14/01/2007

Stati di allucinazione aziendale

Stati di allucinazione aziendale

 

Oggi non è giornata.

Arrivo al lavoro con i soliti 15 minuti di ritardo e le occhiatacce dei colleghi spioni-bavosi-infami me lo rammentano. Va bene ho fatto tardi, ma mio figlio ha avuto un attacco di afta epizootica e ho dovuto portarlo dal veterinario, poi mia moglie ha avuto le doglie ed ha partorito un enorme alieno verde con due enormi occhi gialli, e che abbiamo portato nell’area 51 a far compagnia agli altri che già c’erano, inoltre mi si sono fermate le lancette della sveglia digitale.

Ergo: non rompete il cazzo!

Anche il capo è in ritardo e a lui le occhiatacce gliele faccio io.

Come un satiro invasato indice una riunione seduta stante, qualche pezzo grosso deve essersi lamentato con lui per un reclamo mal gestito, e ora vuole vendicarsi con noi cercando qualcuno da trombasi. La riunione si preannuncia di lacrime e sangue e qualcuno già si sente mancare la sedia e la scrivania da sotto, io approfitto del panico che si è creato e vado a pisciare. Nel bagno degli uomini Giovanna - quella delle pulizie - sta  lavando a terra.

 

- Ciao Giovanna, come stai...

- Ciao Carmine, non c’è malaccio, grazie.

- Madonna che puzza che c’è qua dentro, ma con che cosa stai lavando il pavimento Giovà.

- Guarda, è la prima volta che uso questi prodotti, me li ha imposti l’azienda per risparmiare, ma di questa roba non mi fido proprio.

-

 

Entro nel primo cesso libero e mi ci chiudo dentro, la puzza è micidiale e le esalazioni dei prodotti mi impregnano gola e polmoni, abbasso la patta e comincio a pisciare ma qualcosa di strano accade sotto i miei occhi stupefatti. La tazza comincia a muoversi come animata di vita propria, si allarga e si restringe come una bocca lasciva e lussuriosa, poi con un balzo felino mi salta addosso e mi ingoia. Va bene che queste giornate iniziano male e finiscono peggio, ma essere inghiottito dal cesso prima della pausa caffé mi sembra davvero troppo. Scivolo nel tubo di scarico come in una giostra del luna park, solo che qui mi bagno di liquido fetido e maleodorante. Mentre cado vedo il mio corpo rimpicciolirsi fino a raggiungere le dimensioni di un topo, e chissà perché mi sento il cugino scemo di alice nel paese delle meraviglie. Poi la mia caduta si arresta nelle acque della fogna principale. Nel  flusso trovo di tutto: stronzi, sigarette, pesciolini morti e serpenti vivi, lettere di fidanzati strappate e preservativi di ogni colore. Per rimanere a galla in questo schifo prendo tutti gli assorbenti usati che mi passano davanti e mi creo una bizzarra zattera di salvataggio. La corrente mi trascina ad una velocità pazzesca, sembra di essere a bordo di  un auto cabriolet che percorre un tunnel senza fine. Ma quando il viaggio sembra non finire più, di colpo una luce in lontananza mi indica la sua fine. Schizzo fuori dalla condotta come un colpo di pistola, mentre precipito da una altezza impressionate chiudo gli occhi un po’ per paura e un po’ per ripararmi dalla luce del sole.

Poi lo schianto, e il buio liquido e denso dove sprofondo lentamente.

Sono precipitato in un grande lago.

Superato lo stordimento dell’impatto riemergo per riempire i miei polmoni di ossigeno. L’acqua del lago è limpida e pulita, come se cadendo si fosse depurata attraverso un invisibile e potentissimo filtro, e  in un certo qual modo mi sento anch’io così.

Ma le sorprese non sono finite.

A riva uno strano movimento attira la mia attenzione, delle figure indistinte gridano qualcosa  verso la mia direzione, nuoto verso di loro finché non riesco a distinguerle. Sono uomini e donne vestiti con impeccabili abiti da ufficio, ora anche le loro grida mi sono diventate comprensibili.

Mi stanno chiamando con il mio cognome, Esposito, e non come fanno i colleghi spioni-bavosi-infami che lo storpiano in una squallida caricatura.

Sono tutti schierati lungo la riva che mi sorridono, un gesto inaspettato che mi riempie di una tranquillità sconosciuta. Dietro di loro, sparse su un grande prato verde, ci sono scrivanie e postazioni di lavoro con sopra scritto il nome di chi lo occupa.

Su una di queste c’e anche il mio.

Il luogo è irresistibile e perciò nuoto per raggiungerlo, le persone brillano di una strana luce che infonde fiducia e sicurezza. Forse il paradiso è così; un immenso ufficio dove viene celebrata la dignità dell’individuo, dove le persone tornano ed essere essenza di pensiero e non miseri ingranaggi senz’anima. Niente a che vedere con il cinismo perfido e spietato a cui sono abituato in ufficio, dove uomini incattiviti a dovere si azzannano per miseri avanzamenti di carriera. In cui ogni occasione è buona per mettersi in evidenza davanti al capetto di turno, come cagnolini al guinzaglio che aspettano la ciotola di croccantini. E mentre osservo i miei pensieri farsi immagine, da dietro un enorme gorgo improvvisamente si apre trascinandomi dentro.

Per la seconda volta in un giorno vengo inghiottito da qualcosa, e la cosa francamente sta cominciando a stancarmi.

