10/12/2006

La consegna

La consegna

 

Io credo in dio, ai santi e a tutte le madonne, deve essere per forza così visto che li bestemmio tutte le mattine, ed anche questa volta non fa eccezione. La sveglia digitale che suona alle quattro del mattino ha qualcosa di sinistro, forse è colpa delle cifre che proietta sulla parete, sembrano ragni mostruosi in attesa di saltarmi addosso.

 

Mi alzo e vado in bagno, ma è sempre troppo presto per capirci qualcosa.

 

Con le braccia tese sul lavandino mi scruto allo specchio la faccia sfatta e malandata, le rughe e le cicatrici sono profonde crepe che arrivano fino in fondo all’animo. Anche mia moglie s’è svegliata, anche lei è orribile a vedersi. Entra nel bagno e si siede sul bidet per pisciare, nel frattempo si accende una sigaretta. La puzza di fumo, urina e mestruo e insopportabile, poi spegne la sigaretta nell’assorbente impregnato di sangue e umori maleodoranti, lo avvolge e lo butta nel cesso intasandolo.

 

Questa  famiglia non ha niente di normale.

 

Mi vesto alla buona e senza pensarci, di mattina presto eseguo solo ordini dettati da altri, questo mi permette di non pensare al lavoro e alle cose che faccio: un po’ come un cane che si morde la coda, solo che non ho coda da mordere, io. Non trovo il bambino nella sua culla, chissà dove l’avrà messo mia moglie. Esco in strada che è ancora buio poi prendo l’auto, una qualsiasi, ne forzo una e vado all’appuntamento. La proprietà non mi interressa, io sono per la condivisone di cose, affetti e sentimenti. Al giorno d’oggi nessuno ha spalle così larghe per reggere tutto questo, la società ci impone modelli inarrivabili e noi riusciamo a condividerne solo le frustrazioni e i fallimenti. Percorro strade poco illuminate fino al mio lavoro, dove ad attendermi c’è il capo in persona: oggi consegna speciale, perciò dovrò essere veloce e discreto. Parcheggio ed entro nell’autoparco completamente al buio, in mezzo al piazzale c’è una grossa limousine nera, al volante qualcuno sta fumando una sigaretta. La portiera si apre e la punta incandescente compie una parabola ellittica fino al pavimento di gres, il tizio scende e mi acceca con la luce di una torcia elettrica.

 

-      Sei in ritardo! Mi fa il capo nervoso e sudato come sempre in queste occasioni.

-       Non sono in ritardo! Gli ribatto a muso duro, ma so che lo dice solo per fare scena, per mantenere alta la tensione. 

-       Il percorso è memorizzato nel navigatore satellitare, quando arrivi a destinazione consegna il pacco e vai via. Dice scandendo le parole una per una. Io annuisco e  mi metto al volante.

 

Il navigatore inizia a dettarmi le prime istruzioni mentre imbocco lo svincolo autostradale:

…percorrere l’autostrada per cinquanta chilometri…

 …percorrere l’autostrada per venti chilometri…

 …uscire allo svincolo e girare a destra…

…percorrere la statale per dieci  chilometri…

Per non pensare a ciò che faccio seguo istruzioni dettate da altri, anche quelle di una macchina dalla irritante voce di donna.

La strada sale su per una collina piena di ville fantastiche, dopo un po’ il navigatore dice di fermarmi vicino a quella che sembra la più grande e bella. Abbasso il finestrino vicino ad un citofono pieno di interni. Ne digito uno a caso. Un faro alogeno mi illumina, permettendo a una telecamera a circuito chiuso di riconoscermi, poi il lungo silenzio viene rotto dall’apertura dell’enorme cancello in ferro battuto.

Attraverso un lungo viale alberato fino allo spiazzo antistante la villa in stile coloniale. Una finestra al primo piano si illumina e una figura in vestaglia mi fa un cenno con la mano, io lampeggio due volte con gli abbaglianti. Scendo dall’auto e apro il bagagliaio, la luce di cortesia mi rivela il suo contenuto. Dall’interno prelevo il pacco: una donna completamente nuda ma ammanettata, imbavagliata e avvolta in un sacco di plastica trasparente, chiusa da una cerniera che lo percorre in senso verticale. Mi carico il fagotto sulle spalle fino alla porta principale, lo zerbino di velluto rosso mi da un sinistro benvenuto. La porta di legno massello è socchiusa. Entro, e nella penombra del salone d’ingresso scarico il pacco sul grande tappeto persiano. In cima alla scalinata di marmo di Carrara l’uomo in vestaglia annuisce soddisfatto. Lo faccio anch’io, e prima di andare via do un ultimo sguardo alla ragazza che all’interno del sacco ansima, gonfiando e sgonfiando la plastica.

Questo lavoro non ha niente di normale: ho bisogno di istruzioni, di qualcuno o qualcosa che mi dica cosa fare e che non mi faccia pensare.  

Per fortuna in auto il navigatore satellitare fa sentire la sua voce.

Il ritorno all’autoparco è veloce, ci metto sempre meno dell’andata, come se scaricare la merce rendesse l’auto leggera e sollevata da angosce, ma questo a me non succede mai.

 Nell’autoparco non c’è nessuno, probabilmente il capo è già al corrente di tutto ed è andato a dormire tranquillo, parcheggio la limousine e vado via.

Ormai albeggia, l’auto che ho preso per andare al lavoro non c’è più, forse è stata rubata o forse sono io che non riesco a trovarla, ne forzo un’altra e torno a casa. A casa mia moglie sta guardando televendite di medicinali antidepressivi mentre la cenere delle sigaretta accesa brucia le lenzuola sporche. Nella culla non vedo il bambino, da troppo tempo manca in quella culla, ho il dubbio che in questa casa non ci sia mai stato un bambino, che sia solo il frutto della mia immaginazione. Mi spoglio e mi metto al letto avvolgendomi nella pesante coperta, perché quando ritorno dal lavoro ho sempre freddo.

Tanto freddo.

di cattiveinclinazioni | 10/12/2006
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