18/05/2009
Inconfessionabile
Inconfessionabile
Arrivai verso mezzogiorno, con un’ora di ritardo rispetto a quanto stabilito. Lo feci apposta, perché quando avevo a che fare con lui mi assaliva sempre una profonda nausea, e anche questa volta non faceva eccezione. Due giorni prima m’aveva mandato il solito sms in codice, il messaggio diceva di presentarmi per “urgenti comunicazioni di servizio”, sotto quel linguaggio da ufficio del personale si celava la solita porcata, quella che poi mi toccava sbrigare. Il posto dell’incontro era sempre lo stesso, il motivo pure. Parcheggiai al centro di piazza San Giovanni Battista, in modo che tutti mi potessero vedere, avevo la capote abbassata e tutte le mie cose in vista, ma sapevo già che nessuno me le avrebbe toccate, non in quell’occasione. Scesi dall’auto; in bocca avevo ancora il sapore del Maalox ingurgitato prima di uscire. Mi stiracchiai guardandomi attorno; avevo tutti gli occhi addosso. Sistemai gli occhiali da sole, la giacca di pelle nera e i capelli sporchi di gel. Lo feci più per scaricare il nervosismo che per un’effettiva necessità. Passando mi specchiavo nelle auto parcheggiate; sembravo più un cantante neomelodico che un Killer.
Mi avviavo all’appuntamento senza la minima voglia.
Dall’interno della giacca presi un pacchetto di Winston blu, ne pescai una e l’accesi, feci una lunga boccata poi la tirai fuori tutta di un fiato. Attraversai la strada senza badare alle auto che passavano, più mi avvicinavo a quel posto e più mi veniva voglia di scappar via.
Davanti al cancello verde mi fermai, oltre c’era la chiesa di San Giovanni Battista. Le chiese non m’erano mai piaciute, ma quel posto mi metteva i brividi addosso come nessun altro. Feci i gradini di granito, lentamente, inghiottendo bocconi di saliva. Seduto a terra c’era il solito mendicante, aveva la pelle olivastra e i capelli neri, doveva essere Albanese. Gli passai di fianco senza degnargli di uno straccio d’attenzione quando lui, improvvisamente, tese il braccio come una barriera, bloccandomi sul posto.
<<Tu essere in ritardo>>, fece l’uomo in un italiano penoso. Mi guardava con gli occhi cupi e minacciosi.
<<Lo so, e non sono cazzi tuoi>>, gli ringhiai di rimando.
L’uomo con un gesto di stizza mi strinse una caviglia con la mano.
<<Tu stare molto attento, lui molto arrabbiato con te>>, aveva veramente una stretta di ferro <<Ora entra, lui aspetta te al solito posto>>.
Con un calcio mi liberai dalla stretta di quel pezzente, le sue bestemmie incomprensibili mi accompagnarono fino all’ingresso. Aprii e chiusi dietro di me la pesante porta di legno massello. Nella chiesa il silenzio era assordante, la puzza di muffa, incenso e cera mi evocava tristi ricordi.
Mi feci il segno della croce, poi spensi la sigaretta nell’acquasantiera.
I passi rimbombavano in tutte le navate, mi diressi verso il confessionale con la tendina tirata. Chissà da quanto tempo mi stava aspettando.
Presi posto al lato del confessionale ma senza inginocchiarmi, non lo facevo mai, mi sedetti invece con le spalle appoggiate alla parete di legno.
Appena la grata di metallo si aprì mi prese una stretta al cuore.
<<Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo. Sei in ritardo figliolo>>.
Avrei riconosciuto quella voce tra mille altre.
<<Si, lo so, qualcuno me lo ha fatto già notare>>. Non sapevo se mi dava più fastidio l’alito impestato di fumo o le zaffate della colonia da barba da quattro soldi.
<<Tra poco devo celebrare la messa, quindi sarò breve>>, il tono serafico nascondeva una certa apprensione. <<Ti ho chiamato perché c’è una consegna speciale da fare, qualcosa che mi sta molto a cuore, perciò vedi di non fallire>>.
<<Io non ho mai fallito>>, dissi con tono freddo e professionale. <<Perciò la predica vai a farla a qualcun altro>>.
