C’era sempre un via vai esagerato quando Barbara, il più bel transessuale di Napoli, scendeva per andare a battere a piazza Principe Umberto, di quella piazza ne era la regina incontrastata e il suo trono si trovava tra l’edicola e la caffetteria. Barbara batteva solo il martedì e il venerdì, dalle otto di sera fino alle due di notte. Lei non era come gli altri femminielli che dovevano farsi il culo tutti i giorni in strada fino alle cinque del mattino, con il freddo e con la pioggia. Lei riceveva a casa sua e solo per appuntamento, il grosso delle marchette le faceva così. Ma Barbara a trentatre anni suonati era diventata anche nostalgica, si lasciava liberi due giorni alla settimana per andare a trovare le altre in piazza; diceva che le ricordava tanto gli inizi ma in questo modo non perdeva di vista i suoi vecchi clienti. Salvatore era uno sbarbatello di sedici anni che lavorava come garzone nella caffetteria vicino l’edicola. Era stato assunto da appena due mesi ma erano bastati per farlo diventare la mascotte di tutti i femminielli della zona, quando usciva dalla caffetteria con il vassoio pieno di bevande da portare negli uffici della zona, loro entravano subito in subbuglio. Non c’era uno che non sbavava per quei capelli lisci e neri come la pece, la faccia fresca e pulita e il profilo netto e lineare da attore bambino. Salvatore staccava alle otto proprio quando Barbara scendeva in piazza, spesso la incontrava e quando la incrociava abbassava lo sguardo un po’ per pudore e un po’impaurito dalla sua bellezza; perché Barbara era bella davvero ma di una bellezza androgina che poche persone si potevano permettere. Tutti la paragonavano a Monica Bellucci per bellezza, mentre per il fisico trovavano la somiglianza in Raul Bova, tranne per le tette e il culo esagerato opera di un famoso chirurgo plastico napoletano, anche lui suo cliente. Barbara era più di una donna, era la donna impossibile, quella che nessuna poteva eguagliare in bellezza. Ma come per molti femminielli anche lei conservava ancora il cazzo tra le gambe, diceva che non poteva separarsi dalla sua unica fonte di piacere, e visto che ce l’aveva lungo quasi trenta centimetri, qualche volta lo usava come attrezzo di lavoro per i clienti più esigenti. Salvatore s’era preso segretamente una cotta per lei, ma cercava di soffocare quel sentimento in tutti i modi, non poteva ammettere d’essersi innamorato di un transessuale, specialmente ora che s’era fidanza in casa con Carmela, la sua ragazza da quasi tre anni. Ma ormai le nottate passate a sognarla non si contavano più, così come le seghe che si sparava dopo per sfogarsi. Le cose andarono avanti così per parecchi mesi, il martedì e il venerdì Salvatore usciva alle otto in punto e trovava Barbara al suo posto attorniata da uomini smaniosi e arrapati, guardava quella bolgia azzuffarsi per lei con rabbia e schifo. Ma nelle ultime settimane, più di una volta l’aveva vista comportarsi in modo insolito. Spesso in quel marasma generale Barbara si estraniava da tutte quelle persone, poi, come se lo avvertisse, si girava verso di lui guardandolo con occhi con di fuoco. Quegli sguardi erano così violenti che Salvatore non riusciva a sostenerli, doveva abbassare lo sguardo e andarsene via. Tutto precipitò una sera di primavera, Salvatore aveva staccato in anticipo e stava andando a prendere l’autobus, quando da una traversa laterale gli si parò davanti Barbara in tutto lo splendore del suo metro e novanta, indossava tacchi a spillo vertiginosi e un abito griffato di rara fattura, si trattava bene lei, si vedeva bene. Salvatore rimase immobile come una statua, voleva dirle qualcosa ma quando si decise Barbara lo superò lasciandolo sul posto. Di lei rimase solo la scia del suo profumo, una fragranza implacabile che mai aveva sentito prima. Fu in quel momento che Salvatore si decise. Barbara quella sera doveva essere sua. Aveva in tasca ancora una parte dello stipendio e cento euro sarebbero bastati per una marchetta fatta bene. La seguì a debita distanza fino a un portone fatiscente di via Milano, lei sparì dietro il grosso cancello di ferro. Salvatore si avvicinò al portone e lo trovò socchiuso, vi entrò giusto in tempo per sentire il rumore dei tacchi a spillo fermarsi al primo piano. Al primo piano c’erano tre porte senza nome, non fu difficile per lui capire quale era casa sua, era quella con la plafoniera rossa sopra la porta. La luce era spenta, segno inequivocabile che non c’era nessuno con lei. Subito dopo la sua attenzione fu rapita da una grossa acquasantiera in marmo che stava sotto il campanello, era piena di acqua e forse era anche benedetta. Salvatore vi bagnò le dita e si fece il segno della croce poi tirò un grosso respiro e bussò. Passarono alcuni istanti eterni poi si sentirono le serrature sbloccarsi e la porta aprirsi. La porta si aprì di poco per via della catenella, in quello spazio buio apparvero due tizzoni ardenti, erano i suoi occhi di fuoco.
- Che vuoi? Disse Barbara sensuale.
- Voglio stare con te. Rispose Salvatore balbettando.
La porta si chiuse per riaprirsi subito dopo. Barbara apparve sull’uscio con addosso una vestaglina trasparente che lasciava intravedere un completino intimo nero finemente lavorato, il perizoma e il corpetto trattenevano a stento delle tette e un culo maestoso. A Salvatore gli venne l’acquolina in bocca e il cazzo duro. Barbara gli fece spazio e lo fece entrare, la stanza era grande e disadorna e puzzava di chiuso, al centro c’era un letto matrimoniale con due comodini, intorno qualche specchio strategicamente piazzato e di fronte un tavolo per quattro con dei mobili, altre due porte davano al bagno e alla cucina.
