30/10/2005

Convenscion

Convenscion

 

I preparativi fervevano decisi e spietati ed io me ne tenevo alla larga, nell’aria aleggiava una strana eccitazione, di quella che ci hanno gli squali un attimo prima di piombare addosso alla preda inerme. Piero Angela dovrebbe venire un po’ da noi per i suoi documentari. Ormai c’eravamo, la convention incombeva su di noi, l’azienda aveva scelto Napoli per fare sfoggio della sua grandezza davanti ad una platea di sottoposti incattiviti a dovere, peggio di certi telepredicatori davanti al loro pubblico di invasati in cristo. Era previsto che anche alcuni del nostro ufficio partecipassero all’incontro, per questo fu organizzata una riffa computerizzata ed un portatile fu adibito allo scopo, doveva estrarre a sorte tre nomi da scegliere tra i nostri. La maggior parte dei colleghi vermi-spioni-bavosi avrebbe fatto scopare volentieri la propria madre o la propria moglie pur di avere quell’invito. Il giorno dell’estrazione mi defilai in fondo alla sala, in brutto presagio mi teneva sulle spine, ne ebbi la conferma quando il computer sputò il mio nome, ero ufficialmente invitato alla festa e non potevo rifiutare. Lo sguardo inferocito dei colleghi vermi-spioni-bavosi la diceva tutta sul loro stato d’animo, era svanito sotto i loro occhi la possibilità di leccare il potentato da vicino, ovviamente di ciò me ne fregavo altamente e al loro schifo ormai c’ero abituato, non restava che fare buon viso a cattivo gioco, ma qualcosa mi diceva che non tutto sarebbe andato per il verso giusto. Un altro fottuto presagio. Il capo mi chiamò nel suo ufficio, mi disse con malcelata invidia che dovevo presentarmi alle diciassette al palapartenope di Fuorigrotta, ribattezzato per l’occasione palaconvention, e che non meritavo quella fortuna sfacciata, poi tra le lacrime mi cacciò via dall’ufficio. L’unica nota positiva era che avevo il pomeriggio libero, per mandarmi alla convention m’avevano esonerato dal servizio, ovviamente retribuito, s’intende. Ne approfittai per mandare giù un boccone alla mensa aziendale. Quel posto non aveva niente di salutare ed io evitavo sempre di metterci piede, ma avevo poco tempo a disposizione e quindi non mi restava altra scelta. Andai in mensa e mi misi in fila insieme agli altri; presi cannelloni, peperoni ripieni e un litro di vino rosso, avevo voglia di infliggermi delle punizioni corporali e quello era il modo migliore per farmi del male, più tardi scoprii che non m’ero sbagliato. Al tavolo ero solo anche se avevo tutti gli occhi addosso, la notizia s’era sparsa velocemente così come la loro rabbia, quella cappa d’odio puzzava più del soffritto di carne tritata che faceva da ripieno ai cannelloni. Prima di andare via bevvi tutto il vino, era cattivo e sapeva di aceto, il mio stomaco cominciò subito a rumoreggiare. Scesi nel garage aziendale dove c’era la mia moto, ero alticcio e non riuscivo a trovarla e il mio barcollare non m’aiutava per niente nella sua ricerca, quello schifosissimo vino aveva fatto il suo effetto. Trovai la moto, indossai il casco e partii: destinazione palaconvention. Sulla tangenziale lo stomaco iniziò subito a dare cenni di cedimento, il ripieno dei cannelloni si stava battendo contro il ripieno dei peperoni in un duello senza esclusione di colpi, dal basso ventre partì improvviso un enorme rutto che imbrattò la visiera del casco di una sostanza appiccicosa color giallo senape, feci appena in tempo a fermarmi in una piazzola di sosta, a causa del rutto l’aria nel casco s’era fatta irrespirabile, stavo morendo asfissiato nei miei gas intestinali. Tolsi il casco immediatamente, il mondo mi girava attorno come una trottola impazzita, dallo stomaco ebbi un altro sussulto, avevo ancora il casco tra le mani, ci vomitai dentro riempendolo fino all’orlo con quello che restava del mio pranzo. Buttai via il casco e quella schifezza nel bidone dei rifiuti speciali. Quel contrattempo mi fece arrivare alla convention con più di un ora di ritardo. Ero stanco e ubriaco ma dovevo entrare, all’ingresso un drappello di body guard controllava gli accrediti, mi rimisi in sesto e m’avvicinai ad un bestione d’un metro e novanta per cento chili di peso, aveva la testa rasata e gli occhiali da sole d’ordinanza, sembrava mastro lindo in versione security.

