Morte di un precario napoletano
I napoletani hanno la pelle scura e i capelli ricci; i napoletani sono indolenti e indisciplinati e non hanno voglia di lavorare; i napoletani sono sempre felici anche se non hanno una lira; i napoletani cantano sempre e ogni occasione e buona per fare casino. Bene: ora che ci siamo tolti dal cazzo tutti gli stereotipi e i luoghi comuni del caso vi parlerò di Salvatore - precario e sfigato - e non vi racconterò della sua morte perché quello lo farò dopo, ma vi descriverò gli eventi e le vicissitudini che lo hanno portato a quel triste epilogo. Quel martedì di aprile Salvatore era felice come la pasqua appena trascorsa, la lettera dell’ufficio del personale delle poste italiane ricevuta tre giorni prima parlava chiaro. Oggetto: assunzione a tempo indeterminato. In riferimento al concorso per numero 240 operatori specializzati d’esercizio quinto livello del 12/06/1996, ella è invitata a presentarsi all’ufficio compartimentale di via delle repubbliche marinare entro e non oltre le ore 15,00 del 18/04/2006 per il disbrigo delle visite mediche e delle pratiche di assunzione. Salvatore di quel concorso vinto dieci anni prima se n’era quasi dimenticato, ricordava solo che fu subito bloccato dai ricorsi e che dopo si ritrovò in fondo ad una lunghissima graduatoria; una vera porcheria. Ma ora a trentadue anni suonati s’erano finalmente ricordati di lui, adesso poteva entrare nel mondo del lavoro dalla porta principale. Salvatore dopo il diploma non ne aveva azzeccata una, smarrendosi tra lavori in nero e contratti di pochi mesi, tutti insulsi e infami e quando non ci sperava più ecco arrivare dal cielo quella manina fatata a tirarlo fuori dall’inferno del precariato. Col tempo aveva visto i suoi amici sistemarsi o inguaiarsi, qualcuno era finito in banca e qualcuno spacciava l’eroina: chi faceva il poliziotto e chi il criminale. A San Giovanni a Teduccio i delinquenti avevano soldi facili e auto lussuose ma venivano sempre allontanati dalle persone oneste, mentre le persone oneste anche se guadagnavano poco potevano contare su mutui trentennali e utilitarie a rate; in poche parole del rispetto di tutta la comunità. Ecco: lui non apparteneva a nessuna delle due categorie ma come precario ne aveva ereditato il peggio, aveva una paga da fame e lo schifo dei suoi simili. Ora l’incubo era finito e anche Carmela – la sua ragazza da otto anni – non stava più nella pelle, già si vedeva con l’abito bianco pronta a raggiungerlo sull’altare. E armato di quelle speranze uscì di casa per sbarazzarsi del vecchio lavoro ed iniziare con il nuovo. La vespa centoventicinque era parcheggiata sul marciapiedi sotto casa bloccata da una grossa catena, quel rudere cadeva letteralmente a pezzi sfiancato dagli anni del pony express, dei volantinaggi e delle rappresentanze e ora stava insieme solo con il nastro d’imballaggio, nonostante tutto uno stronzo pronto a portarsela via lo si trovava sempre da quelle parti. Come al solito la vespa non ne voleva sapere di partire, quindi la spinse giù per una discesa e con la seconda inserita riuscì a metterla in moto, Salvatore se lo sentiva, quel catorcio gli avrebbe procurato solo guai e doveva al più presto liberarsene. Via Emanuele Gianturco era la strada che portava al centro direzionale di Napoli ma ricordava le strade di Bagdad bombardate dagli americani, gli automobilisti erano costretti a dei zig zag improvvisi per non finire dentro enormi buche. Salvatore doveva anche guardarsi dai posti di blocco delle forze dell’ordine, la vespa era senza assicurazione da anni grazie anche ai miseri stipendi che guadagnava. A quell’ultimo lavoro Salvatore c’era arrivato tramite la solita agenzia di lavoro interinale, l’avevano affittato ad una società che si occupava delle banche dati della regione Campania, compito suo era quello di alimentare quegli archivi elettronici con rendiconti, bilanci e previsioni di spesa per comuni, circoscrizioni ed enti vari. Otto ore filate passate ad inputtare nomi e cifre che nessuno avrebbe mai letto, salvo poi tirarli