18/02/2007

Sguardi

Sguardi

   

Chissà perché ogni volta che salgo nella metro ho subito addosso gli occhi di qualche stronzo che crede di intimorirmi con il suo sguardo, come quel bestione con la camicia a quadroni seduto di fronte a me. E va bene brutto figlio di puttana, vediamo chi è che comanda qui dentro, vediamo se riesci a reggere il mio sguardo truce da vero duro e vediamo se…se… 

Lo sapevo, finisce sempre che abbasso io per prima lo sguardo. Ma in fondo chi se ne frega, ho di meglio da fare, io. 

Ecco; per esempio c’è quel bel disegno sul linoleum del pavimento da guardare, con tutti quei colori accesi e quelle sfumature intriganti, poi ci sono le casette e gli alberelli. Ma mentre cerco di focalizzare il disegno all’improvviso due anfibi misura quarantacinque pianta larga coprono per intero il disegno, con il cuore in gola alzo pian piano lo sguardo verso il proprietario di quei motoscafi. 

E lui, il bestione con la camicia a quadroni che mi guarda con aria schifata come per rimarcare la mia mancanza di palle, e prima di scendere alla fermata mi mostra un mezzo sorriso sprezzante e tagliente che da il colpo di grazia alla mia autostima. Lo so, sono sempre stato un vigliacco, uno che non ha mai avuto la forza di guardare negli occhi le persone. Da bambino mia madre mi diceva sempre di non guardare mai negli occhi le persone perché non sta bene, che dovevo tirare dritto e non dare confidenza, che a volte anche lo sguardo uccide.

Come capitò a suo fratello che per guardare negli occhi un balordo si beccò una coltellata nel cuore. 

Così sono cresciuto adattandomi a tutte le sue fobie, ed ora che sono adulto non riesco più a liberarmene. 

Mentre mi deprimo dietro ai miei ricordi non m’accorgo della brunetta che s’è messa a sedere al posto lasciato vuoto dal bestione, ha lunghi capelli color corvino sotto i quali spuntano un ovale leggero e delicato e due occhi color smeraldo che brillano di una strana luce. Sulla pesante borsa a tracolla è appoggiato un lungo bastone d’alluminio sagomato. O.K. ragazza, ora tocca a te affrontare il mio devastante sguardo, ti farò pentire di essere salita su questo treno e non avrò pietà di te. La guardo incessantemente comunicandole tutto il mio odio, ma lei sembra non accorgersene, anzi, mi guarda con una espressione persa, come se la sua mente fosse altrove e, cosa ancora più stupefacente, non sento il desiderio di abbassare lo sguardo. Col passare del tempo la mia rabbia si affievolisce mentre la mia curiosità nei suoi confronti cresce. Ci alziamo insieme per scendere alla stessa fermata in una strana sintonia, lei si avvicina alla porta incespicando e muovendo il bastone continuamente. 

Come solo una cieca sa fare; alla fine riesco a rendermene conto.

Mi offro di aiutarla per farla scendere e lei accetta, mentre ci avviamo all’uscita mi dice  di aver avvertito il mio odio ma che non se n’era preoccupata, aveva percepito che era solo una facciata, una argine distorto messo a guardia delle mie nevrosi. Io le rispondo che certe persone probabilmente sanno vedere oltre i propri occhi e aldilà delle facciate che ci creiamo.

Glielo dico come per farle un complimento ma alla fine sotto sotto comincio a crederci anch’io.

di cattiveinclinazioni | 18/02/2007
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