 

- Salve! Mi chiamo Esposito, ho un accredito per la convention. -

- Mi dispiace ma tra gli accrediti non risulta nessun Esposito, però in elenco risulta uno Sposìto, e lei? -

- Guardi, ci deve essere un errore, l’accredito e per Esposito non per Sposìto. - Dissi infastidito.

- Allora mi dispiace, non può entrare. - Rispose il bestione indifferente.

 

Andai via incazzato come un bisonte, avevo bisogno di bere e perciò entrai in un bar frequentato da vecchietti attempati, comprai una bottiglia di stock 84 che stava lì da chissà quanto tempo e ne scolai la metà, poi infilai la bottiglia nella tasca interna della giacca, ora avevo abbastanza coraggio per sfidare quella bestia da soma e chiarire una volta per tutte qual’era il mio cognome. Tornai al palaconvention e mi piazzai di nuovo davanti al bestione.

 

- IO DEVO ENTRARE. – Dissi a muso duro.

- BENE! LEI SI CHIAMA? – Grugnì lui di rimbalzo.

- Beh…parliamone…veramente…e sia, mi chiamo Sposìto. –

Risposi sospirando, il coraggio s’era improvvisamente dissolto come neve al sole, maledetto alcool.

- Bene signor Sposìto, ora può entrare. –

 

Ero entrato ma mi vergognavo come un ladro, avevo permesso al body guard dell’ingresso di fregarmi e per la rabbia mi scolai l’altra metà di stock 84 che m’ero portato appresso. M’aggiravo tra gli stand ubriaco e rabbioso come un cane idrofobo, dovevo pisciare ma nella confusione generale non riuscivo a trovare il cesso. Durante il mio girovagare incontrai una mia vecchia conoscenza, la dottoressa brutta dell’ufficio del personale, quella del 21esimo piano, ne approfittò subito per chiedermi una sigaretta, io la presi a parolacce e la cacciai via. Intanto nell’auditorium il direttore generale W.RU aveva iniziato la sua relazione, era stato introdotto dal suo vice W.RU.RT che a sua volta era stato introdotto dal nostro direttore di filiale W.RU.RT/Sud. Seduti sul palco erano in tutto dodici, novelli apostoli del capitalismo nostrano che si passavano il microfono dominando la scena, in mezzo c’era il direttore generale, arrogante come un messia sceso tra comuni mortali a portare il suo verbo, una vera merda. Cominciai a chiedere a chiunque passasse dove fosse il cesso, ma nessuno si degnava di darmi una risposta, forse erano intimoriti dal mio aspetto. Nell’auditorium, in piena conferenza, m’assalì una clamorosa crisi di nervi:

 

- MA PORCA PUTTANA! DOVE CAZZO SI TROVA IL CESSO QUA DENTRO? –

 

Non ci potevo credere, avevo gridato un frase del genere davanti a tutto il gotha aziendale. Un silenzio siderale sferzò l’auditorium, tanto per cambiare avevo addosso tutti gli sguardi inviperiti dei presenti in sala. Dopo un attimo di esitazione W.RU scambiò alcune battute con il suo vice W.RU.RT, poi prese di nuovo la parola.

 

- Mi dicono che la toilette è in fondo alla sala di fronte all’uscita di emergenza, caro collega. – Disse con aria affabile.

- GRAZIE MILLE!...E MI SCUSI… - Risposi balbettando.

 

Arrivai al cesso in pieno collasso cardiocircolatorio, la stanza era gremita all’inverosimile ed io dovevo di nuovo vomitare.