Il buio è totale, poi man mano un leggero chiarore mi illumina le palpebre, non riesco a muovermi e nemmeno ad aprire gli occhi, ma in compenso riesco a percepire le voci intorno a me.

E come nei peggiori film d’horror m’accorgo di essere tornato al punto di partenza.

Sono di nuovo in ufficio steso sul pavimento, intorno a me i colleghi  spioni-bavosi-infami ridono e fanno battute sul mio accidenti, ma nessuno mi da una mano, poi qualcuno si distacca da quelle vipere e si avvicina. Una mano che sa di varechina e lavanda mi apre leggermente la bocca, e un soffio di aria viene insufflata nei miei polmoni.

E’ Giovanna, che piegata su di me sta operando una delicata respirazione bocca a bocca, l’anima più nobile e vera di tutto l’edificio mi sta riportando in vita.

Con le poche forze riacquistate apro leggermente gli occhi, giusto in tempo per vedere avvicinarsi il mio capo insieme al più rognoso e bastardo dei colleghi spioni-bavosi-infami. Dopo avermi rivolto un rapido sguardo schifato i due si esibiscono in assurdi e farneticanti monologhi.

 

-…come vede signor direttore, Sposìto, l’uomo che nessuno vorrebbe mai per collega, è finalmente schiattato…

-La cassetta del pronto soccorso! Dove cazzo sta la cassetta del pronto soccorso!

-…e vorrei cogliere l’occasione per segnalarle mio cognato Ugo, uomo di sani principi morali e gran lavoratore, non come quell’essere spregevole che giace a terra…

-Devo procurarmi una cazzo di cassetta del pronto soccorso, se vengono quelli dell’ASL e non la trovano mi fanno un culo così.

-…inoltre le ricordo la mia candidatura per quel posto di coordinatore dell’ufficio vendite, lei sa bene quanto ci tenga a quella carica…

-Forse quelli del secondo piano ne hanno una; ora li chiamo e me la faccio prestare, poi chiamo l’ambulanza e mi tolgo dai coglioni questo morto di fame.

 

Decido che quella sceneggiata è durata già troppo, così sotto gli occhi sbigottiti di tutti riapro gli occhi e lentamente mi alzo.

   

-Cari colleghi, vi ringrazio per l’aiuto che mi avete spontaneamente offerto, ma come potete vedere adesso sto bene. Ora potete tornare tutti alle vostre attività.

 

Il capo tira un sospiro di sollievo e se ne va, seguito dal più infame dei leccapiedi che schiuma dalla bocca come un cane idrofobo, probabilmente s’è reso conto che Ugo – suo cognato - rimarrà disoccupato per un bel pezzo. Anche gli altri si allontanano alla spicciolata, masticando bestemmie come fossero caramelle balsamiche per il fegato in fiamme. Solo Giovanna rimane al mio fianco e a lei riservo sorrisi di gratitudine e di affetto.

   

- Immaginavo che questi nuovi prodotti per la pulizia facessero schifo, ma mai che potessero ammazzare una persona con le loro esalazioni. Per fortuna quando stavo alla protezione civile ho fatto il corso di rianimazione, sennò col cazzo che ti salvavo la pellaccia.

-Già, evidentemente non sono ancora pronto per il nuovo ufficio, quello che sta dall’altra parte. Peccato, perché mi sarei trovato bene.

-Come…scusa ma non ho capito.

-Non ti preoccupare Giovanna, è una cosa mia. Comunque voglio ringraziarti per quello che hai fatto, se hai bisogno di me per qualsiasi cosa non esitare a chiamarmi.

-Va bene Carmine, lo terrò a mente.

   

E mentre Giovanna torna al suo lavoro io mi infilo nell’ufficio del capo per regolare alcuni conti in sospeso. Il capo mi guarda come fossi Lazzaro resuscitato, ma la sua è solo diffidenza, e ne ha ben motivo.

   

-Cosa vuole Sposìto, non ci ha fatto perdere tempo abbastanza?

-Mi chiamo Esposito signor direttore.

-Senta Sposìto, si sbrighi e se ne vada, che ho tanto da fare, io.

-Signor direttore, ora mi sento meglio ma mi ci vogliono sei mesi di convalescenza per ristabilirmi del tutto, in caso contrario credo di non poter arginare le voci infondate che parlano di questo ufficio come di un luogo di lavoro dove non si rispettano le più elementari norme di sicurezza, dove manca perfino la cassetta del pronto soccorso. Spero non voglia rischiare eventuali e probabili denuncie all’ispettorato del lavoro, e comunque mi chiamo sempre Esposito, io.

   

Il capo mi caccia fuori dall’ufficio urlando e insultandomi come un ossesso, ma mi accorda i sei mesi di convalescenza, buoni pasto inclusi.

Vicino l’uscita di emergenza c’è Giovanna con il suo carrello per le pulizie, l’aspettano al secondo piano dove ci sono altri bagni da lavare e cestini da svuotare. Le apro la porta per farla uscire, poi spingiamo insieme il carrello fino al montacarichi. Mentre camminiamo chiudo gli occhi, e quel lugubre corridoio col pavimento di linoleum diventa un viale alberato, mentre il carrello per le pulizie si trasforma in un grazioso carrozzino con dentro un bellissimo bambino che dorme beato. Uno scossone di Giovanna e l’arrivo del montacarichi mi riportano alla realtà, ma non sono triste. In realtà la felicità non si misura da quanta strada facciamo insieme alle persone, ma dall’intensità con cui la percorriamo.

di cattiveinclinazioni | 14/01/2007
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