Solo pelle e ossa
Niente.
Niente è sbagliato, sono le regole ad essere sbagliate.
Piangere, mangiare cibo, guardarsi le cosce allo specchio, disperarsi e aver voglia di tagliarsi le vene, questo è sbagliato.
L’unica vera libertà è morire di fame. E questo è giusto.
Cosa credete, che in questa situazione ci si arriva per gioco o per capriccio? Quando si è travolti dalle circostanze l’unica cosa da fare è reagire, e non importa quando radicale è la soluzione, quello che conta è il risultato e solo quello.
Nel mio caso tutto comincia quando vedo il mio ex abbracciato a Veronica, la bionda della quarta E, fino ad allora non mi sono mai accorta di quanto fossi insicura e inadeguata. Quella stronza mi soffia il ragazzo da sotto il naso ed io la odio con tutto il cuore, all’inizio non capisco cosa ci trova in lei, poi, come un velo che mi cade dagli occhi, mi rendo conto di come vanno le cose in questo schifo di mondo. Lei è al centro dell’attenzione: perfetta a scuola, a casa e con gli amici, bella come una divinità da adorare a cui dedicare parole dolci e poesie. Le invidio i quaranta chili di peso e le ossa del bacino bene in vista, gli zigomi sporgenti e i pantaloni taglia trentotto, poi torno a casa e piango sui miei taglia quarantaquattro.
Da quell'istante il cibo è diventato il mio nemico.
Vomito quasi tutto il giorno, e più vomito più mi sento in colpa, e più mi faccio schifo e più mangio e vomito. Ho sempre mal di gola e le ghiandole salivari gonfie e doloranti, inevitabili effetti collaterali che accetto volentieri. A casa preparo il pranzo per tutta la famiglia, preparo la pasta e fagioli, la cucino io, la mangio tutta, vado nel bagno e la vomito fino alla bile. Compro un gelato, ne compro due, al terzo comincio a vomitare. Passo per il supermarket a comprare l'acqua. Compro un pacco di biscotti, e dei kinder fetta a latte, e un duplo. Mangio tutto in macchina. Vomito tutto in palestra, nel bagno, con la gente che fa la fila fuori per entrare. Vedo ancora un pezzo di buccia di mela. Rosso. Forse è un pezzo di stomaco, non lo saprò mai. Il bagno è diventato il mio confessionale, e lì che faccio penitenza dei miei peccati, di questa tortura quotidiana che mi costringe a nutrirmi di porcherie, sempre colpevole e perciò costretta a punire il mio corpo, espellendo tutto quello che mi rende brutta e imperfetta. Col tempo e l’esperienza ho imparato a mascherare questa mia frenesia con piccoli trucchi e accorgimenti:
Prima di vomitare lego sempre i capelli, eventuali tracce di vomito tra i capelli farebbe nascere subito dei sospetti.
Appallottolo un bel po’di carta igienica che poso in fondo al water: questo oltre ad attutire i rumori evita gli schizzi di rimbalzo, poi tiro lo sciacquone due volte per evitare che qualcosa galleggi. Se è il caso pulisco all’interno con lo spazzolone.
Per non farmi rovinare lo smalto delle dita dai succhi gastrici uso uno spazzolino per provocarmi il vomito, e quando ho finito mangio una gomma al fluoro per proteggermi i denti. Dopo apro la finestra per far passare la puzza.
Se dopo vomitato ho un colorito diverso o un luccichio agli occhi mi sciacquo la faccia con acqua freddissima e mi trucco di nuovo, poi corro in cucina a bere tanta acqua per evitare la disidratazione.
Cosi facendo non ho mai insospettito nessuno, anche se credo che mia madre lo abbia capito da tempo. Le cose precipitano un giorno quando per distrazione lascio in fondo al water delle macchie rosse, non ricordo se era sangue o il sugo che avevo mangiato prima, fatto sta che mia madre le vede e mi fa mille domande sul mio stato. Rispondo in modo evasivo negando tutto, lei per tutta risposta mi porta dal medico curante che mi prescrive una gastroscopia.
In clinica ci vado a digiuno, almeno stavolta sono autorizzata. Il gastroenterologo mi fa stendere di fianco su un lettino da visita duro come il marmo, il lenzuolo di carta che lo ricopre è ruvido come la carta vetro, mi chiede se ho paura della sensazione di soffocamento e anche se non è vero gli dico di si senza esitare. Il medico mi mette in bocca un boccaglio di plastica bianca e per tenermi buona mi fa una endovena di Valium, in quel preparato ce ne sono pochissime gocce ma sufficienti per stordirmi e dargli modo d’infilarmi, attraverso il boccaglio, un grosso tubo nero in gola. Mentre lui mi esamina stomaco, esofago e quant’altro io, aiutata dal valium, parto alla scoperta di nuove sensazioni di dolore. Il serpente nero striscia dentro di me infliggendomi sofferenze atroci, come se mille e più dita si muovessero alla ricerca della mia anima malata, e tra apnea e convulsioni in quei cinque minuti vedo la mia vita passarmi davanti dagli occhi. L’esame mette in evidenza un ernia iatale mostruosa, il medico mi prescrive una cura fatta di sciroppi e compresse che in seguito non ho mai fatto. Come da prassi mi ricoverano per un giorno, solo quando rivedo Veronica capisco perché m’hanno portata lì. Le ragazze ricoverate hanno tutte la binge eating disorder, un nome altisonante e pomposo usato per indicare chi soffre di anoressia e bulimia.
