Memorie di una mente depravata
Prologo
Io non credo che un attimo prima morire scorra davanti agli occhi la propria vita all’incontrario, un po’come l’autoreverse di una videocassetta, credo piuttosto che passino solo le scene più importanti, quelle che hanno influito e determinato le scelte di quella persona, nel bene e nel male. Ma quasi sempre sono le cattive scelte quelle che si ricordano, o almeno è quello che penso.
Prima volta
Raffaele era il terrore della vesuviana, faceva finta di aspettare il treno per Napoli sul binario uno mentre con la coda dell’occhio guardava chi entrava nei cessi, se qualcuno gli piaceva lo seguiva dentro per cercare di farselo. Noi lo chiamavamo Raféle pettine per via di un pettine d’osso con i denti rotti che si portava dietro e con cui si pettinava continuamente i pochi capelli che gli erano rimasti. Raffaele era la checca più vecchia e conosciuta del quartiere, aveva una cinquantina d’anni e lavorava al comune di S. Giovanni a Teduccio come commesso, lo trovavi dietro lo sportello dei moduli con la barba perennemente ispida e gli occhiali tenuti insieme con lo scotch, le grandi lenti spesse gli deformavano la faccia facendolo assomigliare ad un alieno dei film di fantascienza. Alle due e mezza del pomeriggio staccava dal lavoro e a bordo della sua A112 grigio metallizzato correva alla stazione della vesuviana giusto in tempo per vederci uscire dalla scuola media che stava li vicino. Alle tre la stazione pullulava di ragazzetti e ragazzette ansiosi di prendere il treno e di ritornare a casa, Raffaele in quel marasma generale trovava sempre qualche studentello in cerca di nuove emozioni e in un modo o nell’altro riusciva sempre a farsene uno. Erano gli ultimi giorni di scuola del mio primo anno alle medie, molti ragazzi s’erano già ritirati, chi per andare in vacanza e chi perché ne aveva abbastanza, ormai sul binario uno della vesuviana eravamo rimasti in pochi a prendere quel treno. Dovevo andare al cesso per pisciare ma prima volevo accertarmi che Raffaele non fosse in giro, dopo un rapido giro di perlustrazione m’accorsi che non era nella stazione e la cosa mi meravigliò molto, chissà, forse era andato anche lui in vacanza, pensai. Ma di lui non mi fidavo e perciò chiesi a Michele, il mio compagno di banco, di fare la guardia fuori al cesso casomai Raffaele si fosse fatto vivo. Entrai e mi abbandonai ad una grande pisciata liberatoria sull’orinatoio a muro. Improvvisamente dietro di me la porta di un bagno si aprì e al mio fianco mi apparve Raffaele in tutto il suo sudicio squallore, quel bastardo si trovava già dentro il cesso. Feci appena in tempo a vedere i suoi occhi iniettati di sangue quando con un mano mi prese per la gola e con l’altra mi prese l’uccello, mi sbatté a forza sul muro vicino al lavabo poi si abbassò e mise il cazzo in bocca che stavo ancora pisciando. Con una tecnica tutta sua mi teneva bloccato al muro per il collo mentre mi succhiava l’uccello come una ventosa. Mi dimenavo come una anguilla impazzita cercando di liberarmi da quella strana presa quando inaspettatamente il cazzo mi si drizzò. Non ero preparato a quell’erezione e cominciai a sentirmi un verme per averlo drizzato nella lurida bocca di quel vecchio schifoso, pederasta e rotto in culo, perciò iniziai a tempestarlo di sberle, sputi e cazzotti in testa, ma la sua lingua aveva la maestria di mille puttane e si muoveva più sinuosa di un serpente, così mio malgrado gli venni in bocca in un enorme sborrata. Mi lasciò lì a terrà sfinito e stravolto con il cazzo di fuori, dalla borsa a tracolla che si portava sempre dietro tirò fuori dei fresh&clean per pulirsi la bocca, poi prese il pettine d’osso e s’aggiustò i capelli allo specchio fischiettando come un’allodola. Prima di uscire Raffaele mi lanciò un occhiolino e cinquemila lire come ringraziamento per la sveltina. Era il 1975, quell’anno Valenzi diventò sindaco di Napoli mentre gli azzurri arrivarono secondi dietro
Seconda volta
M’ero diplomato, ritirato da ingegneria e fatto il militare in soli tre anni, un altro annetto di cazzeggio mi servì come assestamento poi, senza volerlo veramente, trovai lavoro in un centro di assistenza per computer al Centro Direzionale di Napoli. Il mio lavoro consisteva nel riparare i computer mentre per la vendita c’era Loredana, quella che poi diventò la mia ragazza. In laboratorio ci stavo poco ed ero sempre in giro con la macchina aziendale presso qualche ufficio di banca o di assicurazione, con loro avevamo un contratto di manutenzione e a quei tempi erano in pochi a avevamo un contratto di manutenzionerli e bastava niente sempre in giro con la macchiona aziendalesaper usare veramente i computer, alla maggior parte bastava un niente per gettarli nel panico. Il sesso con Loredana non era una gran cosa, lei era bella e mi voleva bene, ma mentre la scopavo le mie sensazioni si appannavano e i miei orgasmi si facevano miseri, come se durante l’atto sessuale mancasse un qualcosa che desse un completo sfogo alla mia bestialità, qualcosa di indefinibile ma terribilmente tangibile. Prendevo sempre la tangenziale quando tornavo dai clienti fuori zona e generalmente uscivo allo svincolo di S. Giovanni a Teduccio. Lo svincolo si affacciava su una strada a scorrimento veloce dove le puttane, perlopiù polacche, la facevano da padrone. Non avevo mai avuto