fuori al momento giusto per manipolarli in campagna elettorale. L’ufficio si trovava al quindicesimo piano di un altissimo grattacielo, lassù le persone – quasi tutti affittati - si muovevano leggeri e silenziosi come ectoplasmi che la scadenza del contratto avrebbe fatto svanire. Ma quella mattina Salvatore aveva il passo pesante e deciso di chi si sentiva invincibile, era arrivato al lavoro con più di un ora di ritardo e per sfregio aveva parcheggiato la vespa nel posto auto riservato a uno con il contratto a tempo indeterminato, in ufficio salutò così forte che gli altri ne ebbero quasi paura poi si diresse a passo di carica verso l’ufficio del capo; era lì per riscattarsi e dovevano vederlo tutti. Entrò senza bussare e si sedette senza chiedere il permesso, il capo - un quarantenne tutto riviste d’auto e abiti griffati – seguì incuriosito la scena da dietro la scrivania finto radica. Salvatore prese subito la parola e senza tanti fronzoli gli disse che era li per licenziarsi, preso alla sprovvista l’uomo accennò una reazione ma lui lo fulminò con uno sguardo implacabile, la sua non era più un’affermazione ma la rivalsa contro quelli che l’avevano sfruttato e umiliato, e lui in quel momento li impersonava tutti. Mordendosi un labbro l’uomo abbassò lo sguardo in segno di resa, adesso non lo aveva più in pugno e a malincuore gli fece gli auguri per il suo futuro. Si lasciarono così senza salutarsi mentre il gelo cadeva sui mobili e le suppellettili, da fuori un capannello di colleghi si godeva la scena. Salvatore trascorse il resto della mattinata tra un bar e l’altro festeggiando con chiunque gli capitasse a tiro, era già alticcio quando guardando l’orologio si rese conto con orrore che s’erano fatte quasi le due del pomeriggio.
Non era stato ancora assunto che già rischiava di far tardi al primo giorno di lavoro.
Salvatore arrivò nel garage come una furia e stramaledì la vespa che non dava segni di vita, quello scooter era la sua croce e in quel momento ci si sentiva crocifisso. La spinse giù per una discesa sperando di metterla in moto ma stavolta il trucco non funzionò, senza perdersi d’animo sostituì la candela e pulì il carburatore, ma senza risultato, quella maledetta sembrava aver tirato le cuoia. Nel frattempo s’erano fatte le due e mezza e Salvatore meditava già il suicidio, quando un ultimo colpo al pedale della messa in moto la fece partire in un nuvolone azzurrognolo di benzina e olio bruciato. Aveva ancora una mezz’ora di tempo a disposizione, sufficienti per poter arrivare in orario alle visite mediche, perciò sfrecciò veloce sfiorando auto e buche come mai s’era sognato di fare, ma ad un passo dal traguardo ecco sbucare da una curva l’imprevisto grande quanto una montagna. Un posto di blocco dei carabinieri s’era piazzato proprio all’ingresso dell’ufficio compartimentale delle poste. Salvatore - colto dal panico - prese l’unica decisione possibile, e cioè quella sbagliata. Con la vespa senza assicurazione sicuramente non l’avrebbe fatta franca, perciò con il sangue agli occhi scalò di terza e forzò il posto di blocco mancando di poco il maresciallo con la paletta, ma un carabiniere ausiliario – uno sbarbatello poco più che ventenne - fece fuoco con la mitraglietta colpendolo alle spalle. Salvatore si schiantò sull’asfalto sbrecciato come un aereo in picchiata e la vespa gli ruzzolò addosso schiacciandogli la gabbia toracica. Sanguinante e agonizzante vide i contorni dell’ufficio postale sbiadire fino a dissolversi nel nulla, ma prima di chiudere gli occhi raccolse dalla gola un conato di sangue e con l’ultimo rantolo lo sputò addosso ai rottami della vespa. L’aveva sempre detto che quella bastarda l’avrebbe portato alla rovina ed ora ne aveva le prove. Il carabiniere ausiliario venne scagionato dall’accusa di omicidio volontario e alla fine della ferma fu congedato dall’arma, da allora vaga nell’inferno del precariato tra contratto a termine e l’altro. Quel mondo infame era fatto così, per uno che ne usciva un altro ne doveva prendere il posto.
A volte anche per sempre.