 

- OK BRUTTI STRONZI, FUORI TUTTI! –

 

Feci in tempo a dire solo quelle parole, poi mi partì un enorme conato di vomito che finì proprio in mezzo alla stanza creandovi un piccolo lago maleodorante, per diluire quell’enorme pozzanghera di residui e succhi gastrici non trovai di meglio che pisciarci contro, un vero schifo. Uscii stravolto come non mai, ormai avevo toccato il fondo e perciò dovevo andarmene, ma mentre m’avviavo verso l’uscita W.RU. chiese al pubblico presente se c’era qualcuno che voleva intervenire facendo delle osservazioni, io andai verso il palco come in trance, quell’intervento doveva essere mio. Il direttore mi diede il microfono facendo una smorfia di dolore.

 

- Signor direttore, cari colleghi, la nostra azienda macina record ed utili da più di cinque anni, l’indebitamento diminuisce mentre la liquidità ha raggiunto risultati insperati. Gli altri competitor nazionali ed esteri non riescono a sostenere il grande sforzo organizzativo che la nostra azienda mette in campo tutti i giorni, il nostro titolo e tra i pochi a vantare performance sempre positive, con grande soddisfazione dei nostri azionisti. A fronte di ciò qualcuno può spiegarmi perché cazzo noi dipendenti dobbiamo essere trattati come topi di fogna, umiliati e mortificati da quei vermi-spioni-bavosi dei nostri capi il cui unico scopo e quello di scavalcare, prevaricare, distruggere, annientare gli ultimi brandelli di umanità che questa azienda ancora ci concede? Signor direttore, questa azienda darà ancora soddisfazione a chi ci investe ma le aspettative per chi ci vive sono pari a zero. Si liberi di quella lurida e putrida zavorra e vedrà che oltre ai riconoscimenti economici lei otterrà qualcosa di meno tangibile ma ugualmente soddisfacente. Lei ha la possibilità di guadagnarsi il mio rispetto e quello degli altri colleghi.

 

Buttai il microfono a terra e m’avviai definitivamente verso l’uscita, avevo già dimenticato le parole di quel discorso improvvisato ma sentivo d’avermi liberato la coscienza da un grosso peso. Di nuovo era scesa sull’auditorium un gelo irreale. Con quella sparata m’ero sicuramente giocato il posto da lavoro e già vedevo le mie palle poggiate sul ceppo di legno pronte per essere tagliate dal mio capo, ma tant’è la cosa era andata così, ora non restava che attraversare la platea senza badare alle facce minacciose dei colleghi seduti. Mi facevano gestacci di ogni tipo, loro, c’era chi mi mostrava il dito medio e chi mi malediceva ad alta voce, qualcuno con il pollice si segnò la gola da parte a parte, se avesse potuto sicuramente me l’avrebbe tagliata, la gola. Ma qualcosa di inaspettato interruppe quell’orgia di bestemmie, dietro di me qualcuno aveva cominciato ad applaudire, mi girai e lo vidi; era lui, il direttore generale che s’era alzato in piedi per applaudirmi, prima da solo, poi pian piano seguito dagli altri. Gli applausi stavano contagiato tutta la platea e quelli che fino a un secondo prima mi sputavano in faccia ora applaudivano sorridenti. Roba da non credere. Continuai a camminare senza più girarmi, una bizzarra standing ovation mi stava accompagnando all’uscita. Qualcuno da fuori mi aprì la porta, era il bestione della security, m’aveva anticipato di proposito.

 

- Buona serata signor ESPOSITO! Spero di rivederla al più presto. Disse l’omone sorridendo.

 

In cielo danzavano gli ultimi bagliori al tramonto, arrivai alla moto troppo scosso e ubriaco per mettermi sopra, perciò accesi una sigaretta e mi sedetti sul ciglio della strada a guardare le auto sfrecciare. Quel fotogramma di me seduto era chiaro e nitido come cristallo e per un istante ebbi la sensazione che la mia inquadratura si stesse allontanando in dissolvenza come un film arrivato ai titoli di coda.

di cattiveinclinazioni | 30/10/2005
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