- Ma io ti conosco, tu sei il guaglione della caffetteria di piazza Principe Umberto. Disse Barbara maliziosa.
- Si sono io, ma prima di iniziare volevo chiederti quanto ti prendi. Chiese Salvatore imbarazzato.
- Non ti preoccupare non c’è fretta, spogliati e mettiti comodo. Fece lei sorniona.
Barbara, sdraiata sul letto, guardava Salvatore spogliarsi come un imbranato, quando fu nudo si alzò di scatto e gli si avvicinò felina, lei lo soverchiava di almeno dieci centimetri. Il fisico di Salvatore era acerbo e mancava di quella consistenza tipica degli adulti, ma il suo cazzo era grosso e lungo come un uomo ed era eccitato da morire.
- Ma adesso mi dici quando ti prendi? Chiese ancora una volta Salvatore.
- Stasera non lo prendo, stasera sono io che lo DO!! Disse lei con voce allucinata.
E dalla sua gamba lunga e flessuosa partì una ginocchiata che colpì Salvatore alla bocca dello stomaco facendolo piegare in due, poi prese la statuina della madonna che stava sul comodino e lo colpì alla nuca stordendolo. Salvatore rinvenne sul letto a pancia in giù, aveva le vertigini e la stanza gli danzava intorno come un derviscio, ma c’era dell’altro. Si sentiva le grosse e pesanti tette di Barbara premergli sulla schiena e un dolore lancinante al culo, come se un pugnale gli stesse sventrando il colon. Era Barbara che lo stava sodomizzando a dovere col suo enorme cazzo. Salvatore cercava di dimenarsi ma non ne aveva la forza, la botta in testa l’aveva indebolito. Barbara gli ansimava sul collo il suo alito pesante, un alito che puzzava di alcool e sperma, gli prese la testa per i capelli e gliela tirò via dal cuscino, poi cominciò a sussurrargli qualcosa nell’orecchio. La voce aveva perso tutta la sua femminilità rivelandone la sua vera natura. Quella di un uomo violento con la voce roca e ruvida:
- Ma lo sai da quanto tempo aspetto questo momento? Sono mesi che sbavo per te e ora finalmente sei mio, ora mi appartieni per sempre.
Barbara gli venne dietro in un orgasmo bestiale poi scivolò al suo fianco esausta. A Salvatore le forze stavano ritornando pian piano; si alzo tremolante, prese i vestiti e usci fuori lasciandosi la porta aperta dietro di se. Mentre si rivestiva in mezzo alle scale sentii Barbara gridare qualcosa da dentro casa:
- Tu ritornerai perché sei mio, ora anche tu lo vuoi.
Fuori al portone si rese conto che perdeva sangue e sperma dal culo, riuscì a tamponare lo sfintere con un fazzoletto. Il dolore si faceva insopportabile quando camminava ma era tardi e doveva ritornare a casa. Ci arrivò a notte fonda, entrò e non diede spiegazioni a nessuno. Si chiuse nel bagno, si spogliò e buttò tutti gli abiti dalla finestra, poi riempì la vasca di acqua calda e vi si immerse.
E infine pianse,
in silenzio
un pianto leggero
da bambino
a cui avevano strappato via la sua innocenza
ed era stato un orco
un orco travestito da angelo.
Il giorno dopo Salvatore arrivò puntuale al lavoro come sempre, mise in ordine e preparò il banco per i clienti. Alle dieci doveva uscire per portare le bevande negli uffici, con calma indossò il berretto viola e il grembiule blu dove aveva fatto scivolare nella tasca un tritaghiaccio appuntito, poi prese il vassoio stracolmo di bibite e uscì in strada: direzione via Milano, la casa di Barbara. Arrivò davanti al portone e lo trovò di nuovo socchiuso, entrò e salì al primo piano. La plafoniera rossa era accesa, questo significava che era con un cliente. Salvatore continuò a salire sedendosi sui gradini del secondo piano, da li poteva vedere la sua porta senza essere visto. Le cose andavano per le lunghe e il tizio non si sbrigava ad uscire, nell’attesa Salvatore bevve tutti i caffé che c’erano nel vassoio, poi la luce si spense. Dalla porta uscì un grassone sulla cinquantina basso e pelato, mentre scendeva si sistemò la patta dei pantaloni e accese una sigaretta light. Il momento era arrivato e doveva fare in fretta, qualche altro cliente poteva arrivare da un momento all’altro. Salvatore tremava mentre estraeva il tritaghiaccio dalla tasca, la mano gli pesava come un macigno. La porta era socchiusa con la catenella, con un calcio la ruppe e spalancò la porta. Barbara era lì, stesa sul letto come una venere, una dea depravata e lasciva che attraeva chiunque le fosse capitato a tiro. Salvatore questo lo sapeva e perciò doveva finirla in fretta. Ma il sole che filtrava dalle tende la circondavano di una sinistra aureola, la sua pelle aveva preso la consistenza dell’oro e diffondeva nell’ambiente una luce ipnotica. Barbara non fu sorpresa nel vederlo, sembrava quasi l’aspettasse.
- Sapevo che saresti tornato, ora non mi lascerai mai più. Disse lei radiosa più che mai.
Salvatore sull’uscio esitava, aveva la morte in mano e il cuore in fiamme, poi si decise. Lentamente e a piccoli passi s’avvicinò al grande letto, ora la mano non gli pesava più come prima, adesso se la sentiva libera e leggera.
Aveva lasciato il tritaghiaccio nell’acquasantiera.