02/05/2008

La terra dei giocattoli disadattati - 2 -



La terra dei giocattoli disadattati - 2 -

 

Monica si svegliò alle undici del mattino. La sveglia aveva suonato invano per tutta la mattinata, senza riuscire a strapparla dal suo torpore.

Il suo non era sonno pesante, ma soltanto sonno chimico.

La sera prima era tornata dal lavoro a mezzanotte: quel maledetto turno le lasciava solo il tempo di lavarsi, di ingoiare due Demerol e di sparire nel letto, dove Marco già dormiva da chissà quanto tempo.

Il sole, filtrando dalle tapparelle, l’aveva colpita in faccia con una luce tiepida e lattiginosa. Inconsciamente capì che qualcosa stava cambiando intorno a lei, così aprì gli occhi. Con uno sforzo sovrumano si sollevò fino alla testiera del letto, appoggiandosi con le spalle, dopo il primo colpo di tosse il naso cominciò a sanguinarle, e pensò che avrebbe dovuto fare quelle analisi che il medico le aveva prescritto due mesi fa. Appena scese dal letto fu colta da un leggero capogiro: il primo pensiero fu per un’ambulanza, il secondo per Marco e il terzo per il Demerol che aveva finito i suoi effetti.

Marco era già uscito per andare al lavoro, lui scivolava fuori del letto furtivo come un gatto e si preparava silenzioso come un fantasma. La sera rientrava a casa con la stessa leggerezza. Le sue erano apparizioni degne della madonna di Fatima.

Monica se lo ritrovava improvvisamente ad un palmo di naso con quella faccia da bambino autistico, il tempo di darle un bacio freddo sulla guancia che già spariva per dedicarsi alle sue manie. Se non fosse stato per le sue cose buttate alla rinfusa, si sarebbe potuto dire che di lui, in quella casa, esisteva soltanto un’immagine o un’idea, anche se bacata e malsana.

Le sue manie erano la scrittura, i manga e il piccolo acquario che aveva sistemato nel corridoio. S’era messo in testa di essere un grande scrittore, così si rinchiudeva per ore nella stanza da letto insieme al portatile che Monica gli aveva regalato l’anno prima. Si stendeva sul letto con il portatile in grembo e scriveva come un ossesso; era convinto che alla fine avrebbe realizzato un romanzo destinato a rivoluzionare tutta la letteratura esistente, solo che quel romanzo era fermo al secondo capitolo da mesi.

Quando non scriveva si richiudeva nel cesso per leggere i suoi manga. Comprava solo collane non importate che si faceva arrivare direttamente dal Giappone in lingua originale, quando s’era stufato pure di quelli passava al piccolo acquario.

Prendeva una sedia e si sistemava davanti a quel parallelepipedo di vetro come se fosse al cinema: con lo sguardo puntava ai pesci dai colori più sgargianti e ne accompagnava le traiettorie con l’indice. Dopo gli dava da mangiare, controllava la temperatura dell’acqua e puliva il filtro del riciclo. Se poi era strafatto di Ketamina ripeteva la sequenza almeno una dozzina di volte. Una volta lo trovò in piedi sulla sedia che si stava masturbando, gridava frasi in giapponese e quando venne schizzò tutto il suo sperma nell’acqua, dopo si sedette a guardare il suo seme coagularsi in piccole perle e poi venire mangiato dai pesci.

Monica scacciò quel pensiero come si faceva con le zanzare, poi andò in cucina per prepararsi la colazione. Dal lavello pieno di piatti sporchi tirò fuori la sua tazza preferita, la sciacquò e la riempì di latte scremato che prese dal frigorifero. Sul piatto della bilancia c’erano delle compresse di Supradyn, ne prese una manciata, due le buttò nel latte, le altre se le mise nella tasca del pigiama. Poggiò la tazza sul piatto girevole del microonde, impostandone il timer a due minuti. Per ingannare l’attesa prese dalla mensola la pila di lettere che giacevano lì da settimane, tutte ancora chiuse. Ne scelse una con la busta azzurra e l’aprì. Dentro c’era la foto di un candidato alle elezioni politiche che invitava a votarlo, Monica si chiese perché non le spedivano mai la foto di un negro col cazzo di trenta centimetri che chiedeva di scoparla come si deve.

Buttò tutto nel cestino, poi prese la tazza fumante dal microonde.

Le Supradyn avevano dato al latte un colorito giallastro: Monica ne bevve qualche sorso poi si mosse verso l’acquario. Spostò il coperchio di plastica con la mano libera, prese le restanti compresse dalla tasca e le buttò tutte nell’acqua. L’acqua cominciò subito a frizzare e a cambiare colore, i pesciolini per lo spavento presero a nuotare freneticamente, poi pian piano si calmarono. Monica finì di bere il suo latte e pensò che i pesciolini avessero gradito quello strano nutrimento, di sicuro più delle porcherie che gli dava il loro padrone.

Rimise il coperchio e tornò in cucina.

Monica cercò di ricordare dove aveva messo il suo I-Pod nano, ma invano, così uscì in terrazza a cercarlo. Il sole era insopportabile, come i rumori che provenivano dalla strada, dopo un attimo di esitazione barcollò fino al lettino di plastica, dove finalmente trovò il suo I-Pod. Tra le pieghe del cuscino trovò anche una pasticca di Demerol abbandonata e un sorriso di soddisfazione si stampò sul viso.

Monica si stese sul lettino, ingoiò la pasticca e indossò gli auricolari, poi fece partire “Year Zero” l’ultimo dei Nine Inch Nails. I contorni di ciò che la circondava cominciarono subito a sbiadire: si dimenticò del sole abbagliante e dei rumori assordati, di lei con Marco e di Marco con le sue manie.

Con quel senso di distacco chiuse gli occhi dolcemente, e provò ad immaginare se stessa come un pesciolino di un acquario, che veniva nutrita con pasticche e piccole perle di sperma.

continua…

di cattiveinclinazioni | 02/05/2008
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