Mass Market Strategy v3.0
ovvero: ho messo una bomba nell'albergo e non sono pentito
L’autunno da noi in azienda significava caccia alle streghe e desideri di vendetta, un eccesso di protagonismo s’impossessava dei vertici aziendali portandoli sull’orlo della follia. Venivano attivati tutta una serie di eventi perlopiù punitivi, tra questi il più odioso era il Mass Market Strategy, da noi storpiato in M&M’s come i confetti al cioccolato. L’M&M’s era una tre giorni di full immersion in un albergo isolato in provincia di Bergamo. Nella piccola sala convegno i partecipanti venivano sottoposti dai tutor a incessanti simulazioni di vendita nelle più disparate situazione, quelli più deboli venivano maltrattati e presi a parolacce e spesso qualcuno veniva colto da irrefrenabili crisi di pianto oppure sveniva. All’M&M’s in genere venivano mandati i nuovi assunti e i dipendenti troppo strafottenti e non allineati, praticamente il mio ritratto. Da quando era stato istituito lo stage io figuravo sempre in cima alla lista, ma in un modo o nell’altro me l’ero sempre scampata. Il primo anno riuscì a dare forfait dandomi ammalato, il secondo anno feci cambio con un collega smanioso di farsi notare, ora eravamo arrivati alla versione 3.0 e in azienda non avrebbero accettato più scuse. L’ordine arrivò con la solita mail anonima, dovevo presentarmi al Mass Market Strategy v.3.0 e già qualcuno ne parlava come della più infame delle edizioni finora presentate. Chiamai la dottoressa del 21esimo, quella dell’ufficio del personale, le chiesi chiarimenti in merito, mi rispose che era tutto confermato e che non potevo farci niente, poi mi pregò di portarle delle sigarette su nel suo ufficio, la mandai gentilmente a fare in culo e riattaccai. Per mandarci lì l’azienda aveva noleggiato un bus granturismo, volevano essere sicuri che ci arrivassimo tutti insieme. L’appuntamento era di venerdì mattina, dovevamo incontrarci fuori al piazzale dell’azienda alle sei in punto; mi presentai alle sette. L’autista mi accolse ringhiando, a lui si aggiunsero i soliti colleghi spioni-bavosi-infami,
- Scommetto che lei è Sposìto, lo sa che è in ritardo? – disse l’autista.
- Sono in ritardo e me ne fotto! E se mi chiami un’altra volta Sposìto ti passo con il bus sopra lo stomaco. Mi chiamo Esposito, io, è chiaro! –
Salimmo a bordo e partimmo. L’autista ci disse che eravamo diretti all’albergo Molinette di Piazzolo di Bergamo, un agonia di quasi mille chilometri. I nuovi assunti li riconoscevi per il taglio sartoriale dei vestiti e dallo sguardo ebete tipo unto del signore, quelli non sapevano proprio a cosa andassero incontro, la maggior parte di loro sarebbe crollata il primo giorno di corso, il resto al secondo giorno. Le mele marce, invece, li riconoscevi dagli abiti lisi che indossavano: erano sempre troppo larghi o troppo stretti. Altro particolare di riconoscimento era il vuoto che si creava intorno a loro, erano come degli appestati, dei reietti, non esseri umani ma feccia maleodorante a malapena sopportata. Comunque quella condizione portava anche dei vantaggi, nel bus avevo un sacco di poltroncine libere attorno a me e così potevo scoreggiare senza ritegno. Arrivammo in albergo alle otto di sera, tredici ore di viaggio con solo due soste: una per pisciare e l’altra per mangiare. All’autista augurai un bel incidente mortale nel viaggio di ritorno. Subito dopo arrivò un altro bus, erano quelli della filiale milanese anche loro venuti per il corso. Dal bus scesero ragazze in tailleur griffati e uomini in gessati firmati, tranne una. Avevo già sentito parlare di una collega milanese indisciplinata e rompicoglioni, un vero pugno nell’occhio per i suoi capi, ma pensavo fosse solo una leggenda metropolitana, di quelle fatte apposta per spaventare gli impiegati delle altre filiali. E invece no! Era là di fronte a me che fumava e masticava selvaggiamente una gomma da masticare, si vedeva bene che aveva l’inferno in corpo. Sotto la minigonna jeans indossava dei tacchi a spillo vertiginosi mentre la magliettina rosa scopriva il piercing che portava all’ombelico, davvero una mosca bianca in mezzo a tutto quel grigio e blu. Non potevo che innamorarmene subito. Ora ne avevo le prove, non ero il solo disadattato in mezzo a quelle bestie da soma e forse c’era ancora speranza per il mondo libero. Io e lei eravamo come dei novelli Adamo ed Eva in attesa di creare una stirpe di uomini e donne senza catene, due anticorpi in un organismo malato pronti per curarlo e guarirlo, aspettavamo solo di riprodurci e diffonderci come un virus. M’abbassai per prendere la valigia e quando mi girai me la trovai a un palmo di naso; era bella e sfacciata.
