29/03/2005

L'autopsia

L'autopsia

Vidi la goccia di sudore cadermi dalla fronte ma ero troppo impegnato per asciugarmi. La vidi cadere sul suo polso livido e lacero. Ogni volta era peggio, pensai guardandola distesa là sul tavolo di marmo, picchiata a sangue con segni di tagli e sevizie su tutto il corpo, quello mortale inferto alla gola, dovrei essere abituato alla vista di una ragazza morta ma davanti a certi spettacoli non ci si abitua mai. Giovane ragazza sulla trentina, altezza un metro e 60 circa, carnagione chiara con lunghi capelli biondi e ricci, era praticamente uguale alle altre sei. Ma dovevo andare avanti, dopo tutto era il mio lavoro. Iniziai con una incisione sotto il suo piccolo seno con il mio bisturi, un attrezzo che mi accompagna da quando mi sono laureato in medicina e che mi regalò mia madre. Sono sempre stato fiero di questo bisturi tenuto sempre lucido e affilatissimo, niente a che vedere con quei bisturi che usavamo in ospedale. Ora passo a sezionare all’altezza del pube, liquidi e tessuti iniziano a sgorgare fuori dalla ferita. Provo sempre una strana eccitazione nel sezionare cadaveri, violare i loro corpi, come un bambino che spia dal buco della serratura la madre che si sta spogliando, sono un guardone di cadaveri. Ma è questo il lavoro che ho scelto, è la mia passione, la mia vita. Ma quando pronuncio la parola "vita" non posso non pensare alla mia di "vita". Sin da piccolo ero introverso e indifeso, deriso dai compagni di scuola ma soprattutto da quella odiosa ragazzina dai lunghi capelli ricci. Le cose non migliorarono da adulto e dopo la laurea la mia mammina decise di farmi lavorare in banca in un ufficio pieno di scartoffie, anche lì i colleghi mi deridevano ma più di tutti era quella bionda sul metro e sessanta con lunghi capelli ricci. Li odiavo, li odiavo tutti quanti quei maledetti, peccato che non avevo con me il mio prezioso bisturi quando mi insultavano da bambino e mi deridevano da adulto, specialmente quella fottuta bionda dai capelli lunghi e ricci. Ma il mio bisturi era con me quando incontrai quella puttana all’angolo della strada, quando le misi le mani tra le gambe iniziò a insultarmi e a picchiarmi, dovevo farla stare zitta quella baldracca lei non poteva mancarmi di rispetto non lo avrei più permesso a nessuno, anche lei era bionda con i capelli lunghi e ricci. Le ficcai il mio fedele e bellissimo bisturi in gola e così quella troia capì, così come hanno capito le altre sei. E tardi, una triste suoneria di cellulare mi distrae, - Si mammina - ho quasi finito mammina - il solito lavoro mammina – si prepara pure mammina. Ora metto il pube e i seni sezionati in frigo, faranno compagnia agli altri già sezionati. La formaldeide per pulire il tavolaccio di marmo e la segatura a terra per il sangue rappreso qui nella cantina della mia casa di campagna, domani il fiume qui vicino restituirà il settimo fiore violato, la settima cagna rognosa. Chiudo il cancello di ingresso con un grosso lucchetto di acciaio, sul viale mi fermo a bere grandi sorsate da una bottiglia di bourbon. Ora mi rimetto la giacca e mi avvio verso la mia auto, dopotutto non posso far aspettare oltre la mia mammina.

di cattiveinclinazioni | 29/03/2005
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