Alberghi
Se credete alla bontà, alla compassione, alle buone intenzioni e alla generosità che le persone vi mostrano allora questo racconto non fa per voi. Potete tranquillamente passare a leggere qualcos’altro. Ma se credete che nessuno faccia niente senza un fine o uno scopo e che questi prima o poi vi chiederanno il conto per quanto dato, allora potete leggerlo.
Io per non aver creduto a tutto questo ho pagato il prezzo più alto che un uomo possa pagare.
La mia anima.
Ero stato assunto da poco come fattorino al Gran Hotel Mephisto, l’albergo era stato costruito negli anni venti con uno stile gotico ed austero tale da farla sembrare una cattedrale. Anche l’orfanotrofio da dove provenivo era stato costruito nello stesso periodo e si trovava a poca distanza dall’albergo. I proprietari del Mephisto, un po’per comprensione e un po’per umana carità, assumevano sempre personale proveniente dall’istituto, almeno così ci diceva la direttrice dell’orfanotrofio.
Lei non perdeva occasione per ribadire tutta la gratitudine che dovevamo a loro, perché nel corso degli anni avevano fatto diventare questa consuetudine una tradizione.
Io che ero appena diciottenne ero felicissimo di lavorarci. Finalmente lasciavo l’istituto.
Giravano strane voci su quell’albergo, si diceva che fosse stato costruito sulle rovine di una chiesa sconsacrata dove ottanta anni prima s’erano dati la morte per avvelenamento una setta dedita al culto di satana, e che uno degli attuali proprietari fosse un loro discendente. Si parlava anche di quelle strane e continue sparizioni del personale che lavorava ai piani, io lo imputavo al fatto che il lavoro era monotono e che alla prima occasione loro cambiassero impiego. Il piano che m’avevano dato da gestire era il quarto, un unico lungo corridoio lastricato con marmi di Carrara e con pareti rivestite di pannelli di palissandro, le otto stanze per i clienti erano lussuosamente arredate e disposte tutte sul lato destro del corridoio, la loro numerazione andava dal dieci al diciassette. Il mio compito era facile, ogni stanza aveva una luce rossa sopra la porta, quando s’accendeva dovevo andare lì, bussare e chiedere se avevano bisogno di qualcosa. Anche se ero stato assunto da poco avevo già acquisito una certa padronanza, mi muovevo con disinvoltura e gestivo la clientela con competenza e cortesia. Una mattina trovai che avevano sostituito il grande specchio che stava in fondo al corridoio con un enorme televisore al plasma da
La mia mano era entrata nello schermo.
Non sapevo cosa stesse accadendo, forse lo stordimento mi stava procurando delle allucinazioni, mi trovavo in bilico tra la sindrome di Stendhal e Alice nel paese delle maraviglie, vissuti però in chiave postmoderna dove al posto del quadro e dello specchio c’era questo enorme televisore. Lo schermo sembrava avere la superficie liquida, feci passare prima il braccio poi una gamba poi tutto il resto, e infine mi ritrovai dall’altra parte. Lo stordimento sparì all’istante, il lungo corridoio che mi trovavo davanti era uguale a quello lasciato dall’altra parte dello schermo, le stanze erano otto e numerate uguali, solo che questo corridoio non aveva ne scale e ne ascensori, era praticamente sigillato. M’accorsi che la luce rossa della stanza dodici era accesa.
Qualcuno chiedeva di me.
Che strano, nell’altro corridoio nella stanza numero dodici non c’era nessuno. Bussai ed aprii la porta.
Nella stanza finemente arredata stile barocco un tizio in vestaglia damascata mi dava le spalle, tossii e lui si girò. Lui non aveva occhi, ne orecchie, ne bocca e nemmeno il naso, la sua faccia era il vuoto assoluto, d’un tratto protese una mano verso di me mentre con l’altra indicava il suo volto inesistente, lo faceva con insistenza come per cercare aiuto. Indietreggiai impaurito e preso dallo spavento uscii sbattendo la porta.
Qualcosa di orribile aleggiava in quel posto.
Nel corridoio cercai di riprendere fiato quando la luce rossa della stanza diciassette si illuminò.
Mi cercavano anche lì.
Aprii senza bussare, la stanza arredata in stile tardo coloniale era piena di serpenti, davanti al letto a baldacchino spiccava una statua di bronzo di un uomo con le mani protese al cielo, dalla statua sgorgava sangue dalla bocca e i serpenti se ne cibavano avidamente.
Gli occhi della statua si muovevano furiosamente, quella statua era viva.
Chiusi subito la porta, quell’orrore m’aveva fatto venire il voltastomaco. Feci pochi passi poi m’appoggiai ad un’altra porta, doveva essere la numero quindici. La aprii senza volerlo, all’interno della stanza tra drappi di seta e di organza c’erano due gemelle siamesi unite per la testa sedute su un divano stile liberty, erano vestite entrambe con abiti da sposa, una aveva i capelli biondo cenere l’altra era morta. Si, l’altra gemella era morta chissà da quanto tempo, lo stato di decomposizione era così avanzato che i vermi e i parassiti avevano ricoperto buona parte di quel corpo ormai rinsecchito. La gemella viva si dimenava e si torceva, cercava di staccarsi da quel cadavere e da tutti quei vermi che l’avevano assalita, quando mi vide lanciò un grido talmente disperato da farmi gelare il sangue nelle vene. Il voltastomaco era diventato insopportabile, vomitai sul tappeto persiano poi richiusi velocemente la porta.
Adesso tutte le luci delle stanze lampeggiavano impazzite, avevano tutti bisogno di me.
Ma chi erano loro e soprattutto cos’era quel posto assurdo. Ormai ne avevo abbastanza, dovevo scappare via da quell’incubo, volevo solo ritornare indietro, io.
Mi diressi con passo spedito verso il televisore, contemporaneamente dall’altra parte dello schermo si avvicinarono due operai in tuta rossa, sul petto avevano stampato la marca del televisore, lessi quel nome come riflesso in uno specchio. Il nome LiveD era diventato DeviL. L’ultima cosa che ricordo d’aver visto erano i loro ghigni malefici che incorniciavano una serie impressionante di denti aguzzi, poi spensero il televisore e quello sparì dal muro.
Così rimasi solo e intrappolato in quel corridoio maledetto.
Se credete alla bontà, alla compassione, alle buone intenzioni e alla generosità che certe persone vi mostrano allora diventerete proprietà loro, si sentiranno autorizzati a chiedervi tutto, anche la vostra anima.
Vi intrappoleranno nei loro inferni personali lasciandovi lì al loro posto.
Diffidate di tutti loro.
Il fattorino del Mephisto vi ha avvisati.