<<Sei sempre stato sfrontato e arrogante, perciò mi piaci>>, la voce gli si era incupita per l’eccitazione, quel porco si stava sicuramente toccando.
<<Mi sei sempre piaciuto, fin da piccolo. Quando tua madre ti portava all’oratorio, io non potevo a fare a meno di metterti sulle mie ginocchia. Ricordo ancora tutti quei giochini che facevamo nel buio della sagrestia>>.
Istintivamente portai la mano sulla mia Smith & Wesson 1911 con matricola abrasa, quella che portavo nella fondina sotto l’ascella. Sapevo che me l’avrebbe ricordato, lo faceva sempre, e ogni volta avevo la tentazione di sparargli in bocca.
<<Ascoltami bene prete, non sono venuto per ascoltare i tuoi ricordi di sporco pedofilo, ora dimmi cosa devo fare e vaffanculo>>. Repressi quel desiderio ancora una volta, con dolore e rassegnazione.
<<E sia! Torniamo agli affari>>, fece lui riprendendo il tono angelico di prima. <<Ora prendi nota di quanto sto per dirti>>.
Dalla tasca della giacca tirai fuori un uniposca nero. Il pannello di legno che mi divideva da lui era pieno di scritte cancellate, trovai uno spazio libero e ci puntai il pennarello.
<<Sono pronto!>>, dissi perentorio.
<<Il tuo uomo è Padre Rosario della parrocchia dell”Immacolata Concezione, quella che sta vicina alla vesuviana di San Giovanni a Teduccio>>.
Quei due erano ai ferri corti da un pezzo, eppure non riuscii a trattenere un moto di stupore.
<<Se ho ben capito vuoi che ammazzi tuo fratello, o sbaglio?>>.
<<No, non ti sbagli>>, disse lui senza tradire la minima emozione. <<Alcuni sacerdoti della sua parrocchia si sono messi a taglieggiare i miei fedeli, e questo è inammissibile, voglio che il lavoro sia fatto per domani, prima della messa serale>>.
Cominciai a scrivere, ma non quello che mi aveva appena dettato, scrissi invece la prima cosa che mi venne in mente.
- Sono Suor Celeste e te lo succhio da dio, chiamami al 3386649834 –
<<Ok, ho preso nota, domani avrai mie notizie>>.
<<Molto bene>>, disse lui con aria soddisfatta. <<Pregherò per la riuscita della tua missione, spero solo che tu non abbia buttato la cicca nell’acquasantiera o scritto oscenità nel confessionale>>.
Mi alzai stiracchiandomi ancora una po’. Dalle finestre e dai rosoni colorati filtravano giochi di luce e arcobaleni multicolori, misi una mano davanti agli occhi per ripararmi da quei riflessi accecanti. Uscendo incrociai un gruppo di fedeli, erano perlopiù vecchi e pensionati, quelle facce stanche e avvizzite chiedevano solo di morire, nel frattempo si sorbivano la messa di mezzogiorno. Da una porta laterale vidi sgusciar fuori due figure, una guadagnò subito l’uscita, l’altra si fermò appena si accorse di me. Era Suor Celeste, aveva la tunica stropicciata e il trucco in disordine.
<<Buon giorno suor Celeste!>>, dissi con voce squillante. Lei non rispose, impegnata com’era a darsi una sistemata, si limitò a mostrarmi il dito medio tutto ingioiellato. Mi feci una mezza risata amara, poi accesi una sigaretta ed uscii. Il mendicante era ancora al suo posto, passando gli centrai con uno sputo il cappello dove raccoglieva l’elemosina, sentii il suo odio colpirmi alle spalle come una pugnalata.
L’auto era ancora al suo posto, all’interno nessuno aveva toccato niente, misi in moto e partii come un razzo, senza voltarmi. Uccidere preti non era la mia specialità, ma da quando s’erano messi a fare i camorristi le cose erano cambiate. Si eliminavano a vicenda per questioni di territorio, macchiandosi dei crimini più atroci, perciò ammazzarli non mi dava nessun senso di colpa. Prima o poi qualcuno mi avrebbe commissionato la morte di quel bastardo, era solo questione di tempo, e quando sarebbe successo avrei finalmente pareggiato i conti con lui.
Mio padre.