
La terra dei giocattoli disadattati - 3 -
Monica aprì gli occhi. Sul comodino l’orologio a led rossi segnava le due del pomeriggio. Una bestemmia le affiorò sulle labbra screpolate: si rese conto che aveva poco più di un’ora per vestirsi, prendere l’auto e recarsi al lavoro. Poteva fare tutto in venti minuti, ma lasciò scorrere il tempo di proposito. L’approssimarsi del limite, oltre il quale avrebbe ritardato al lavoro, le procurava una piacevole sensazione d’angoscia, quando poi superava quel limite prendeva due Demerol ed usciva di casa.
Nonostante avesse dormito l’intera mattinata, s’era svegliata con lo stesso mal di testa che l’aveva accompagnata per tutto il turno di notte. A Monica piacevano i turni di notte ma non disprezzava quelli serali; li chiedeva apposta per stare il più possibile lontano da casa, così, quando ci ritornava, aveva la sensazione di non essersi persa niente d’importante, niente che non avesse già affrontato in ufficio.
Monica si alzò dal letto, infreddolita. Era novembre inoltrato e lei indossava ancora pigiami estivi. Marco per questo la rimproverava sempre ma lei sosteneva che i pigiami invernali la opprimevano, quello che non gli diceva e che le ricordavano le calzamaglie di lana che la madre l’obbligava ad indossare quand’era bambina.
Erano così strette e pesanti che spesso si pisciava addosso senza accorgersene.
Marco era andato al lavoro, lo aveva incrociato tra le scale mentre rincasava. Lei gli aveva dato un bacio sulla bocca carico di stanchezza, lui una carezza sulla guancia e un elenco di faccende domestiche rimaste in sospeso. Più che un saluto sembrava un passaggio di consegne: cose da fare in casa quando l’altro non c’era.
In cucina, Monica trovò tutto in ordine: piatti e posate erano stati puliti e sistemati nei ripiani. I fornelli e il lavello, sebbene luccicassero, emanavano un odore ripugnante. Marco, la sera prima, aveva rassettato la cucina con la cura maniacale tipica di quando sniffava la Ketamina. Il suo interesse per l’acquario dei pesci era scemato, ora stava coltivando un’altra ossessione: pulire ogni oggetto di casa usando il suo sperma come detergente.
Monica gliel’aveva visto fare altre volte e ormai, non ci faceva più caso. Quando Marco era in preda alle allucinazioni, si metteva nudo davanti ai mobili della cucina, del bagno o del salone, poi si masturbava come un ossesso urlando frasi in giapponese. Dopo che aveva schizzato tutto il suo sperma, prendeva un panno e lo stendeva su tutta la superficie dei mobili, finché non diventavano lucidi. Una volta Monica gli chiese perché lo faceva, lui rispose che voleva espandere la sua essenza su tutto ciò che lo circondava, un po’ come facevano i leoni nei documentari del “Discovery Channel” che trasmettevano su SKY, quando marcavano il territorio con l’urina. Solo che per lui lo sperma, a differenza dell’urina, creava un legame più forte e profondo. Monica ci rimase davvero male, perché quando scopavano lui non la schizzava mai addosso, ma non glielo disse.
Dal frigo, Monica prese la bottiglia di latte a lunga conservazione, quella dove aveva sciolto un’intera confezione di Supradyn. La stappò portandosela alla bocca. Il latte era quasi rancido, ma ne bevve comunque una lunga sorsata.
Nel corridoio, si fermò davanti all’acquario dei pesci. Era in uno stato pietoso, si vedeva benissimo che Marco non lo curava più come prima. L’acqua era torbida e piena di detriti e i pesci, stavano tutti a galla intrappolati nei filamenti gelatinosi del suo sperma.
La puzza di quel pantano schifoso la fece trasalire, così versò il latte rimasto nell’acquario e se ne tornò nella stanza da letto.
Dalla borsetta prese il suo I-POD nano e dall’armadio il portatile di Marco. Con un cavetto collegò i due dispositivi e finalmente, fece partire una playlist dei Nine Inch Nails. Diede anche una rapida occhiata al suo romanzo, che era sempre inchiodato al secondo capitolo. Dalle minuscole casse del portatile, la voce di Trent Reznor veniva fuori cupa e spettrale. Quella voce aveva su di lei una strana influenza, la disinibiva a tal punto da farle mettere in pratica tutte le sue perversioni. Così indossò un tailleur grigio e scarpe nere con il tacco ottanta, mise un leggero ombretto per valorizzare gli occhi e un rossetto in tinta. Si controllò il make-up allo specchio del guardaroba e quando ne rimase soddisfatta, si sedette in un angolo del letto. Dalla borsetta prese il suo I-GASM, il vibratore per I-POD, lo collegò al posto del portatile e indossò le cuffiette, poi scostò il perizoma rosa e se lo infilò nella figa. L’I-GASM vibrava seguendo il ritmo e la voce di Trent Reznor ed era come se lui, la stesse scopando. L’orgasmo arrivò come un treno in corsa, investendola con mille sensazioni di piacere.
