27/02/2009
B-Side
B-Side
<<Ed ora, signore e signori, ecco il personaggio che stavamo tutti aspettando. Facciamo un bell’applauso a Carmine Sannino, lo scrittore che ha dato lustro alla comunità di San Giorgio a Cremano>>.
La voce di Giuseppe Setola, il presentatore del “1° premio Vigilia di Natale – Città di San Giorgio a Cremano”, uscì dagli altoparlanti stridendo come un gessetto sulla lavagna, raggelando gli spettatori seduti sugli spalti del palazzetto dello sport. Per l’occasione, Setola sfoggiava un vestito da babbo natale prestatogli dal fratello, una cafonata che fece inorridire gran parte dello staff.
Tuttavia, capì di aver fatto una stronzata ancora più grossa quando sentì il pubblico rumoreggiare dopo il suo annuncio. Dagli spalti arrivavano espressioni del tipo:
“Ma chi l’ha chiammat a st’omm è merd?” “'O pozzan' accirer' 'a stu zuzzus! Ropp chell ca fatt” “Cos’ e pazz’, mo ce rann pure ‘o premio ‘a stu curnut”.
Setola si guardò attorno come per cercare spiegazioni e vide che il sindaco, seduto a bordo campo, ringhiava come un rottweiler mentre il monsignore, seduto poco più in la, bestemmiava insieme all’assessore alle politiche culturali. Eppure la scaletta che gli avevano dato parlava chiaro: dopo il messaggio del monsignore, del sindaco e dell’assessore: dopo aver premiato il coro delle bambine, la squadra di volley e le allieve di danza classica; toccava a lui essere premiato.
Setola non sapeva assolutamente chi fosse “lui”, ma ne maledisse il nome. Aveva passato troppi anni a presentare cantanti neomelodici nelle feste di piazza più assurde e quella, era l’occasione per fare il salto di qualità e chiudere con quel mondo fatto di gente disperata e senza talento. Così, ostentando il suo sorriso di plastica, cercò di improvvisare qualcosa che lo tirasse fuori da quell’impaccio.
<<Mi dicono che lo scrittore non è potuto venire a causa di precedenti impegni, quindi andiamo avanti con la serata e chiamiamo...>>.
Ma il rumore di una porta sbattuta gli ricacciarono le parole in gola. Quando vide un’ombra sbucare da una porta d’emergenza alla sua destra, capì che sarebbe andato tutto a puttane. L’uomo avanzava barcollando e puzzava d’alcol come una cantina: la giacca lurida e i jeans strappati completavano quel quadro ripugnante. Così combinato poteva essere solo lo scrittore, si disse Setola odiandone la categoria.
<<Sono Carmine Sannino>>, fece l’uomo biascicando le parole. <<Mi hanno detto che devo ritirare qualcosa…>>.
Sugli spalti il brusio s’era fatto insopportabile e Setola, per non perdere il controllo della serata, dovette per forza accelerare la premiazione. Così, da un tavolinetto dietro di lui, prese una statuetta raffigurante Massimo Troisi vestito da zampognaro e glielo consegnò senza tanti complimenti.
<<Chist’è ‘o premio, pigliatell e vattenn affancul!>>, disse Setola con l’aria schifata e a microfono spento, perdendo per un attimo il suo viscido sorriso.
<<Caro Babbo Natale, il premio te lo puoi infilare su per il culo, quello che voglio è il tuo microfono>>. Sannino non biascicava più, la voce s’era fatta improvvisamente cupa e tagliente come una lama di coltello. Davanti alla durezza di quelle parole, il sorriso di Setola si frantumò in un milione di pezzi.
<<Ma tu si scem! Si nun’a firnisc’ chiamm ‘a polizia e t’facc…>>.
Ma Setola non riuscì a finire la frase perché Sannino, con uno scatto fulmineo, gli strappò il microfono dalle mani portandoselo a spasso. Quando arrivò a ridosso degli spalti, lo accese.
<<Pronto…prova…pronto…prova…mi sentite tutti? Signori e signore, scusate il ritardo, ero al cesso a pisciare…>>.
Scoppiò subito il caos. Dagli spalti partì un terribile boato carico di bestemmie, qualcosa che si poteva sentire allo stadio S. Paolo quando il Napoli sbagliava un gol. Il pubblico cominciò a lanciargli bottigliette, lattine, accendini e monetine, che Sannino schivò con sorprendente agilità.
