31/01/2005

Nerone

Nerone

Sotto di lui l’asfalto era caldo ed invitante nonostante sentisse brividi di freddo dappertutto. Ormai se la sentiva la fine, riverso su un lato con un grosso squarcio allo stomaco che vomitava sangue e intestini. Quel tir non aveva rallentato vedendoselo passare davanti e non s’era nemmeno fermato dopo averlo investito. Ma lui, d’altronde, non se l’aspettava nemmeno, chi poteva mai fermarsi ad aiutare un grosso e feroce pitbull? Se un cane poteva vedere la propria vita scorrergli davanti agli occhi prima di morire - come si dice per gli esseri umani – ebbene quello era il momento. Attraverso i grandi occhi neri come la notte cominciarono ad apparire i posti dove era nato e cresciuto, ricordava tutto nitidamente, come poteva dimenticarlo. Da un lato le case popolari della “219” a Marigliano, dimessi e malridotti come gli abitanti che ci vivono, dall’altra una lunga fila di box fatti con mattoni e lamiere ondulate e arrugginite. In una di queste Vittorio ‘o cineseper via dei suoi tratti orientaleggianti - aspettava ansioso che Zagor - detto così , una femmina di pitbull, gli partorisse i suoi cuccioli. Vittorio ne aveva un bisogno disperato per le lotte clandestine tra cani, quelli che aveva perdevano incontri di continuo e lui ci stava rimettendo un sacco di soldi. Zagor partorì morti i primi due cuccioli e già Vittorio si stava disperando, quando nacque inatteso un terzo. Si vedeva bene che non voleva morire, aveva carattere lui. Lo chiamarono Nerone per via del pelo nero come la pece. Lo fecero allattare dalla madre il tempo necessario, poi lo allontanarono da lei per sempre. Subito dopo iniziò l’addestramento, cattivo e spietato come i loro padroni. Capì subito che da quella catapecchia ne sarebbe uscito come volevano loro, un macchina di morte, un assassino. Ogni giorno era sempre la stessa storia, nel buio della catapecchia solo avanzi e freddo, poi vennero i pestaggi, gli legavano in testa un sacco di iuta e lo bastonavano senza pietà. Dopo due mesi di questo trattamento di lui non c’era rimasto più niente, livido e arrabbiato odiava tutto e tutti, abbaiava e ringhiava come un cane idrofobo e nessuno poteva più avvicinarsi. Per saggiare a che punto fosse la sua cattiveria, di notte e di soppiatto infilarono due cani randagi nella catapecchia. Erano cani da poco, magri e malmessi, ma dovevano provare la sua ferocia. E l’ebbero quella prova, puntuale come la loro vigliaccheria. Quella notte nel quartiere si sentirono urla e grida disumane, nessuno aveva mai sentito un orrore simile e molti non dormirono quella notte. Il mattino dopo Vittorio e i suoi compari andarono a sincerarsi dell’accaduto. Quando aprirono la porta si trovarono davanti uno spettacolo raccapricciante; c’erano sangue e brandelli di carne ed ossa dappertutto, un vero inferno. Anche loro ne furono colpiti. Nerone se ne stava acquattato sotto una tavolo con un osso in bocca e un ghigno di soddisfazione affiorò sul volto di Vittorio, quello scempio provocato dal suo cane significava una sola cosa. Che era pronto per combattere. Per il primo combattimento di Nerone ci voleva un incontro facile facile, Vittorio lo portò in un accampamento di Rom vicino Cicciano, si guadagnava poco ma in compenso i cani che vi combattevano non erano granché. Lo fece combattere con un pitbull zoppo e pieno di cicatrici. L’incontro durò pochi minuti. Nerone prese subito l’iniziativa azzannandolo alla gola, l’altro cane cercava di difendersi, di liberarsi, ma lui era troppo forte. Solo quando gli squarciò la gola di netto e vide il bianco dei suoi occhi abbandonò la presa, lasciandolo a terra rantolante e sanguinante. Nerone era pronto per il grande giro, quello delle scommesse forti, Vittorio ne era fermamente convinto. Nerone fu portato a combattere in tutto l’hinterland napoletano, le sue vittorie erano schiaccianti e Vittorio faceva un sacco soldi. Con i combattimenti arrivarono