieno una chiappa scoperta di Jezabel, ci misi una mano sopra, era calda e morbida e così m’addormentai di nuovo.