Alle due e mezza precise, Monica prese la confezione di Demerol dal cassetto del comodino e con la morte nel cuore, scoprì che era vuota. Per la rabbia si morse un labbro, maledicendo se stessa e la sua incapacità di prevenire queste sciagure. L’unica cosa che inghiottì fu una bestemmia e con quella, uscì da casa. Scendendo le scale, sentì premere qualcosa alla bocca dello stomaco; le sue emozioni si stavano risvegliando dal torpore in cui le aveva relegate e ora, non osava pensare alle conseguenze.
L’auto era parcheggiata vicino ad un grosso cumulo di rifiuti. Monica si ricordò che il giorno prima quell’ammasso non c’era e pensò che se l’auto fosse rimasta ferma per qualche giorno, sarebbe stata sicuramente sommersa dall’immondizia.
Quel pensiero le provocò un profondo senso di nausea, così per scansare i sacchi della spazzatura ed entrare nell’auto, dovette fare ricorso a tutte le sue energie mentali.
Il traffico scorreva lento. I posti di blocco delle forze dell’ordine avevano stretto d’assedio l’intero quartiere, rendendo impossibile una libera circolazione. Davanti a lei c’era un SUV gigantesco che sgasava nervosamente, intossicandola con i gas di scarico. L’auto era talmente sporca che qualcuno aveva inciso con le dita, un perentorio “Lavatemi!” sul lunotto posteriore. Nello stesso momento, notò che sul marciapiede c’era un mendicante che reggeva un cartello con scritto “Aiutatemi!”.
Monica non poté fare a meno di notare di quanto fossero simili quei due bisogni; così lontani nella sostanza eppure, così urgenti da invocare una soddisfazione immediata.
Dopo una coda estenuante, Monica riuscì a superare tutti i posti di blocco e a raggiungere lo svincolo della statale che portava fino al suo lavoro. Ma invece di immettersi, si fermò davanti ai giardini pubblici di una scuola elementare.
I giardini pullulavano di bambini che giocavano sugli scivoli e le altalene, ma non erano stati loro ad attirare la sua attenzione. Monica scese dall’auto per vedere da vicino il motivo per cui si era fermata.
Ai margini dei giardinetti, c’erano alcuni vecchietti seduti sulle panchine. Sembravano inoffensivi per quanto erano immobili, ma lei, in quelle espressioni perse nel vuoto, ci vide altro. Per Monica, quei vecchi non erano altro che un branco di leoni famelici in attesa di sbranare la preda, e si ricordò di aver visto la stessa scena insieme a Marco, in un documentario del “Discovery Channel”.
Le bambine giocavano tutte in gruppi, tranne una, che stava in disparte con la sua bambola. Lei, vedendola così isolata, si rese conto che era la preda ideale di quei mostri, così decise che non avrebbe permesso quello scempio.
Dalla borsa, prese il cellulare e compose il numero del suo ufficio. Una collega rispose e le passò il suo supervisor. Monica voleva dirgli che doveva salvare una bambina dalle grinfie di un gruppo di pedofili schifosi e perciò, non poteva venire al lavoro, ma non lo fece, disse solo che aveva una fastidiosa raucedine e che si dava ammalata. Dopo compose il numero del cellulare di Marco, ma rispose la solita, fottuta segreteria telefonica in giapponese. A quel punto, aveva adempiuto a tutti i suoi obblighi, così si diresse verso la bambina per farle da scudo con il suo corpo.
La bambina era seduta nell’erba che giocava con una “Barbie Raperonzolo”, Monica la riconobbe perché aveva visto il film su SKY, poi si ricordò che da bambina ne aveva avuta una simile, con la quale giocava alla “Barbie mestruata”, un gioco di sua invenzione.
A quel tempo sua sorella maggiore, con le amiche, parlava sempre di mestruazioni e di quanto la facevano stare male. Lei non capiva cos’erano le mestruazioni, sapeva solo che le mutandine della sorella, ogni tanto si macchiavano di sangue. Così, con un pennarello rosso, aveva disegnato una macchia tra le gambe della bambola: il gioco consisteva nel lamentarsi come faceva la sorella e a cambiarle le mutandine.
Quando la bambina alzò lo sguardo su di lei, i suoi ricordi svanirono all’istante. Quel visino pieno di lentiggini incorniciavano due occhi verdi che la fissavano senza imbarazzo. Monica fece un sorriso dolcissimo e chinandosi su di lei, le chiese:
<<Ciao piccolina, posso giocare con te?>>
Fine