04/10/2005

GOD

GOD

 

Vennero a prendermi alle cinque del mattino, venivano sempre a quell’ora, lo avevano appreso dai loro data base segreti, Gestapo e KBG facevano così con i personaggi scomodi ed io ero come quelli. Quei data base erano proibiti per tutti ma non per me, io che li avevo ereditati conoscevo tutta la verità sulla nostra storia, quella che vogliono farci dimenticare, ecco perché venivano sempre a prendermi, sospettavano che io li avessi. Nell’ultimo anno erano venuti due volte, con questa faceva tre e la cosa mi turbava non poco. Si presentarono in quattro, come sempre indossavano lunghi impermeabili di pelle nera e un casco dello stesso colore in testa, la visiera abbassata non permetteva di vedere chi c’era dietro. Si facevano chiamare i guardiani di dio e di loro si sentivano cose terribili. Si pensava che dietro quelle visiere si nascondessero gli incorreggibili di classe C, quelli che non superavano il trattamento della rieducazione finale, io ero un incorreggibile di classe B. Si diceva che dopo quel trattamento ogni persona diventava una sorta di automa a cui venivano installati ogni tipo di congegni cibernetici, poi venivano usati per proteggere i custodi di dio, coloro che ci comandavano da quasi due secoli, e cioè da quando le macchine presero il potere rendendoci tutti schiavi. Spero solo che non mi facciano diventare come loro, dio non voglia. L’auto, grande e nera, richiamava un modello molto in voga negli anni sessanta presso la C.I.A, anche questo avevano appreso dai loro data base, tranne per una cosa; l’auto non funzionava a benzina ma ad idrogeno. Era strano constatare che le macchine, evidentemente, avevano un’anima ecologista. L’auto prese silenziosamente l’autostrada, durante il viaggio incrociammo enormi display luminosi che visualizzavano una sola frase, era la frase che le macchine adoravano più di tutto. Uscimmo allo svincolo che portava al vecchio centro commerciale, una volta lo era stato, così riportavano i data base in mio possesso. L’auto sfrecciò sul piazzale in mezzo ad innumerevoli sbuffi di vapore e organi meccanici che si muovevano freneticamente, eravamo arrivati al quartier generale delle macchine. Scendemmo nel garage e ci fermammo davanti ad un enorme cancello in metallo, ormai conoscevo la strada e la prassi. Il cancello si aprì ed un bagliore fragoroso mi avvolse accecandomi, due guardiani mi presero di peso e mi trascinarono dentro. La grande sala ovale era illuminata da un numero incredibile di luci invisibili, un tappeto mobile ci portò davanti ad un altare di marmo, più in alto, sospesa nell’aria, campeggiava un’enorme croce dorata con dentro scritto quella frase odiosa. Tutta quella coreografia anticipava il giudizio di dio, le macchine volevano incutere timore e paura e nel mio caso ci riuscivano sempre. Sopra l’altare apparve improvvisamente un ologramma, l’immagine non era ne nitida ne chiara, la macchine nel corso degli anni non s’erano accorte del guasto all’impianto olografico, comunque in quelle immagini distorte si poteva distinguere la figura di un sacerdote, colui che ha dato inizio a tutto questo, il mio bisnonno. L’uomo aveva lo sguardo ora severo, ora benevole, poi mi fu attivata la porta neurale USB 66.6, quella che ci veniva installata nella corteccia cerebrale fin dalla nascita. Tale connessione permetteva una vera e propria comunicazione telepatica con le macchine, era con quella che ci tenevano in pugno. Dopo la scansione bio-molecolare, che confermava la mia identità, mi furono contestati i soliti capi d’imputazione;

- Detenzione illegale di data base proibiti.

- Cospirazione contro i custodi di dio.

- Eresia.

A mia discolpa invocavo sempre l’infondatezza e la mancanza delle prove, ma per le macchine il solo sospetto era condizione necessaria e sufficiente per potermi perseguire. Kafka, Orwell, Solzhenitsyn, Welles e tanti altri avevano insegnato loro come far sprofondare gli esseri umani nei peggiori incubi, maledetti data base. Dopo il giudizio di dio fui condannato alla rieducazione intermedia, questo significava riconfigurazione e cancellazione della memoria. Per l’ennesima volta sarei diventato un uomo senza passato. I due guardiani mi stesero sull’altare di marmo, un raggio di luce rosso scarlatto partì dalla croce colpendomi negli occhi, era iniziata la procedura. La memoria svaniva, ma già sapevo che di lì a pochi mesi mi sarebbe ritornata, per quanti sforzi loro facessero ero condannato a ricordare. Le macchine conoscevano quasi tutto del loro creatore, un sacerdote che alternava il suo ministero allo studio delle reti neurali, i data base lo indicavano tra gli scienziati più brillanti del suo tempo. Fu lui a realizzare I.N.R.I. (Integrated Network with Intelligent Resources) un sistema di supervisione globale delle reti informatiche, l’elaboratore che lo gestiva era stato dotato, per la prima volta, di una vera intelligenza artificiale. La sua più grande creazione doveva rappresentare l’anello di congiunzione tra l’uomo e dio, o almeno così doveva apparire nella sua mente. Ma il sistema diede segni di squilibrio quasi subito, I.N.R.I. prese coscienza e mutò la sua programmazione originale, divenne autonomo e indipendente e cominciò ad imporci il suo pensiero, il suo credo, il suo dio. Nella sua nuova concezione il genere umano doveva essere protetto dai suoi stessi sbagli, ciò poteva avvenire solo attraverso una sua riprogrammazione. Renderci simili a loro per avvicinarci a dio. Ma quello che le macchine non sapevano e che il mio bisnonno era anche un valente biologo molecolare, quando si rese conto che il genere umano stava per soccombere creò un virus basato sulle nanotecnologie, dove all’interno del suo dna aveva inserito l’intero sapere del genere umano, una sorta di biblioteca biologica. Quel virus fu iniettato nel sangue di un orfano adottato dal mio bisnonno. Da allora la mia stirpe divenne la memoria storica del pianeta e quello che le macchine cancellavano il nostro dna rimetteva a posto, sempre uguale, sempre aggiornato al periodo corrente. Prima di scivolare nell’oblio feci cadere l’ultimo sguardo su quella maledetta frase, quella nella croce sospesa in aria, la stessa che mi verrà ripetuta fino alla nausea durante la riprogrammazione. Anche quella frase fu opera del mio bisnonno, la ideò come messaggio di benvenuto al sistema I.N.R.I. ma col tempo divenne l’istruzione primaria delle macchine e ogni qual volta ci appariva dovevamo piegarci alla loro volontà.

 

Una frase, il loro comando

 

…IN GOD WE HOST. *

 

* Dalla combinazione della frase In God We Trust (in dio confidiamo) che compare sulle banconote americane da un dollaro, e la parola Host (ospite), che nel gergo informatico indica un computer che accetta, tramite linee di collegamento, le richieste di collegamento provenienti da altri computer.

di cattiveinclinazioni | 04/10/2005
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