<<…lo so che mi volete tutti bene e anch’io ve ne voglio. Cinque anni fa me ne sono andato da questa città a malincuore, ma dovete sapere che il mio libro “Storie di una cittadina infame” ha superato le centomila copie e che a breve, ci faranno anche un film. Non so come dirvelo ma ve ne sono davvero grato e per dimostrarvelo, voglio ringraziare tutti i personaggi che hanno ispirato il mio libro.
E inizierò con voi, fottuti concittadini, che con la vostra mentalità di borghesucci avidi e ipocriti, mi avete regalato il contesto giusto per le mie storie. Ma ora passiamo a ringraziare i veri protagonisti del libro, che con mia profonda soddisfazione vedo presenti tra le autorità intervenute…>>.
Setola era diventato freddo come una statua, ma doveva riparare ai deliri di quel figlio di puttana ad ogni costo, in caso contrario non lo avrebbero chiamato nemmeno ai matrimoni dei rumeni. Stava per prenderlo alle spalle per portargli via il microfono quando Sannino, con un manrovescio improvviso, lo spedì lungo sul pavimento.
<<…stavo dicendo…quindi ringrazio il padrone di casa, il sindaco Ernesto Palumbo, che s’è inventato questa premiazione del cazzo a due mesi dalle elezioni. Evidentemente le accuse di truffa, peculato e dissesto finanziario, non gli hanno impedito di mettere su questo carrozzone per elemosinare il vostro voto. Eppure, quando denunciai i suoi intrallazzi sul giornale dove lavoravo, la redazione fu sommersa di lettere vostre che mi accusavano di aver infangato il buon nome di una persona onesta. Io fui licenziato in tronco mentre lui venne eletto.
Oggi come allora, meritate la sua rielezione.
Poi ringrazio padre Rosario Miniero, il nostro beneamato parroco, il quale, nell’ora di catechismo, ha l’abitudine di portarsi i ragazzini nella sagrestia per succhiargli il pisello, cosa che a suo tempo fece anche con me. Ovviamente sapete tutti che è un pederasta infame, ma come sempre fate finta di niente per paura che scoppi uno scandalo.
E come posso non ringraziare Manuela Brignola, la mia ragazza ai tempi dell’università, ora assessore alle politiche culturali e felicemente sposata al maresciallo dei Carabinieri Gianluca Prestieri, anche lui qui presente. Dimmi amore mio, sei sempre la stessa sadica depravata che mi lasciò dicendomi che ero un patetico fallito? Ma certo che lo sei ancora, te lo leggo negli occhi e scommetto che hai addestrato tuo marito ad essere un perfetto schiavo sottomesso.
Bene, mi sembra di avere ringraziato tutti. Voglio concludere augurandovi un Buon Natale e che possiate strozzarvi con tutta l’ingordigia di cui siete capaci.
Ora scusatemi, ma devo di nuovo andare a pisciare…>>.
Sannino lanciò il microfono addosso a Setola che, steso a terra, piangeva come un bambino, poi imboccò il corridoio da dove era sbucato. Nello stesso momento, il pubblico inferocito invase il campo per inveire contro il sindaco ed i suoi accoliti.
Con la mano appoggiata alla parete del cesso, Sannino stava facendo la pisciata più bella della sua vita. Tutta la rabbia che aveva in corpo stava scivolando via insieme all’urina, una soddisfazione indescrivibile che lo ripagava di tutte le angherie subite. Restava da capire chi aveva avuto la bizzarra idea di invitarlo, ma era troppo ubriaco per fare supposizioni. Purtroppo, quello stato di grazia durò il tempo di quella pisciata perché da dietro, una mano d’acciaio gli prese la testa per i capelli e gliela infilò di prepotenza nella tazza. Setola ingoiò il suo piscio cercando disperatamente di non affogarci, finché la mano lo tirò fuori e lo scaraventò verso gli orinatoi a muro. Sannino gridava e bestemmiava per il dolore, ma l’uomo, con uno scatto felino, lo afferrò per il collo sollevandolo di peso.
