29/01/2006

Storia di gatti e di allucinazioni

Storia di gatti e di allucinazioni


Stasera sto talmente male che sembro un cadavere, ho tutti i muscoli indolenziti e la testa che mi scoppia, per di più fuori c’è un gelo polare e piove a dirotto, anzi diluvia. Già, ci mancava solo ‘sto tempaccio per darmi il colpo di grazia. L’auto è in riserva da un bel po’ma non ho ne soldi ne tempo per poter fare benzina. Quando sei solo a casa con l’influenza che ti tormenta da quasi una settimana la prima cosa che ti viene a mancare è il cibo, poi le medicine e poi la forza di muoverti. Ecco, sono arrivato all’ultimo stadio, ho il frigo vuoto e neanche un’aspirina in casa, in pratica sto morendo di stenti. Per la mia ex moglie sono solo un idiota menefreghista e strafottente, uno sfigato lentigginoso e dai capelli rossi che non è capace di mantenersi uno straccio di lavoro, me le ha sempre rinfacciate ‘ste cose ma chissà perché scelgo sempre questi momenti per darle ragione. Forse dovevo ascoltarla, forse dovevo diventare più cinico e determinato come diceva lei, ma non sono così, non lo sono mai stato. L’ho chiamata prima di uscire, volevo farmele comprare da lei le medicine visto che sto veramente da schifo, volevo farmele portare a casa, ma al telefono non ha risposto. Ormai da un po’ di tempo lei non risponde più alle mie chiamate. Alla prima farmacia di turno mi fermo e spendo gli ultimi soldi tra antinfluenzali e antidolorifici poi ritorno verso casa con i crampi allo stomaco per la fame. Spero di sentirmi meglio domani così finalmente potrò uscire per cercarmi un lavoro e mantenermi. Il tergicristalli stenta a pulire il parabrezza dalla pioggia, in quest’auto tutto stenta a funzionare. L’illuminazione stradale è scarsa, quella della mia auto pure, guido quasi al buio, fortuna che ogni tanto la luce di un fulmine illumina la strada. Come al solito non c’è posto sotto casa, mi tocca parcheggiare lontano e mi tocca pure beccarmi ‘sta pioggia gelata. Mi trascino sul marciapiedi sperando di raggiungere casa al più presto, d’un tratto vedo due cani bastardi che puntano non so cosa, il più piccolo gli ringhia contro mentre il più grande lo tiene bloccato in un angolo, sono eccitati ‘sti cagnacci, lo si vede bene. Dal buio vedo spuntare due occhi splendenti come diamanti e minacciosi come lame di coltelli, appartengono ad un enorme gatto nero che d’improvviso esce dall’oscurità e salta addosso ai due cani. Il più grosso è preso alla sprovvista, cerca di difendersi ma il gattone nero gli affonda le unghia al collo e non lo molla, intanto il più piccolo con un balzo gli piomba sulla schiena azzannandogli le scapole. Il gatto sanguina sotto i morsi del cane piccolo, miagola dal dolore ma non molla l’altro che invano cerca di liberarsi. La caciara che ne vien fuori allarma tutto il vicinato, dalle case c’è chi si affaccia sfidando pioggia e freddo; qualcuno inveisce; qualcuno altro lancia oggetti contro gli attori di quella assurda rissa. In genere non intervengo mai in queste diatribe tipo cane-gatto, gatto-topo ecc. sono cose che vanno così, è la vita. D'altronde noi cosiddetti esseri umani non facciamo lo stesso ai nostri simili? Ma la vista di quel gatto che sta per capitolare mi rende nervoso e quindi decido di intervenire in suo favore. Il primo calcio è per il bastardello piccolo che molla le spalle del micio, poi è la volta del bastardone grande al quale rifilo un calcione tra le palle così forte che lo libera dalla presa del gatto. I due cagnacci si fermano un attimo per guardarmi, vorrebbero azzannarmi come hanno fatto con il micio, poi ci ripensano e s’allontanano zoppicando e abbaiando. Finalmente la calma è tornata in quell’angolo di strada, non c’è più niente da vedere e così gli spettatori rientrano nelle loro case. Il gatto è lì a terra riverso su un fianco, ora lo vedo bene, il gatto non è un gatto ma una gatta che miagola per il dolore e le sofferenze. In mezzo alle spalle ha uno squarcio che vomita sangue, il cagnaccio piccolo ha fatto un buon lavoro con le sue zanne. Mi avvicino alla gatta per aiutarla ma lei per tutta risposta mi allunga una zampata e mi graffia la mano. E’ ancora combattiva lei anche se è visibilmente debole, di sicuro con quella ferita non arriva a domani. Non so perché ma rimango ad aiutarla, forse dovrei fregarmene e lasciarla lì a terra a morire dissanguata ma non ne sono capace, è più forte di me. Anche di questo mia moglie si lamentava, diceva che mi occupavo sempre degli altri e mai a sufficienza di lei. Dopo un po’ la gatta, vuoi per la stanchezza, vuoi perché inizia a fidarsi, mi lascia fare. La prendo delicatamente e la appoggio sul braccio destro poi la copro con il giaccone per proteggerla dalla pioggia, il suo sangue cola da tutte le parti e mi imbratta gli abiti, la gatta mi guarda perplessa, glielo si legge in faccia che non s’aspetta questo aiuto, specialmente da un uomo. Chissà quante ne ha passate. Riesco finalmente ad arrivare al portone, ora inizio a tossire forte e sputo catarro e succhi gastrici in continuazione. Non so chi stia più male se io o la gatta. Citofono a Paolo il veterinario, lui non si rifiuta mai di aiutare un gatto specie se randagio e malandato. Prendo l’ascensore e la porto sopra, Paolo e fuori la porta che m’aspetta in pigiama, è assonnato, forse dormiva.

