Rifiuti
La città di notte perde il suo profilo duro e inquietante e si trasforma in un acquerello dai colori pastello e dai contorni sfumati, tanto da farla assomigliare a un quadro di Monet. Le luci pulsanti attraversano le strade come il sangue attraversa le vene, mentre le case e i palazzi declinano gentilmente verso le piazze e i parchi a verde: ma tutta questa poesia la puoi pure buttare nel cesso se di mestiere fai lo spazzino e lavori di notte. Di notte la città la vedi per quella che è veramente, un gigantesco organismo malato che si libera dei suoi escrementi, il nostro compito è quello di portarli via, ripulirli e ficcarglieli di nuovo in gola sotto forma di prodotti riciclati. Se noi siamo quello che mangiamo allora le nostre città sono discariche sotto falso nome. Ma siamo anche i Robin Hood del terzo millennio, perché prendiamo la spazzatura dei ricchi e dopo averla trasformata la diamo ai poveri, così siamo tutti più contenti e con la coscienza pulita. Lavoro da cinque anni all’ASIA, quella che una volta era conosciuta come nettezza urbana, l’autoparco si trova a Ponticelli e per andarci non c’è bisogno di seguire le indicazioni, basta il tanfo che esalano gli automezzi parcheggiati. Ogni notte timbro il cartellino alle ventuno e trenta, negli spogliatoi mi cambio e metto la tuta con i catarifrangenti poi aspetto gli altri due del turno vicino al nostro automezzo, un vecchio compattatore calabrese montato su un fiat iveco 190, alle ventidue siamo pronti per uscire. La mia zona di competenza è il distretto otto, quello che va da S.Giovanni a Teduccio fino a Ponticelli passando per Barra, di quelle zone conosco la marca di ogni cassonetto e i rifiuti che generalmente vi lasciano. Per esempio: i rifiuti all’angolo di viale due giugno sono scadenti e di sottomarca per via del discount che sta di fronte, mentre quelli che trovo in via Atripaldi puzzano di medicinale e di sangue raggrumito a causa del centro di emodialisi che sta li vicino, potrei tracciare a mente le mappe di tutte le attività produttive del quartiere e sarebbero sicuramente più precise di quelle riportate al catasto. Finiamo il nostro giro verso le tre di notte con l’ultimo cassonetto di via delle repubbliche marinare, e prima di partire verso la discarica di Giugliano ci fermiamo al bar Guida per prenderci un caffè e fumare una sigaretta. E’ lì che ho conosciuto Sonja, la giovane prostituta polacca. Quel bar è continuamente frequentato da prostitute di tutte le razze, ci vanno per pisciare e per comprarsi qualcosa e ne entrano così tante che dopo un po’ non ci fai più caso. Ma lei era diversa dalle altre, negli occhi aveva la lucida follia di chi si vende per annullarsi e con la rabbia in corpo di chi odia la vita, era arrivata da poco da un paesino vicino Cracovia e tutti la conoscevano per la sua violenza ribelle; era pazza e cercava una scorciatoia per porre fine alle sue sofferenze. Entrava nel bar solo per comparsi bottiglie di vodka e se non era ubriaca era strafatta di eroina, modi diversi per un identico risultato: vendicarsi di se stessa e della sua fragilità. Si prostituiva vicino a un cassonetto della spazzatura non lontano dal bar, si dava ai clienti per pochi soldi, poi li pigliava a calci e sputi finché non arrivava il protettore a riempirla di botte. Una notte che ero fuori al bar a fumare mi si avvicinò in preda a una crisi d’astinenza, faceva freddo e tra le lacrime mi disse che me l’avrebbe data per dieci euro. Era bella davvero sotto quella luce dannata che le brillava in viso, mi morsi un labbro dal desiderio e le diedi i soldi senza chiederle niente in cambio, sapevo bene cosa ne avrebbe fatto ma non riuscii a trattenermi. Sonja prese i soldi e mi strinse un polso con una forza insospettabile, nel suo stentato