Veronica cammina con una flebo attaccata al minuscolo braccio, la flebo sta in cima a un asta di metallo che poggia su delle rotelle di plastica.
Lei lo usa come un bastone da passeggio.
Gira con una camicia da notte azzurra che mette in evidenza il pallore della faccia scavata, sembra davvero una macabra Barbie. Sono a letto ancora mezza rintronata quando Veronica entra e mi dice che sono una bulimica schifosa senza un filo di classe, una che s’infila di tutto in gola per provocarsi i conati come una tredicenne alle prime armi, che lei mai avrebbe ingerito schifezze come dolciumi e snack salati. E’ così determinata da farmi star male dalla rabbia, il suo autocontrollo è spietato e totale e più la guardo morire di fame e più mi accorgo che non diventerò mai bella come lei, come la dea che voglio diventare.
Così diventiamo subito amiche.
Il giorno dopo torno a casa e riprendo subito la mia attività, mia madre mi marca da vicino e perciò mi faccio più attenta e guardinga. Veronica mi telefona dopo una mese, è stata appena dimessa dalla clinica e mi chiede di passare con lei qualche settimana nella sua villa al mare, mi dice che saremmo state sole e che avremmo concluso insieme il nostro percorso verso la perfezione.
E’ convinta da far paura, ma accetto e vado da lei.
A mia madre dico che parto per una vacanza studio all’estero e sudo sette camicie per convincerla. La villa a due piani è bellissima, l’aria salmastra e il sole sono un vero toccasana, ma non è per quello che siamo venuti, dobbiamo completare la trasformazione che da crisalidi ci porterà a diventare delle bellissime farfalle. Prendo la camera al piano terra, lei quella al primo piano, entrambe sono comode e confortevoli e con un computer provvisto di adsl. Riempiamo il frigorifero di Gatorade, Enervit, frutta, finocchi e yogurt magro, nella dispensa invece mettiamo diuretici, pillole contro il bruciore di stomaco, sigarette, prozac e valium. Sono in balia della frenesia di Veronica che mi costringe a condividere il suo regime alimentare, dice che se voglio essere uguale a lei devo non solo mangiare come lei, ma anche agire e pensare come lei, in una sorta di simbiosi mistica.
Così da bulimica divento anoressica.
I primi giorni usciamo tutte le sere, poi sempre meno finché non smettiamo del tutto, la debolezza non ce ne da più la voglia. Stiamo continuamente su internet alla ricerca di siti di anoressiche e a chattare con loro. Passiamo sempre meno tempo insieme e dopo un po’ci vediamo solo per mangiare, la giornata è scandita da quel poco di cibo che riuscivamo ad assumere e le quantità vengono sempre diminuite rispetto al giorno precedente. Mangiamo nude davanti allo specchio, e là dove ci sono due corpi quasi scarnificati noi riusciamo a vederci due lottatori di sumo, questo ci da più forza per proseguire nel nostro scopo.
Anche il mangiare insieme inizia a pesarci, così ci rinchiudiamo nelle nostre stanze e smettiamo di vederci.
Cominciamo a comunicare tra noi solo via mail e nei forum segreti delle anoressiche, non ci vediamo più ma le nostre motivazioni sono sempre le stesse.
Più forti che mai.
Stesa sul letto mi conto le ossa della mano, sono così visibili che riesco a distinguere tutte le falangi, dalla stanza di Veronica sento cadere qualcosa: più che un rumore è un tonfo, leggero e soffice, come un sacco vuoto che si posa sul pavimento.
Da quel momento non riesco più a contattarla.
A poco a poco perdo la cognizione del tempo, fino a non ricordare più quanti giorni ho trascorsi lì. Vado in cucina con i crampi allo stomaco e m’accorgo che nel frigo non c’è più nulla da mangiare, dalla dispensa prendo gli ultimi diuretici insieme al resto del prozac e valium e l’ingoio tutti insieme, poi mi stendo sul tavolo di marmo e m’addormento.
La lastra di marmo è fredda come una lapide.
Gli incubi sono lucidi e reali più che mai, mi vedo grassa, patetica e derisa da tutti, il mio corpo si gonfia a dismisura fino a scoppiare e i miei brandelli vengono mangiati e vomitati continuamente da persone dal fisico statuario. Questo deve essere l’inferno delle anoressiche, l’eterna punizione che mi spetta quando morirò.
Ma non muoio.
Mi risveglio dopo due giorni nella clinica dove ho fatto la gastroscopia, ho una flebo nel braccio e una camicia da notte azzurra addosso, nessuno mi dice dove è finita Veronica e dopo un po’ smetto di chiederlo. Appena ne ho la forza mi alzo e per camminare mi appoggio all’asta di metallo che sorregge la flebo, sono la regina della clinica e quello che stringo è il mio scettro, il segno inequivocabile della mia superiorità sulle altre stupide ricoverate. Il metallo dell’asta è lucido e pulito e ogni tanto ci specchio la mia faccia bianca e deformata. La flebo mi dà forza e vigore, ma mi fa anche aumentare di peso. Lo sento. Devo combattere il cibo che a forza vogliono introdurmi, perché quello che mi nutre mi distrugge ed io non posso permetterlo. Quando uscirò sarò grassa come un maiale, mi sentirò brutta e sbagliata, un vero fallimento, ed io dovrò ricominciare tutto daccapo. Dimagrirò di nuovo e avrò la mia rivincita, sarò di nuovo al centro dell’attenzione, bellissima e perfetta e non piangerò più la notte.
Solo pelle e ossa: è tutto quello che voglio essere.