08/01/2006

Pannoloni

Pannoloni

 

La maggior parte di voi ha portato i pannolini fino a cinque anni, quelli più restii fino ai dieci; io a trent’anni li porto ancora. Ovviamente porto i pannoloni da adulti, quelli che generalmente mettono i vecchi incontinenti con gravi problemi di enuresi, ma io non soffro di quella malattia. Quello che mi porto dietro è qualcosa di psicosomatico, potrei definirlo viscerale ma la battuta è fin troppo scontata. Sin da bambino ho ricevuto punizioni ed umiliazioni per questa mia predisposizione a farmela addosso di giorno e di notte e con gli anni mi ero quasi convinto di essere anormale. Gli psicologi presso cui i miei mi mandavano si prodigavano a scavare nella mia vita e nel mio animo, cercando cause e motivazioni, sfornando conclusioni e diagnosi tali da farmi sentire menomato. Nulla di meglio accadeva durante i ricoveri in ospedale: terapie farmacologiche, esami medici umilianti. Niente, continuavo sempre a farmela addosso. Alle elementari mia madre si confidò con una bidella sua amica della mia condizione, dopo mezz’ora mi guardavano tutti con l’aria schifata e dopo un’ora in classe mi chiamavano tutti pisciasotto, tranne uno. Michele era un bambino timido e introverso, tutto il contrario di me che ero aggressivo e indisponente, avevo sviluppato quel carattere per difendermi in mezzo a quel branco di alligatori. Lui soffriva di enuresi dalla nascita a causa di un’infezione viscerale cronica, era in cura da anni ma l’infezione non mollava, anche lui portava i pannoloni e credo che non fu il caso a metterci insieme nella stessa classe. Ci sedevamo negli ultimi banchi con il vuoto intorno a noi, la puzza di piscio che ci circondava allontanavano anche i topi che infestavano la scuola. Continuammo a stare insieme fino alla quinta elementare, poi Michele morì per le complicazioni dovute a quell’infezione, avevo dieci anni. La morte di Michele mi colpì profondamente, arrivai a pensare che quella fosse la punizione che dio infliggeva ai pisciasotto come me e che da un momento all’altro sarei morto anch’io, preso dallo sconforto e dalla paura smisi di pisciarmi addosso. Da allora la mia vita si svolse come quella degli altri ragazzi: sport, amici e ragazze non mi erano più negati ed io non mi sentivo più un anormale. Ma non mi sentivo nemmeno normale e quella sensazione me la portai dietro come un fuoco che covava sotto la cenere, avevo un malessere interiore, una infelicità di fondo che non riuscivo a scrollarmi da dosso. Capitò per caso durante una partita di calcetto, nel mezzo di un contrasto mi pisciai sotto, quella fu la prima tegola, il primo avvertimento. Avevo venticinque anni. Da allora cominciai a pisciarmi addosso sempre più di frequente; al lavoro; con gli amici; con la ragazza; il mio corpo stava regredendo e non controllavo più le mie funzioni corporali, a malincuore cominciai a mettere il pannolone. All’inizio fu tremendo, mi sembrava di essere tornato all’elementari e negli incubi vedevo mia madre ammonirmi mentre mi indicava la tomba di Michele. Poi accadde qualcosa di inaspettato, col tempo gli incubi svanirono come pure quel malessere dell’animo, pian piano cominciai a provare uno strano appagamento, un tranquillità interiore che mai avevo provato prima. Non c’erano dubbi, quei pannoloni avevano su di me un effetto salvifico e finalmente mi fu chiaro il perché, ormai quella coltre di nubi che mi ottenebrava il cervello s’era di colpo dissolta. Ero un incontinente psicosomatico. Da bambino per me i pannolini erano il calore; il benessere; la felicità; una carenza di affetto che surrogavo con quel effetto pacchetto, una sorta di camera gestazionale dove il liquido amniotico era sostituito dalla mia urina, un po’ come faceva Linus con la sua coperta. Tutto ciò mi fu sottratto anzitempo dall’ottusità e dall’insensibilità dei grandi, facendomi diventare un frustrato insicuro di ogni mia azione. Ora non potevano più rinchiudermi in freddi slip o boxer, ora avevo di nuovo il mio spazio vitale e per niente al mondo me ne sarei più liberato. Purtroppo la mia vita sociale andò perduta in breve tempo, la mia ragazza e gli amici mi abbandonarono e per non perdere il lavoro dovetti adottare degli accorgimenti: l’istinto di conservazione degli animali li mette sempre in condizione di sopravvivere in un ambiente ostile. Portavo sempre pantaloni di una o due taglie più grande mentre i pannoloni dovevano essere sottili e con grosse doti di assorbenza e silenziosità del materiale plastico, dopo vari tentativi trovai perfetti allo scopo i Linidor Abbraccio con polimeri assorbenti all'interno del fluff assorbente, non ingombravano e mi garantivano almeno tre ore di autonomia nel caso in cui avevo uno svuotamento completo della vescica, un vero portento. Per la puzza di piscio usavo le salviettine profumate della Chicco, rinfrescanti e con una piacevole fragranza muschiata. della Chicco, quelle all'cco, le quali interruppe un giorno sul web, durante una ricerca trMa la mia condizione di reietto della società si interruppe per caso un giorno. Giravo nudo per la casa con indosso solo i miei pannoloni quando mi venne in mente di fare una ricerca su internet su dei nuovi pannoloni di imminente uscita, durante la ricerca mi imbattei in un link che portava al sito di un ragazzo che aveva la mia stessa particolarità, fu l’illuminazione. Tramite lui conobbi un nuovo mondo fatto di tante persone che avevano in comune la stessa bizzarra necessità e che, come me, consideravano indossare un pannolone una cosa normale come un capo di vestiario qualsiasi con cui si poteva vivere benissimo. Non ci vergognavamo più dei nostri pannoloni bagnati. In un forum dei cosiddetti bedwetters conobbi Ornella, anche lei incontinente psicosomatica, e per uno strano caso di affinità elettive tra noi fu subito amore. Ora viviamo insieme in un piccolo appartamento in periferia, la palazzina non ha niente di particolare ma ha il pregio di trovarsi a pochi passi da una pharma-sanitaria e dal negozio della Chicco, e un posto più strategico di quello proprio non lo potevamo trovare.

di cattiveinclinazioni | 08/01/2006
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