italiano mi disse che non dovevo essere buono con lei ma fotterla e pigliarla a calci e pugni come facevano gli altri e che lei non aveva bisogno della mia pietà, poi mi guardò piena d’odio e mi sputò in faccia, se ne andò via in una risata isterica a bordo di un grosso camion. Per un paio di settimane non la vidi più poi una notte che fumavo la solita sigaretta la trovai stesa al buio sotto al portone di un palazzo abbandonato, la riconobbi a stento tanto era malridotta, aveva una bottiglia di vodka in mano e puzzava di piscio e di vomito, era ubriaca fradicia e parlava da sola. Mi avvicinai come un incosciente e lei mi fece capire subito lo sbaglio piantandomi improvvisamente uno stiletto con una lama da dieci centimetri nello stomaco. Emerse lentamente dal buio come un fantasma, aveva la faccia scarnita ed era pallida come un lenzuolo, le uniche note di colore provenivano dalle occhiaie viola e dalle labbra blu cobalto, era terribile a vedersi e nonostante fossi a terra colpito mortalmente non riuscivo a staccarle gli occhi da dosso. Sputavo sangue e mi torcevo dal dolore, mi sentivo morire e non riuscivo a chiedere aiuto, Sonja in un sussulto di lucidità scoppiò in lacrime, con una dolcezza innaturale mi accarezzò il viso e piegandosi su se stessa mi diede un bacio sulla bocca ed io sentii il freddo mortale delle sue labbra e il veleno delle sue lacrime, prima di svenire la vidi andarsene barcollando e singhiozzando a bordo di una fiat punto. Mi risvegliai dopo due giorni nel reparto terapia intensiva dell’ospedale Loreto Mare, il chirurgo disse che m’ero salvato perché la lama era penetrata senza ledere organi vitali, e che grazie a quel miracolo sarei stato dimesso in una ventina di giorni. La discarica di Giugliano è una ferita purulenta creata nelle viscere della terra, viene controllata con teli di contenimento e altre profilassi affinché la sua infezione non si propaghi nell’ambiente circostante. Verso le quattro del mattino arriviamo con il nostro carico di rifiuti all’ingresso della discarica e ci mettiamo in fila agli altri camion per entrare. Il via vai dei mezzi è incessante e ognuno fa la sua parte per riempire le fauci del mostro con gli scarti che trasportiamo, finiamo il nostro sporco lavoro intorno alle cinque e alle sei torniamo all’autorimessa in tempo per marcare la fine del turno. Fare questo mestiere significa abituarsi a trovare tra i rifiuti le cose più strane e gli oggetti più bizzarri; c’è chi vi ha trovato protesi di denti e di arti; vibratori di ogni misura e bambole di plastica a grandezza naturale; pupazzi di peluche e animali vivi e morti; ma mai nessuno è preparato a trovarci un cadavere, come capitò quel giorno al turno di mattina. Mi raccontarono tutto al mio ritorno al lavoro, avevano ancora le facce scosse mentre mi spiegavano cosa era accaduto. Trovarono Sonja stesa tra i rifiuti vicino al cassonetto dove batteva, con la siringa nelle vena e gli occhi sbarrati nel vuoto, l’avevano lasciata lì come immondizia, come un oggetto usato e abusato di cui disfarsi. A quelle parole finsi indifferenza e non dissi niente, dopotutto lei m’aveva quasi ammazzato, ma da quel giorno guardo la spazzatura senza più la banalità e l’indifferenza di prima e sempre con la paura di trovarci prima o poi un'altra Sonja. Ogni notte quando tiro via un cassonetto e ci guardo dentro sento le macerie del nostro quotidiano afferrarmi per la gola e soffocarmi, in preda alle allucinazioni le vedo trasformarsi una massa solida e informe dove viene riflessa la mia faccia; quella di bravo ragazzo; quella di uomo responsabile e maturo; quella di un vero ipocrita impregnato di falso buonismo, un essere vile e viscido uguale a mille altri.
Uguale a tutti quelli che come Sonja l’hanno aiutata, scopata o ammazzata.