Rissa a Ponticelli
Finivano sempre così le loro domeniche, che dopo aver mangiato una pizza si pigliavano a mazzate prima di tornare a casa.
Il luogo era sempre lo stesso, i motivi pure.
Il ristorante Ermenegildo - menù fisso a sette euro - era il teatro preferite di tutte le loro risse, qualche volta si spostavano dal Rusticano - panini caldi e birra a cinque euro - ma solo quando Ermenegildo ospitava qualche matrimonio o battesimo.
Loro invece erano in quattro, tutti delle case popolari del rione Santa Rosa a Ponticelli, cresciuti insieme a partite di pallone e playstation, cantanti neomelodici e telefonini.
Michele Esposito era il capo, perché tutti i gruppi avevano un capo e lui si sentiva tale per via del fratello che bazzicava gli ambienti malavitosi della zona.
Peppe Peperna e Ciro Imperatrice facevano la parte dei guardaspalle, e un po’ per paura e un po’ per convenienza lo assecondavano in ogni situazione. Anche perché i loro padri - LSU cronici e di vecchia data – arrangiavano come muratori nell’impresa edile dove lavorava il padre di Michele.
Pasquale Cozzolino era il più piccolo e sfigato del gruppo, sempre in lotta con i suoi brufoli e con suo padre, che lo voleva mandare a bottega dal barbiere sotto casa.
Andavano dai tredici ai quindici anni, e tutti insieme non superavano i sessant’anni.
A scatenare le loro risse era sempre lei, Carmela, la mamma di Cozzolino. Carmela era la classica quarantenne appariscente e volgare, procace e arrapante.
Era così mignotta che nel quartiere se l’erano fatta in tanti.
Pasquale, al pensiero che in quella lista ci fossero i genitori di quei tre, diventava una belva feroce. E loro ci marciavano su quella cosa, sempre pronti a metterla in mezzo e a sbavarci sopra come cani in calore.
Qualche volta si pestavano per Margherita, la sorella di Peperna, notoriamente anche lei una gran bagascia. Ma al confronto di Carmela lei svaniva come neve al sole.
A quel punto, in un modo o nell’altro, la rissa scattava automaticamente.
Come quella sera tra i tavolini di Ermenegildo.
Il pizzaiolo aveva superato se stesso; le pizze facevano così schifo da risultare immangiabili, perciò gli lasciarono i soldi del conto con l’augurio di comprarsene tutte medicine. Appena fuori Michele tirò fuori un pacchetto di Marlboro dure, Ciro e Pasquale presero gli accendini per farlo accendere e per scroccargli una sigaretta. Peppe s’era appartato per chiamare Manuela al cellulare, la fidanzata di tredici anni. Manuela gli fece una scenata esagerata, l’aveva beccato a parlare con la sua ex e perciò non ne voleva più sapere di lui. Tra le lacrime Peppe le giurò amore eterno e per farsi perdonare promise di portarla al concerto di Raffaello, il suo cantante neomelodico preferito.
La chiamata andava per le lunghe e i tre decisero di mollarlo lì e di tornarsene a casa a piedi. Solo allora Peppe chiuse la conversazione.
”Ma non chi cazzo stavi parlando, con quella scema della tua ragazza?” Disse Pasquale con un mezzo sorriso da deficiente.
“No! Con Carmela, tua madre. Gli ho detto che più tardi passo da lei e me la scopo.” Rispose Peppe bruciandolo all’istante.
Pasquale fu seppellito dalle risate degli altri, e così fu subito rissa. A Beppe arrivarono in sequenza: uno sputo in faccia, una testata in bocca e un calcione tra le palle, Michele - da vero capo - si mise in mezzo per separarli, prendendosi anche lui una razione di cazzotti. Ciro s’era defilato per riprendere il tutto con il cellulare. Intanto le urla avevano attirato l'attenzione di Gigi ‘a ranfa (tentacolo), detto così per la sua abilità nel borseggio. Gigi stava spacciando cocaina lì vicino e quelle urla potevano attirare l’attenzione del vicinato, o peggio degli sbirri. Quindi con i suoi scagnozzi raggiunse i quattro cacciandoli a calci in culo. Mentre andavano via lividi e sanguinanti Michele giurò che gliel’avrebbe fatta pagare, ma a bassa voce e senza troppa convinzione. Erano criminali della peggior specie quelli. Ciro aprì il cellulare e fece vedere a tutti il video del pestaggio.
“Ragazzi questo domani lo metto su internet, così ci facciamo quattro risate.”
Michele, Peppe e Pasquale si guardarono un attimo sbigottiti, poi gli risposero in coro.
“ Se lo fai ti ammazziamo di botte.”
A via Camillo De Meis avevano finito tutte le sigarette di Michele, e il dolore delle botte cominciava a farsi sentire. Fortuna che erano quasi arrivati. In quel momento una Mini One blu cobalto li superò lentamente, la luce di cortesia era accesa e dentro si potevano distinguere le sagome degli occupanti. Una era Carmela, la mamma di Pasquale, che cercava di darsi una sistemata, l’altro invece non era il marito. Pasquale s’irrigidì come una statua, era diventato paonazzo dalla rabbia e stava per scoppiare come il Vesuvio. Gli altri ridacchiavano alle sue spalle lanciandogli occhiate di scherno. Michele - da buon capo - lo prese sotto braccio per fargli coraggio.
“Vedi Pasquà, fai bene ad incazzarti e a bestemmiare come un turco, certe cose non dovrebbero mai succedere. Però tieni presente questo: non è colpa tua se tua madre è ‘na grandissima zoccola…”
E così fu di nuovo rissa.