anche ferite e cicatrici, Nerone si stava consumando lentamente ma Vittorio non voleva sentire ragioni. Doveva spolparlo per bene quel cane prima di buttarlo via, era la regola di quegli aguzzini. Nerone capitolò una domenica di luglio in una discarica abusiva non lontana dall’Alfa Romeo di Pomigliano, stanco e pieno di acciacchi fu messo contro un rottwailer più giovane, più grosso e più feroce di lui. Nerone partì subito all’attacco riuscendo ad assestargli dei morsi sul collo, il rottwailer accusò i colpi poi ripartì a sua volta all’attacco. Con un grosso balzo piombò su Nerone affondandogli i denti nel ventre e poi alla gola, finché non cadde esanime. Ormai era finita, Nerone era stato sconfitto di brutto. Lo squarcio alla gola, ma specialmente quello al ventre, sputavano sangue in continuazione, Vittorio se ne accorse e decise di liberarsene, visto com’era ridotto non valeva la pena salvarlo. Lo gettava via come spazzatura, non c’era pietà per lui, quindi ordinò ai suoi scagnozzi di farlo sparire. Caricarono Nerone nel bagagliaio di una station wagon poi presero la statale 7 bis in direzione Baiano. Sulla strada intravidero in lontananza un posto di blocco dei carabinieri, non potevano arrischiarsi con quel cane, di certo non l’avrebbero fatta franca, perciò decisero di liberarsene all’istante. Accostarono al ciglio della strada e in corsa lo scaraventarono via, il cane ruzzolò, fece alcuni capitomboli finché non si arrestò davanti ad un grosso albero. Nerone era ancora vivo e cosciente nonostante le caduta, poi, sopraffatto dalla stanchezza, svenne. Riaprì gli occhi il giorno dopo a mattino inoltrato, ad osservarlo c’era il faccino incuriosito di una bambina di sette anni. La piccola abitava in una villetta non lontana e mentre passeggiava s’era accorta di lui. La bambina cominciò ad accarezzarlo teneramente, non ne aveva paura lei. Nerone avrebbe voluto saltarla alla gola com’era nella sua indole, ma non lo fece, la dolcezza di quel gesto bloccò la sua rabbia. La bambina si prese cura di Nerone tenendo i genitori all’oscuro di tutto, gli portava avanzi di cibo e curava le sue ferite. Fece passare alcuni giorni, il tempo di fargli riprendere le forze, poi una mattina portò il padre da lui. Il padre fissava Nerone impietrito dalla paura, la bambina cominciò a scongiurarlo affinché glielo facesse tenere e lo accarezzava per fargli vedere che non era pericoloso. Il padre ci mise un po’ a convincersi ma alla fine acconsentì a tenerlo, a patto che fosse lei ad occuparsene. Nerone non fece resistenza mentre lo portavano via, aveva ancora il guinzaglio al collo, ma quando vide dove lo stavano portando sbarrò gli occhi. Non riusciva a credere ai suoi occhi, la sua nuova dimora era una baracca di lamiere ondulate uguale a quella dove era nato. Gli tornarono in mente le bastonate di Vittorio e dei suoi compari, li vedeva già dentro che lo aspettavano. Nerone iniziò a ringhiare e a torcersi, poi con uno strattone si liberò dalla presa. Non l’avrebbero portato in quel posto, non l’avrebbero mai più rinchiuso in un posto come quello. Cominciò a correre senza una direzione precisa, a più non posso. Arrivò sulla statale nello stesso momento in cui sopraggiungeva un grosso tir, l’impatto fu tremendo e Nerone fu scaraventato sul ciglio della strada. Il tir continuò indifferente la sua corsa. Nerone era a terra agonizzante, battuto per l’ultima volta. Arrivarono anche la bambina e il padre; appena lei lo vide si abbandonò ad un pianto disperato che il padre non riuscì a calmare, lo strinse forte a se e il vestitino rosa confetto si macchiò tutto del suo sangue. Nerone non poteva capire quelle lacrime, le carezze affettuose non le aveva mai conosciute, lui non sapeva cos’era un sorriso, ma probabilmente prima di tirare le cuoia tra le braccia di quella bambina riuscì ad abbozzarne uno.

di cattiveinclinazioni | 31/01/2005
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