05/11/2006

Un addio lungo un giorno

Un addio lungo un giorno

  

Ero riuscita a rivederla dopo mesi, da quando quel pomeriggio davanti casa sua mi disse che per un po’non dovevamo più vederci. Lo fece abbassando lo sguardo, come per nascondere un rammarico, tempo dopo capii che la decisione era stata presa molto tempo prima. Nonostante il caldo rimasi pietrificato, come se una tempesta di ghiaccio m’avesse improvvisamente congelato; poi vennero le domande e i perché, insieme allo stordimento e lo smarrimento.

Di sicuro non me l’aspettavo, ma succedeva sempre così.

Iniziarono mesi di delirio e di abbandono, con la consapevolezza che il dolore era l’unica cosa a tenermi insieme.

Mi resi conto che il problema non era l’altro ma io, poteva essere chiunque ma era me che non voleva più.

Quando lo capii iniziai a cercarla.

Cominciai ad assillarla con telefonate chilometriche e lettere appassionate, poi quando non mi bastò più presi ad aspettarla sotto casa e davanti al lavoro.

Mi giocavo gli ultimi brandelli di dignità davanti alla sua freddezza, ma non demordevo, non volevo perderla e perciò rischiai il tutto per tutto.

Usai di tutto: dalla leva dei ricordi al ricatto morale, fino a giurarle cambiamenti personali e comprensione incondizionata.

Poi per un po’mi eclissai, così da far decantare il tutto nel limbo dei sentimenti.

Una domenica pomeriggio che non ci speravo più arrivò improvvisa la sua telefonata.

- Devo vederti. Vieni a casa mia, sono sola così nessuno ci disturberà.

Quella telefonata mi restituì alla vita, anche se un brutto presagio mi rubò quasi subito la gioia.

Lungo la strada provai frasi ad effetto e sguardi penetranti, ma dimenticai tutto quando bussai alla sua porta.

Mi venne ad aprire bella come non mai, quel sorriso caldo e naturale fece scivolare via tutto il male che m’aveva fatto, come se nulla fosse veramente successo, ma le occhiaie pesanti e il dolore al fegato mi dicevano il contrario.

Da dietro le sue gambe sbucò fuori Piccolo, il vecchio bastardello di bassotto, abbaiava e scodinzola e sembrava felice di vedermi, io lo presi come un buon auspicio.

Entrai e cercai di darle subito un bacio ma lei lo deviò imbarazzata, invece mi prese la mano e mi portò subito nella stanza da letto, chiudemmo la porta lasciando fuori il cane.

Ci spogliammo lentamente, sospettosi e guardinghi. Una volta lo avremmo fatto ridendo di noi stessi, ma ora eravamo diventati due fortezze da espugnare, e qualunque cosa fosse successo in quella stanza di noi sarebbero rimaste solo macerie.

Si stese sul letto con addosso solo il reggiseno e le mutandine, l’ultimo mio regalo per il suo compleanno, poi vincendo un falso pudore si sfilò pure quelli.

Mi avvicinai nudo e affamato dalla sua immagine, ma lei fermò la mia avanzata mettendomi una mano sulla bocca; era arrivato il momento di chiarire la situazione.

- Tu sai perché ti ho chiamato, devo sapere se ti amo ancora, e forse questo non è il modo giusto per capirlo.

Poi si distese come una madonna del rinascimento e mi accolse ancora una volta nel suo grembo. Scomparvi dentro di lei a più riprese, con spasmi di convulsione e di estasi,  fino a goderne dei suoi infiniti piaceri.

L’orgasmo ci colse impreparati e per questo rimanemmo ancora abbracciati, lei era raggiante e brillava di luce propria ed io mi sentivo scorrere nelle vene il sangue di un tempo.

L’ascoltavo ridere e scherzare e per un attimo rividi la felicità nei suoi occhi, poi man mano le risate si spensero finché non rimase un silenzio sepolcrale a dividerci.

Quando se ne accorse cominciò a piangere ed io maledii le sue lacrime.

Rimasi abbracciato a lei fino a sera, cercando disperatamente di deviare il pensiero di noi stessi, ma fallii ancora una volta.

Di vivo nella casa c’era rimasto solo il cane, il quale abbaiava a gatti immaginari e a due fantasmi che si allontanavano in direzione opposte.

In un addio lungo un giorno.

di cattiveinclinazioni | 05/11/2006
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