<<Lurido bastardo, è così che si trattano i vecchi amici?>>. Era il Maresciallo Prestieri, il marito di Manuela. Il tono ironico nascondeva un odio carico di risentimento. <<Adesso ti faccio passare la voglia di sputtanare le persone in pubblico>>, e cominciò a colpirlo con dei tremendi pugni al basso ventre, fino a farlo quasi svenire dal dolore. Poi la porta si aprì e una severa voce di donna riecheggiò nella stanza. Prestieri lasciò subito Sannino, che cadde rovinosamente sul pavimento, poi si accucciò in un angolo come un cane bastonato. Sannino era steso su un fianco, paralizzato dal dolore, ma riuscì a distinguere un paio di scarpe nere con i tacchi a spillo che si avvicinavano. Una delle scarpe lo colpì leggermente con la punta, facendolo ruotare come un peso morto. Quando si ritrovò con le spalle al pavimento, fu accecato dalle luci dei neon. Appena la vista gli si schiarì, capì a chi appartenevano le scarpe.
<<Ciao Carmine, sei stato molto cattivo stasera, lo sai?>> Era Manuela, ancora più bella e bastarda di come se la ricordava.
<<Si! Sono stato cattivo, tanto cattivo, e merito di essere punito…>> Sannino non riuscì a trattenere un’erezione dolorosa. Dopo tanto tempo, quei modi da Mistress gli facevano ancora quell’effetto.
<<E sia…>> disse Manuela con un sorriso maligno, schiacciandogli i coglioni con i tacchi a spillo. A quella tortura si aggiunsero i calci del marito e subito dopo, quelli del sindaco, del monsignore e del presentatore, che nel frattempo erano entrati per pareggiare i conti con lui. Lo pestarono con rabbia e cattiveria e quando finirono, lo presero di peso scaraventandolo fuori dal palazzetto da una porta di servizio. Sannino si ritrovò sopra un cumulo di sacchetti della spazzatura e pensò che ci sarebbe rimasto fino a Natale, visto che non aveva la forza di muovere un muscolo. Ma dopo pochi minuti la porta di servizio si aprì di nuovo e una splendida ragazza, apparve sull’uscio.
<<Ciao, vuoi picchiarmi anche tu?>>, chiese Sannino toccandosi labbra tumefatte.
<<No! Voglio solo aiutarti>>, rispose la ragazza con un sorriso compiaciuto, poi lo prese per il braccio e dopo vari tentativi, riuscì a rimetterlo in piedi.
<<Semmai te lo stessi chiedendo, io sono Tiziana, la tua compagna di banco al liceo>>. Sannino era ancora intontito per l’alcol e per le botte subite, ma la memoria non lo ingannava: quella ragazza non le somigliava per niente.
<<Tiziana! Per la miseria sei proprio tu. Ma cosa hai fatto, sei diversa da come ti ricordavo. Scusa se te lo dico, ma a scuola eri un cesso e ora invece sei…>>.
<<Una figa stratosferica? Lo so, me lo dicono in tanti. È vero, a scuola ero un cesso, ma niente che non si potesse correggere con una dieta feroce e un chirurgo plastico. E così ho fatto. Ora ascoltami bene, ho poco tempo e devo tornare dentro. Faccio parte dell’organizzazione e sono io quella che, all’insaputa di tutti, ti ha invitato a questa stronzata di premio. Quando mi hanno chiesto di stilare i nomi dei premiati, ho pensato subito a te. Qualcosa mi diceva che eri alla ricerca di un’occasione per fargliela pagare e a quanto pare, non mi sbagliavo, anche se mi aspettavo un epilogo diverso. Lo sai che ho sempre avuto una cotta per te, perciò stavolta vedi di non sparire. Mi devi un favore, ricordalo>>.
Tiziana gli mise in mano un foglietto con scritto il numero del suo cellulare e prima di sparire oltre la porta, gli lanciò un occhiolino che era tutto un programma.
Sannino posò il foglietto nella tasca della giacca e accendendosi una sigaretta mezza ammaccata, pensò che non s’era mai divertito tanto come quella sera.
01/02/2009
La terra dei giocattoli disadattati - 3 -

La terra dei giocattoli disadattati - 3 -
Monica aprì gli occhi. Sul comodino l’orologio a led rossi segnava le due del pomeriggio. Una bestemmia le affiorò sulle labbra screpolate: si rese conto che aveva poco più di un’ora per vestirsi, prendere l’auto e recarsi al lavoro. Poteva fare tutto in venti minuti, ma lasciò scorrere il tempo di proposito. L’approssimarsi del limite, oltre il quale avrebbe ritardato al lavoro, le procurava una piacevole sensazione d’angoscia, quando poi superava quel limite prendeva due Demerol ed usciva di casa.
