Frammenti di vita artificiale in 40 secondi
Le luci all’alba spazzano via gli ultimi scampoli di tenebre, liberandoci da una animazione sospesa più simile alla morte che al sonno. L’amaro in bocca con cui ci risvegliamo è il frutto di tutti i sogni che non vedremo mai realizzarsi. Ci ritroviamo tutti insieme ad alzarci, sbadigliare, pisciare, vestirci, nutrirci, bestemmiare ed uscire. Atti automatici e frenetici che crediamo riti propiziatori, salvo poi pentircene davanti alle nostre micragnose e sfavillanti auto.
Le mettiamo in moto convinti che facciano parte di un disegno superiore, un ciclo contorto e spietato che crea e distrugge di tutto: dai beni di massa fino ai valori e ai sentimenti.
Partiamo tutti insieme. Intasiamo autostrade, statali, strade comunali, vicoli, ogni orifizio artificiale da noi creato viene riempito con le nostri possenti e fragili auto, estensione e prolungamento dei nostri organi sessuali. Il traffico lento ci spinge sempre più vicini, avanziamo in una forzata intimità che tolleriamo a mala pena. Le nostre facce s’illuminano di colori innaturali: ambra, verde smeraldo, blu cobalto, riflettiamo la luce di mille strumentazioni. Mani e dita si perdono tra pomelli in finta radica e i pannelli di plastica, accarezzandoli ne saggiamo la fattura e la lavorazione. Un piacere tattile simile all’accarezzare le cosce di un amante immaginaria.
Abdichiamo la nostra personalità per assumere quella della nostra auto.
Ostentiamo i nostri veicoli straccioni e pluriaccessoriati in una specie di parata militaresca, e quando questo non basta più arriviamo al primo semaforo con la voglia di sbattere addosso a qualcuno, per sfondargli la macchina e intrappolarlo sanguinante nelle lamiere contorte. La ricerca di una primitiva affermazione di superiorità ci porta ad infliggere dolore agli altri, ben sapendo che è quello che ci rende vivi.
E da qualche parte c’è sempre un semaforo ad aspettarci.
Via Emanuele Granturco, angolo con via Galileo Ferraris. Un semaforo sospeso nel vuoto dirige il traffico. Sto per attraversarlo ma il rosso è più veloce di me, mi fermo in prima fila.
40 secondi. Dietro di me si accatastano macchine su macchine, come per magia si forma un universo complesso composto da tanti microcosmi. Microcosmi popolati da una persona, tanti quanti sono i passeggeri per ogni auto.
20 secondi. L’universo si consolida e non lascia spazio e nulla che non sia fatto di lamiera e abbia quattro gomme. Siamo competitivi con noi stessi e con gli altri, e il metro di misura non sono l’estetica dei nostri corpi ma le finiture delle lamiere e la qualità della carrozzeria.
10 secondi. Una vecchia slava passa tra le auto in cerca di elemosina, un elemento estraneo che disturba non poco la nostra suscettibilità. Siamo esseri dalla sensibilità superiore, totalmente indifesi e indifferenti di fronte alle sofferenze altrui. Qualcuno non riesce a sostenere la tensione emotiva e perciò scappa via forzando il blocco imposto dal semaforo rosso.
3...2…1…verde. L’universo si sfalda e siamo di nuovo liberi. Dopo lo stop schizziamo via come saette, ma solo fino al prossimo incrocio, quadrivio, diramazione, dove un semaforo rosso ci obbligherà a fermarci e a scontrarci ancora e ancora. Finché le nostre vite artificiali non si spegneranno insieme ai nostri sudici e splendidi sudari di metallo.