passione per le puttane ma una sera ne incrociai una con lo sguardo, era una biondina esile e dai lineamenti delicati, sicuramente slava, quel quadro immacolato scatenò in me una innaturale voglia di possederla. Contrattai il prezzo e ci appartammo tra le erbacce in mezzo ai pilastri della tangenziale, le auto sopra di noi sfrecciavano veloci e i fari illuminavano a tratti le nostre facce. La bionda si stese su un materasso lercio e lacerato, tirò su la gonna e divaricò le gambe, era senza mutande e con l’indice mi fece segno di ficcarglielo dentro. Pompavo e ansimavo, sudavo e bestemmiavo, ma niente, non riuscivo a venire, un velo invisibile mi bloccava peggio che con Loredana. Andai avanti così per una decina di minuti poi la bionda con un calcio mi allontanò di colpo, nel suo stentato italiano mi disse che avevo finito il tempo e che dovevo togliermi dai piedi, avevo ancora il cazzo di fuori quando si prese i soldi ridendomi in faccia. Quella risata fece scattare in me una molla spezzata; un meccanismo rotto; il grilletto di una pistola. La presi per i capelli e le mollai prima una schiaffo poi un cazzotto in faccia e infine un calcio nello stomaco, ripetei la sequenza tre volte durante le quali il cazzo mi divenne duro come un ariete, una sensazione che non ricordavo dai tempi di Raffaele. Dopo averla pestata per bene la scaraventai sul materasso e la violentai da dietro, venni in un orgasmo pazzesco e per un attimo mi sembrò di essere ritornato in quel cesso della vesuviana. La lasciai lì tumefatta e singhiozzante, la sua faccia era così insanguinata che sembrava scintillasse sotto la luce dei fari delle auto. Era il 1987; Lezzi faceva il sindaco di Napoli mentre Maradona portava per mano una città intera alla conquista del primo scudetto, avevo ventiquattro anni e quella volta capii che sesso e violenza erano la stessa cosa e che avevo bisogno di entrambi per sentirmi vivo. Terza volta
Vorrei che si mettesse vicino a me e mi stringesse forte al suo cuore, invece di stare fuori dalla stanza gridando aiuto come una ossessa, quella stupida puttana dovrebbe tornare dentro e stringermi forte per farmi sentire tutto il suo calore; mentre sto mollando la presa; mentre sto morendo. Il bordello di via Firenze era conosciuto per le belle ragazze e i prezzi modici, la badessa era la signora Pina, un donnone di un centinaio di chili sempre ben vestita e sorridente. Ero di casa la dentro e con lei mi potevo permettere certe confidenze, una volta mi disse che in quel posto ci aveva lavorato in gioventù, come la madre prima di lei. Puttana per discendenza, ecco quello che era. La badessa sapeva dei miei gusti difficili ma faceva di tutto per accontentarmi, quelle più sottomesse e accondiscendenti me le teneva da parte, come un boccone prelibato per palati fini. Avevo scoperto da tempo cosa volevo dal sesso, qualcosa che nessuna donna poteva darmi spontaneamente, perciò decisi di troncare tutti i rapporti con l’altro sesso. Quello che volevo potevo averlo solo a pagamento, solo così potevo assecondare la mia indole. Purtroppo pagavo le mie cattive inclinazioni con una patologia al cuore che non lasciava scampo, un processo degenerativo che mi portavo dietro da anni. Un animo depravato che aveva ucciso il cuore che lo conteneva, mi piace pensare che sia successo proprio questo. Sapevo che dopo il primo infarto non avrei dovuto più abbandonarmi a certe pratiche sessuali, ma ad una non-morte l’alternativa era una non-vita, quindi tanto valeva andarci incontro a passo di cavalleria. La mia preferita del bordello era Dolores, una mulatta boliviana dalla soglia del dolore estremamente alta, ma la cosa che più mi colpiva di lei era che quello che le facevo sembrava piacerle veramente. Avevo una stanza segreta per le mie serate, era insonorizzata e lontana da tutte le altre. Dentro in una bacheca c’erano manette, lame, fruste e pugni di ferro pronti per essere usati, pagavo bene per quelle cose, io. Ero influenzato e con il naso chiuso quella sera, certamente non nelle condizioni ottimali per poter abusare di Dolores. Le avevo legato mani e piedi ai lati del letto con delle manette e l’avevo imbavagliata con una pallina rossa tenuta da una striscia di pelle, notai che aveva ancora le ecchimosi dovute al nostro ultimo incontro di quindi giorni fa. Indossai il mio pugno di ferro preferito e cominciai a colpirla con quello, il sangue schizzava dappertutto mentre il cazzo mi diventava duro come la pietra, Dolores si lamentava in silenzio ma mi mostrava sempre il volto poi cominciò a pisciarsi addosso per il dolore. Ero al culmine dell’eccitazione, la slegai e cominciai a fotterla con violenza, ma all’improvviso il naso si liberò e cominciai a sentire un fortissimo fetore, qualcosa che non avevo sentito prima, qualcosa di nauseabondo e di malato che proveniva dalle mie carni. Il cuore andò subito in fibrillazione e senza rendermene conto cominciai a delirare e a perdere i sensi, ormai c’eravamo, quella sarebbe stata la scena finale di uno snuff movie di terz’ordine. Epilogo
Ora che sono steso sul pavimento avrei bisogno solo delle sue carezze, una mano amorevole che mi sfiori il viso e i capelli, vorrei che quella troia la smettesse di gridare e di richiamare gente e vorrei che morisse insieme a me per accompagnarmi nel lungo viaggio che mi attende. Era il 2005, Bassolino e