Nonostante avesse dormito l’intera mattinata, s’era svegliata con lo stesso mal di testa che l’aveva accompagnata per tutto il turno di notte. A Monica piacevano i turni di notte ma non disprezzava quelli serali; li chiedeva apposta per stare il più possibile lontano da casa, così, quando ci ritornava, aveva la sensazione di non essersi persa niente d’importante, niente che non avesse già affrontato in ufficio.
Monica si alzò dal letto, infreddolita. Era novembre inoltrato e lei indossava ancora pigiami estivi. Marco per questo la rimproverava sempre ma lei sosteneva che i pigiami invernali la opprimevano, quello che non gli diceva e che le ricordavano le calzamaglie di lana che la madre l’obbligava ad indossare quand’era bambina.
Erano così strette e pesanti che spesso si pisciava addosso senza accorgersene.
Marco era andato al lavoro, lo aveva incrociato tra le scale mentre rincasava. Lei gli aveva dato un bacio sulla bocca carico di stanchezza, lui una carezza sulla guancia e un elenco di faccende domestiche rimaste in sospeso. Più che un saluto sembrava un passaggio di consegne: cose da fare in casa quando l’altro non c’era.
In cucina, Monica trovò tutto in ordine: piatti e posate erano stati puliti e sistemati nei ripiani. I fornelli e il lavello, sebbene luccicassero, emanavano un odore ripugnante. Marco, la sera prima, aveva rassettato la cucina con la cura maniacale tipica di quando sniffava la Ketamina. Il suo interesse per l’acquario dei pesci era scemato, ora stava coltivando un’altra ossessione: pulire ogni oggetto di casa usando il suo sperma come detergente.
Monica gliel’aveva visto fare altre volte e ormai, non ci faceva più caso. Quando Marco era in preda alle allucinazioni, si metteva nudo davanti ai mobili della cucina, del bagno o del salone, poi si masturbava come un ossesso urlando frasi in giapponese. Dopo che aveva schizzato tutto il suo sperma, prendeva un panno e lo stendeva su tutta la superficie dei mobili, finché non diventavano lucidi. Una volta Monica gli chiese perché lo faceva, lui rispose che voleva espandere la sua essenza su tutto ciò che lo circondava, un po’ come facevano i leoni nei documentari del “Discovery Channel” che trasmettevano su SKY, quando marcavano il territorio con l’urina. Solo che per lui lo sperma, a differenza dell’urina, creava un legame più forte e profondo. Monica ci rimase davvero male, perché quando scopavano lui non la schizzava mai addosso, ma non glielo disse.
Dal frigo, Monica prese la bottiglia di latte a lunga conservazione, quella dove aveva sciolto un’intera confezione di Supradyn. La stappò portandosela alla bocca. Il latte era quasi rancido, ma ne bevve comunque una lunga sorsata.
Nel corridoio, si fermò davanti all’acquario dei pesci. Era in uno stato pietoso, si vedeva benissimo che Marco non lo curava più come prima. L’acqua era torbida e piena di detriti e i pesci, stavano tutti a galla intrappolati nei filamenti gelatinosi del suo sperma.
La puzza di quel pantano schifoso la fece trasalire, così versò il latte rimasto nell’acquario e se ne tornò nella stanza da letto.
Dalla borsetta prese il suo I-POD nano e dall’armadio il portatile di Marco. Con un cavetto collegò i due dispositivi e finalmente, fece partire una playlist dei Nine Inch Nails. Diede anche una rapida occhiata al suo romanzo, che era sempre inchiodato al secondo capitolo. Dalle minuscole casse del portatile, la voce di Trent Reznor veniva fuori cupa e spettrale. Quella voce aveva su di lei una strana influenza, la disinibiva a tal punto da farle mettere in pratica tutte le sue perversioni. Così indossò un tailleur grigio e scarpe nere con il tacco ottanta, mise un leggero ombretto per valorizzare gli occhi e un rossetto in tinta. Si controllò il make-up allo specchio del guardaroba e quando ne rimase soddisfatta, si sedette in un angolo del letto. Dalla borsetta prese il suo I-GASM, il vibratore per I-POD, lo collegò al posto del portatile e indossò le cuffiette, poi scostò il perizoma rosa e se lo infilò nella figa. L’I-GASM vibrava seguendo il ritmo e la voce di Trent Reznor ed era come se lui, la stesse scopando. L’orgasmo arrivò come un treno in corsa, investendola con mille sensazioni di piacere.