- Chi è questa gatta, cosa le è successo?

- Come fai a sapere che è una gatta, io ci ho messo mezz’ora per capirlo.

- Lo so e basta, chi l’ha ridotta così?

- Due cani bastardi l’hanno aggredita e ferita alla spalla, puoi aiutarla?

- Vediamo, ora portala dentro.

La portiamo in una stanzetta adibita ad infermeria, dentro ci sono un pappagallo con una zampetta fasciata e un coniglio con l’orecchio mozzato, si guardano in cagnesco loro, si direbbe che vogliano azzuffarsi, lo si vede bene. Ci degnano solo di un breve sguardo, poi tornano a lanciarsi occhiate di sfida dalle loro gabbie. Stasera sembra che tutti gli animali si odino tra loro. Paolo stende la gatta su un tavolo di metallo e dopo aver disinfettato la ferita inizia ad armeggiare con ago e filo. La stanchezza mi annebbia la vista, mi siedo su una poltroncina fuori al corridoio e chiudo gli occhi. Quando li riapro Paolo ha appena finito di ricucire la ferita.

- ‘Sta gatta non s’è lamentata nemmeno un po’ mentre la operavo.

- Già, ha qualcosa di inquietante, sembra di un altro mondo.

- Ha perso molto sangue ma ce la dovrebbe fare, è robusta lei. Ora portala giù da te e falla riposare, domattina me le riporti per un controllo.

- Senti Paolo…sai che non ho soldi per pagarti…

- Lo so, non preoccuparti. Guarda che neanche tu sei un granché a vedersi, sei di un pallore tremendo e quasi non ti si vedono più le lentiggini, perché non ti curi.

- Si lo so, ora torno a casa e prendo ‘ste medicine che ho comprato.

- Sembri affamato, perché non ti fermi a mangiare qualcosa.

- Ti ringrazio Paolo ma non è il caso, sono stanco e voglio andare a dormire, buonanotte Paolo.

- Notte Carmine, fammi sapere.

Stavolta non prendo l’ascensore, ho finito le monetine e per scendere prendo le scale. Sento lo stomaco che borbotta per la fame, avrei dovuto accettare l’invito di Paolo e mangiare qualcosa da lui, mi stupisce sempre più la mia mancanza di carattere. Casa mia è gelata come sempre ma il calore che la gatta emana da sotto il giaccone mi da uno strano senso di benessere, stare in contatto con lei sembra rianimarmi, ora non tossisco quasi più e il mal di testa è scomparso, anche la fame si è attenuata. Appoggio la gatta sul divanetto di fianco al mio letto, mi guarda in continuazione lei e non mi molla un attimo. Mentre mi spoglio sciolgo due aspirine in un bicchiere d’acqua, la gatta è sempre lì che mi fissa. Bevo l’acqua con le aspirine e m’infilo a letto stanco e dolorante, il bruciore del medicinale e come un pugno nello stomaco, l’acidità m’arriva alla gola ed esplode in un enorme rutto, il boato impaurisce la gatta che va a nascondersi sotto il letto. Spengo le luci, nel buio due diamanti scintillanti mi segnalano la posizione della gatta, e ritornata di nuovo sul divanetto. M’addormento quasi subito ma è un sonno agitato e pieno di incubi, sudo freddo sotto le lenzuola e non riesco a respirare. Mi sveglio che tremo come una foglia, guardo fuori ed è ancora notte fonda, mi rigiro al buio e non trovo gli occhi scintillanti della gatta, forse sta dormendo. E invece no, rivedo quei diamanti di ghiaccio sospesi a mezz’aria davanti al mio letto. L’angoscia e la paura mi paralizzano gli arti, a fatica faccio uscire da sotto le lenzuola una mano tremolante che va ad azionare un interruttore. La luce è violenta e mi acceca gli occhi. Riacquisto la vista e là dove c’erano due occhi fluorescenti ora ci sono due occhi neri e profondi incastrati nel viso d’una splendida femmina dalla pelle color pece, è nuda ad ha lunghi capelli lisci e corvini. Credo davvero d’essermi bevuto il cervello. La visione si anima e si avvicina al letto, è alta circa un metro e settanta ed ha seni grandi e turgidi, la bocca carnosa diffonde lussuria e desiderio in tutto l’ambiente ed io mi sento morire.