- Ciao sono Marta! Fatti un po’ vedere: giacca marrone da far schifo, jeans consumati, scarpette da ginnastica, devi essere per forza quello di Napoli, tu sei Sposìto, vero? –
- Ascoltami bene! Adesso ti piglio a…-
- Fermo! Stavo scherzando, lo so che ti chiami Esposito, l’ho fatto per farti incazzare un po’. Io vado a sistemarmi nella stanza, t’aspetto nel ristorante di questa topaia per la cena.-
Istintivamente cercai di capire dove fosse la chiesa del paese, prima di andare via l’avrei sicuramente ingravidata e costretta a sposarmi. Presi la chiave e salii nella stanza, gli altri s’erano tutti accoppiati in camere doppie, io avevo la mia camera singola. Al ristorante ritrovai le stesse coppie sedute ai tavoli, praticamente s’erano fidanzati tra di loro. Solo a un tavolo c’era rimasto un posto libero, era quello di Marta e mi stava aspettando. Cenammo tra lo schifo dei presenti ma ce ne fregammo altamente, eravamo stati vaccinati noi, tanto tempo fa. Quella sera finimmo nel suo letto e facemmo l’amore tutta la notte, le nostre grida si sentirono in tutto l’albergo e m’immaginavo le facce dei colleghi vermi-spinoni-bavosi torcersi dalla rabbia, potevo quasi sentirne il fegato scoppiare. Comunque me l’ero cercata e sicuramente m’avrebbero fatto pagare quella scopata in modo o nell’altro. La mattina tornai nella mia stanza ma qualcosa non andava. La porta era stata imbrattata di merda e di piscio e alcuni fogli di carta A4 erano stati inchiodati ad altezza d’uomo, c’erano scritte minacce e bestemmie perlopiù in dialetto bergamasco. Evidentemente senza saperlo m’ero fatto degli amici anche tra i locali. Feci presente l’accaduto al portiere ma lui incolpò me della cosa, disse che ero ubriaco e che avevo organizzato quella messinscena per gettare fango e discredito sui rispettabilissimi padani di Bergamo; quel figlio d’un cane. Mi cambiai e scesi nella sala conferenza per il corso ma ero inferocito come un cane idrofobo, quell’azione richiedeva una reazione e la rappresaglia sarebbe stata spietata. Avevo già le idee chiare sul da farsi, avrei fatto saltare l’albergo in aria e per farlo mi occorreva una bomba. Ma niente esplosivo o roba del genere, troppo cruento e stupido, ci voleva qualcosa di sottile e potente, qualcosa che avrebbe lasciato rovine e macerie nell’animo di chi fosse stato colpito. Dissi al tutor che m’assentavo perché mi sentivo male e mentre lui mi apostrofava in malo modo davanti ai colleghi io gli fregai la pen drive usb che aveva sulla scrivania, quella con il suo nome scritto sopra, poi uscii verso il centro del paese. Riuscì a trovare un internet cafè, entrai e mi sedetti a un terminale. Dal web scaricai una versione di ‘O sole mio cantata da Mario Merola e la trasferii nella pen drive, poi ritornai in albergo. Prima di salire nella stanza diedi un occhiata alla reception e all’ufficio del direttore, quel sopralluogo mi sarebbe servito più tardi. Scesi per la cena in ritardo, nel ristorante ormai vuoto era rimasta solo Marta ad aspettarmi:
- Ma dove sei andato a finire? Stamattina sei sparito senza lasciar traccia. –
- Niente di importante, avevo da fare una cosetta. -
- Beh, di che si tratta? -
- Domani lo saprai. –
Finimmo di mangiare poi con una scusa tornai nella mia stanza e mi stesi sul letto. Misi la sveglia alle quattro del mattino, l’ora migliore per compiere la strage. All’ora stabilita mi svegliai come da programma, presi la pen drive e senza far rumore scesi le scale fino all’ingresso. Il portiere di notte ovviamente stava dormendo su una brandina, l’ufficio del direttore era aperto. Ci entrai furtivo come un gatto e chiusi la porta dietro di me senza far rumore. Il computer era connesso a internet sul sito bocchebollenti.com, sul monitor campeggiava una bionda impalata da un enorme cazzo; evidentemente il portiere aveva bisogno di tirarsi una sega prima di andare a dormire. Presi la pen drive e la collegai ad una porta usb poi scaricai il brano sul desktop, aprii il brano col windows media player e ne bloccai la riproduzione con il pause. L’albergo aveva un interfono per le comunicazioni di servizio con casse acustiche collegate a tutti i piani, accesi l’amplificatore ed avvicinai il microfono alle casse del computer. Adesso era tutto pronto, mancavano solo le chiavi dell’ufficio, le trovai appese dietro la porta: un classico. Mentalmente cercai di quantizzare i tempi ma ci rinunciai quasi subito, avevo bisogno solo di gambe veloci per la fuga. Tolsi il pause al brano e gli misi il loop poi chiusi la porta con due mandate e corsi a più non posso per le scale, le note di ‘O sole mio già fendevano l’aria quando bussai alla porta di Marta.
- Marta cazzo! Apri la porta! –
- Ma che ci fai qui a quest’ora, e cos’è questa musica?-
- Non ti preoccupare è tutto a posto, dai mettiamoci a letto che ho voglia di scopare. –
Ci mettemmo nel letto e cominciammo a fare l’amore, le note della canzone avevano svegliato tutti e dalla reception salivano urla e le bestemmie sia in bergamasco che in napoletano, la cosa andò avanti per un dieci minuti buoni duranti i quali scopai Marta con una energia mai conosciuta, quando sfondarono la porta per spegnere il computer, io venni col più bel orgasmo mai avuto in vita mia. La mattina seguente dovemmo interrompere lo stage e fare velocemente le valigie, il direttore trovò innestata nel computer la pen drive con il nome del tutor e lo incolpò di quel casino, così fummo mandati via e quando tornai a Napoli seppi che il legale dell’albergo aveva citato l’azienda per danni. Purtroppo non ingravidai Marta e non la portai all’altare, anche perché ce l’aveva già portata qualcun altro, prima di salire sul bus mi fece vedere la foto del marito e della bambina di cinque anni, poi ci lasciammo con la promessa di vederci al prossimo stage. Quando tornai in azienda andai dal mio capo e mi offrì volontario per il Mass Market Strategy v.4.0, quello dell’anno venturo.