Alle due e mezza precise, Monica prese la confezione di Demerol dal cassetto del comodino e con la morte nel cuore, scoprì che era vuota. Per la rabbia si morse un labbro, maledicendo se stessa e la sua incapacità di prevenire queste sciagure. L’unica cosa che inghiottì fu una bestemmia e con quella, uscì da casa. Scendendo le scale, sentì premere qualcosa alla bocca dello stomaco; le sue emozioni si stavano risvegliando dal torpore in cui le aveva relegate e ora, non osava pensare alle conseguenze.
L’auto era parcheggiata vicino ad un grosso cumulo di rifiuti. Monica si ricordò che il giorno prima quell’ammasso non c’era e pensò che se l’auto fosse rimasta ferma per qualche giorno, sarebbe stata sicuramente sommersa dall’immondizia.
Quel pensiero le provocò un profondo senso di nausea, così per scansare i sacchi della spazzatura ed entrare nell’auto, dovette fare ricorso a tutte le sue energie mentali.
Il traffico scorreva lento. I posti di blocco delle forze dell’ordine avevano stretto d’assedio l’intero quartiere, rendendo impossibile una libera circolazione. Davanti a lei c’era un SUV gigantesco che sgasava nervosamente, intossicandola con i gas di scarico. L’auto era talmente sporca che qualcuno aveva inciso con le dita, un perentorio “Lavatemi!” sul lunotto posteriore. Nello stesso momento, notò che sul marciapiede c’era un mendicante che reggeva un cartello con scritto “Aiutatemi!”.
Monica non poté fare a meno di notare di quanto fossero simili quei due bisogni; così lontani nella sostanza eppure, così urgenti da invocare una soddisfazione immediata.
Dopo una coda estenuante, Monica riuscì a superare tutti i posti di blocco e a raggiungere lo svincolo della statale che portava fino al suo lavoro. Ma invece di immettersi, si fermò davanti ai giardini pubblici di una scuola elementare.
I giardini pullulavano di bambini che giocavano sugli scivoli e le altalene, ma non erano stati loro ad attirare la sua attenzione. Monica scese dall’auto per vedere da vicino il motivo per cui si era fermata.
Ai margini dei giardinetti, c’erano alcuni vecchietti seduti sulle panchine. Sembravano inoffensivi per quanto erano immobili, ma lei, in quelle espressioni perse nel vuoto, ci vide altro. Per Monica, quei vecchi non erano altro che un branco di leoni famelici in attesa di sbranare la preda, e si ricordò di aver visto la stessa scena insieme a Marco, in un documentario del “Discovery Channel”.
Le bambine giocavano tutte in gruppi, tranne una, che stava in disparte con la sua bambola. Lei, vedendola così isolata, si rese conto che era la preda ideale di quei mostri, così decise che non avrebbe permesso quello scempio.
Dalla borsa, prese il cellulare e compose il numero del suo ufficio. Una collega rispose e le passò il suo supervisor. Monica voleva dirgli che doveva salvare una bambina dalle grinfie di un gruppo di pedofili schifosi e perciò, non poteva venire al lavoro, ma non lo fece, disse solo che aveva una fastidiosa raucedine e che si dava ammalata. Dopo compose il numero del cellulare di Marco, ma rispose la solita, fottuta segreteria telefonica in giapponese. A quel punto, aveva adempiuto a tutti i suoi obblighi, così si diresse verso la bambina per farle da scudo con il suo corpo.
La bambina era seduta nell’erba che giocava con una “Barbie Raperonzolo”, Monica la riconobbe perché aveva visto il film su SKY, poi si ricordò che da bambina ne aveva avuta una simile, con la quale giocava alla “Barbie mestruata”, un gioco di sua invenzione.
A quel tempo sua sorella maggiore, con le amiche, parlava sempre di mestruazioni e di quanto la facevano stare male. Lei non capiva cos’erano le mestruazioni, sapeva solo che le mutandine della sorella, ogni tanto si macchiavano di sangue. Così, con un pennarello rosso, aveva disegnato una macchia tra le gambe della bambola: il gioco consisteva nel lamentarsi come faceva la sorella e a cambiarle le mutandine.
Quando la bambina alzò lo sguardo su di lei, i suoi ricordi svanirono all’istante. Quel visino pieno di lentiggini incorniciavano due occhi verdi che la fissavano senza imbarazzo. Monica fece un sorriso dolcissimo e chinandosi su di lei, le chiese:
<<Ciao piccolina, posso giocare con te?>>
Fine