- Chi sei?

- Non preoccuparti, sono qui per curarti.

- Ti conosco?

- No, ma io si. Conosco tutti voi da innumerevoli anni, io. So chi siete come agite e cosa pensate.

- Allora sai anche che ho una paura fottuta.

- Si lo so, non aver paura io sto dalla tua parte.

- Beh…sarebbe la prima volta.

La visione allunga un braccio e poi un indice ricoperto da un unghia lunga e bellissima, sembra di madreperla. Entrambe si posano sulla mia bocca.

- Sssshhh…ora non parlare più, libera la tua mente e lascia che io entri in te.

La visione adagia il suo corpo d’ambra sopra di me, i suoi seni premono forte sul mio petto e sento la sua bocca muoversi intorno al mio collo, poi sulla mia bocca. Il suo odore penetrante sa di spezie e di incenso, non avevo mai sentito un odore così pungente ed inebriante, la mia mente immagina savane e deserti, foreste e mari, principio e fine, nascita e morte. Mi sciolgo pian piano, allargo le braccia per stringerla forte a me ma il suo grido di dolore mi blocca, il suo corpo s’irrigidisce mentre la bocca si apre mostrandomi enormi e preziosi canini fatti d’un avorio scintillante. Colto dallo spavento ritiro la mano dalla sua schiena, la guardo, è insanguinata. Prendo un po’ di coraggio e con l’altra mano le ispeziono le spalle, il mio tatto dice che c’è una grossa ferita all’altezza delle scapole. Ora il suo corpo è tornato a muoversi morbido e sinuoso sopra di me, sembra un enorme serpente nero che cerca di ghermire la sua preda ed io sono eccitato come non mai. Le sue gambe si allargano, il ventre si apre ed io le entro dentro con tutto il mio essere. Andiamo avanti così tutta la notte tra orgasmi e spasmi di dolore e godimento. Alle prime luci dell’alba m’addormento esausto, il mio è un sonno che non avevo mai provato prima, un sonno profondo e ancestrale, un sonno che attraversa i millenni, oltrepassa le ere e mi riporta qui. Mi sveglio che è pomeriggio, la visione di colore non c’è più e neanche la gatta nera, le cerco per tutta la casa ma non le trovo. Stranamente mi tornano in mente quelle storie che leggevo da ragazzo e di cui ero appassionato, quei racconti parlavano dei misteri e della mitologia dei gatti, di gatti che nell’antico Egitto proteggevano i faraoni da nemici e malattie e di gatti che nel medioevo, al tempo delle streghe, assumevano la forma di uomini, donne e diavoli. Chissà perché mi sono ritornate in mente quelle immagini. Mi sento di un bene divino, non ho più dolori e la forza mi è ritornata, anche il mio colorito rossiccio è tornato e le lentiggini ora si vedono chiaramente. Esco finalmente a cercarmi un lavoro. La serata è tranquilla, in strada ci sono poche persone e nelle case le famiglie iniziano a riunirsi, passo sotto i loro balconi aperti e sento le chiacchiere, i rimproveri, i litigi. Io mi accendo una sigaretta. Un piccolo bastardello di cane mi segue, forse cerca un padrone, forse solo un po’ di compagnia. Da quella notte son passati sette mesi buoni, nel frattempo ho trovato lavoro come magazziniere in un negozio di ricambi auto, lo stipendio non è granché ma mi permette di arrivare a fine mese. Eppure ripenso ancora a quella notte, alla gatta, a lei, non so dire se di loro m’è rimasto un ricordo o un sogno, me lo sto ancora chiedendo. Il cagnolino d’un tratto si ferma e si mette a ringhiare poi si volta e scappa via, ho uno strano presentimento, mi giro anch’io e stesa su un muretto trovo lei, la gatta nera. La gatta non è sola, con la lingua sta lavando un cucciolo di micio. Che strano, il gattino ha il pelo rosso e il musetto pieno di lentiggini, effettivamente come gatto fa veramente schifo. La gatta smette di lavare il piccolo e miagola qualcosa, io m’avvicino come rapito dal canto di una sirena poi prendo lei e il gattino e li porto via. In fin dei conti il ricordo è ancora vivo, mi è entrata nel sangue lei, peggio di una malattia. Cosa sia accaduto quella notte io ancora non so dirlo, se sono stato vittima di un evento misterioso e soprannaturale o semplicemente di un’allucinazione dovuto alla febbre. Ma di una cosa sono sicuro;

nel dubbio non lascio la mia prole in giro per il mondo.

di cattiveinclinazioni | 29/01/2006
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